Milano 26 Febbraio 2022

Se negli ultimi due decenni ansia e depressione sono diventate compagne abituali della nostra società registrando un incremento notevole, tra i giovani la responsabilità di questo aumento va in gran parte attribuita ai Social Media. A dirlo è la Royal Society for Public Health nell’ultimo report di uno studio che dal 2017 viene svolto periodicamente su un campione di 1.479 ragazzi inglesi tra i 14 e i 25 anni. I risultati dell’indagine rivelano che Instagram è la piattaforma più nociva per la salute mentale dei giovani mentre YouTube è il social network più positivo.

La piattaforma in ascesa fra i teenager

In sintesi, e in modo “colorito”, ecco il commento dei ricercatori: (nello studio non è stato esaminato il più recente e gettonatissimo TikTok, ndr): «Tutto è cominciato quando è comparsa “la società dell’immagine”, ovvero non appena si è realizzato che era più facile apparire che essere. Instagram sicuramente aggiunge carburante al fuoco di questo nuovo stile narrativo, ma l’ossessione di apparire migliori era un candelotto di dinamite già presente nella società, Instagram è stata la scintilla alla fine della miccia». Se si apre qualsiasi social, comunque, è possibile verificare l’entità di queste manifestazioni. La ricerca affannosa di approvazione guida le scelte contenutistiche della maggioranza di chi li utilizza. Su Instagram le persone tentano di essere in un contesto prestigioso attraverso l’immagine che mette in evidenza il loro lato migliore. Lo fanno in primo luogo gli adulti: è inevitabile che i giovani imitino.

La copertina del libro di Roberto Goisis “Costruire l’adolescenza” pubblicato da Nemesis

Su Facebook si mostrano i successi familiari o professionali. Su Linkedin si cerca di apparire manager o CEO di qualcosa, sia pure di una partita IVA da freelance. Nessuno vuole fare vedere i lati grigi o le proprie debolezze. E per i ragazzi non può esistere, certamente, un social su cui apparire “sfigati”, “fuori del coro”, “secchioni”.  Sembra più gratificante mostrarsi “bulli” piuttosto che “bravi”, “predatori” piuttosto che “romantici”. E l’ansia di non corrispondere a questi modelli diventa inevitabile, quando non sfocia nella depressione. Non del tutto d’accordo con gli specialisti britannici è, però, lo psichiatra e psicoanalista milanese Roberto Goisis, esperto nei problemi degli adolescenti cui ha dedicato anche un libro, Costruire l’adolescenza, edito da Mimesis: «Le conclusioni dello studio britannico appaiono, in parte, adultocentriche. Viste con gli occhi degli adulti. È vero che durante i due anni di pandemia si è riscontrato un aumento delle sofferenze psichiche nei giovani: un 20 per cento in più di stati ansiosi, un 25 per cento in più di stati depressivi ma le conclusioni sono affrettate; queste situazioni si registravano anche quando non esistevano i social». Lo psicoterapeuta milanese Fulvio Scaparro ci riporta l’ultima indagine del Laboratorio Adolescenza su un campione di oltre 10.500 studenti tra i 13 e i 19 anni: «L’anno di emergenza Covid ha reso sempre più invasiva la presenza dei social network nella vita degli adolescenti e ha ulteriormente abbassato l’età in cui i ragazzi entrano in possesso di uno smartphone».

Lo psicoanalista milanese Fulvio Scaparro (foto Bergamonews.it)

In effetti nell’indagine l’80 per cento degli adolescenti ha affermato di aver utilizzato i social nell’anno della pandemia, “più che in passato” e tra questi il 45 ha precisato “molto più che in passato”. E il 76,5 per cento non spegne il cellulare neanche di notte. Unica nota positiva: «L’overdose social non sembra però aver incrementato il cyberbullismo – precisa Scaparro -. Il 76 per cento sostiene che su questo fronte nulla è cambiato, né in meglio né in peggio, un 7 per cento parla di un aumento di questi episodi all’interno delle proprie frequentazioni, ma un 17 per cento segnala una diminuzione».

Sempre più alta la percentuale dei ragazzi sotto gli undici anni che accede ai social: nel 2021 ha superato il 40 per cento

Il fenomeno che appare più insidioso, relativamente all’uso di telefonini e social, è l’utilizzo precoce. Nel 2019 aveva lo smartphone a meno di 11 anni il 60,4 per cento degli adolescenti (era il 40,9 nel 2016), oggi la percentuale è salita al 78. Discorso analogo per l’uso di social da parte degli under 11: 20,5 per cento nel 2016; 34,5 nel 2019; 41,8 nel 2021. Tra i più trendy, TikTok che è passato in un anno da un utilizzo da parte del 28,7 per cento del campione (indagine 2020) al 65 (indagine 2021). Ma non tutti i social hanno lo stesso successo. Se Facebook continua la sua inesorabile discesa tra i “teen” (ormai lo utilizza meno del 15 per cento) rimane stabile Instagram (90 per cento). Per WhatsApp si conferma un utilizzo pressoché universale (oltre il 98 per cento). Maurizio Tucci, presidente di Laboratorio Adolescenza (laboratorioadolescenza.org), commenta: «Se appare utopico pensare di poter invertire la tendenza, dovremmo almeno cercare di gestire il fenomeno insegnando a ragazze e ragazzi a riconoscere e limitare i rischi».

Uno scatto che dà l’idea del consumo eccessivo di social da parte dei giovanissimi (foto Lauxels)

E Scaparro conclude: «È su questo obiettivo che famiglie, scuola, istituzioni e gli stessi giovani dovrebbero concentrare i loro sforzi per evitare che i social network da strumenti potenzialmente utili per favorire le relazioni sociali non solo virtuali si trasformino in dissocial network, portando agli esiti paventati anche dalla Royal Society for Public Health». Ma che cosa accadrà delle ansie e delle depressioni che i ragazzi hanno vissuto in questi due anni di pandemia quando diventeranno adulti? «È la quinta ondata pandemica di cui occuparsi… un long Covid psichiatrico – risponde Goisis -. Il governo, le istituzioni, noi specialisti dobbiamo prepararci a gestire una problematica comparsa in adolescenza con un alto rischio di ripercussioni in età adulta, quello che questi ragazzi hanno psicologicamente sofferto oggi si vedrà negli effetti tra cinque, dieci anni… Social o non social».

Immagine di apertura: foto Pixabay

Nato a Roma, giornalista e scrittore. Si occupa di informazione medico-scientifica e sanitaria dal 1976. Ha legato gran parte della sua carriera al "Corriere della Sera". Oggi dirige URBES, primo magazine italiano che si occupa di salute nelle città. Insieme a Umberto Veronesi, ha scritto "Una carezza per guarire" (Sperling & Kupfer 2004), "Le donne vogliono sapere" (Sperling & Kupfer 2006), "L’eredità di Eva" (Sperling & Kupfer 2013), "Verso la scelta vegetariana" (Giunti 2011), "I segreti di lunga vita" (Giunti 2013), "Ascoltare è la prima cura" (Sperling & Kupfer 2016). Suo anche "L’Artusi vegetariano "(TAM editore, 2016) e "L’orto di Michelle" (Universo Editoriale, 2017) scritto con Federico Serra. L'ultimo, “Il genio in cucina” (Giunti editore, 2019)

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