Firenze 27 Luglio 2023

È stato necessario superare il ben noto pessimismo freudiano dell’inizio del secolo scorso su un eventuale percorso psicoanalitico dell’anziano, che si riteneva irrigidito nei propri schemi difensivi non suscettibili al cambiamento, anche a causa del declino mentale che viene attribuito “per definizione” all’età. Un tale pessimismo, per molto tempo, ha contribuito a rallentare l’affermazione della psicoterapia come strumento di cura per la persona in là con gli anni.
D’altro canto gli anziani non sono una categoria omogenea di persone; esiste una straordinaria varietà di risposte comportamentali e di vissuti che iniziano spesso con il pensionamento e i cambiamenti della struttura familiare. Il disimpegno dal lavoro, con la perdita di ruolo e la riduzione dei contatti sociali, è spesso causa di isolamento e disinteresse fino alla depressione e alla perdita di memoria, subito considerata, erroneamente, espressione di senilità. Tra gli anziani vi sono persone vitali e attive che mostrano notevoli capacità di adattamento anche di fronte all’ essere spesso confinati dai pregiudizi in una specie di “riserva indiana”.

Il pensionamento è spesso causa di isolamento per la persona anziana, situazione che facilita ansia e depressione

Qual è il ruolo della psicoterapia in età avanzata visto che secondo certe raffigurazioni folcloristiche del passato l’anziano è un “soggetto senza denti e senza futuro”? Anche per l’anziano la psicoterapia segue, come per altre fasce d’età, due principali indirizzi: quello
psicodinamico e quello comportamentale. Il primo originato dalla pratica clinica nell’ambito della psicoanalisi, il comportamentale è nato nei laboratori di psicologia sperimentale. L’approccio terapeutico ispirato ai principi psicoanalitici o psicodinamici privilegia il rapporto terapeuta-paziente nelle sue componenti emotive la cui lettura permette di conoscere tutto quanto ha influenzato il nostro sviluppo ed è all’origine di sofferenze e di inadeguatezze di fronte all’invecchiamento. Il rapporto emotivo che si instaura in ogni tipo di relazione asimmetrica come quella tra medico e paziente, il cosiddetto transfert, richiama le caratteristiche del legame con le figure genitoriali, la cui lettura permette la comprensione di quanto possa essere causa di sofferenza o di ostacolo nell’affrontare i disagi in modo più efficace. Ma c’è anche il vissuto del terapeuta nel rapporto col paziente che è un ulteriore mezzo di lettura e di comprensione. Essere consapevoli in ogni momento delle proprie emozioni verso il paziente – quello che si chiama il controtransfert – è indispensabile per controllare eventuali reazioni di rifiuto nei suoi confronti, o di noia, di disinteresse e richiede un minimo addestramento dell’operatore su come procedere, giacché, come non ci si improvvisa ingegneri, così non ci si improvvisa terapeuti dell’anziano.

Il transfert del paziente nei confronti del terapeuta è uno dei cardini della relazione psicoanalitica

Negli anni recenti la psicoterapia del paziente anziano ha ricevuto molta più attenzione da parte della letteratura specializzata soprattutto sugli scopi degli operatori: deve esser orientata a favorire la presa di coscienza e il cambiamento oppure limitata a sollevare il soggetto dal sintomo? È più indicata una terapia breve o un trattamento che non si ponga limiti di tempo? Al momento attuale si ritiene che la psicoterapia nell’anziano si debba prefigge una serie di scopi tra loro interdipendenti: migliorare i rapporti interpersonali, migliorare il senso del benessere, favorire l’attuazione di potenzialità mai espresse e il senso della propria dignità, prendere confidenza con il proprio passato in modo da favorire l’adattamento alla situazione presente, aiutare il paziente ad affrontare le ansie concernenti il dover morire e la morte e la sofferenza, favorire l’accettazione della dipendenza, stabilire un rapporto che possa facilitare l’adattamento alle perdite cui si può andare incontro coll’invecchiamento.

Vediamo ora la terapia comportamentale: ha origini remote negli Stati Uniti con John Broadus Watson che, all’inizio del secolo scorso, affermò l’importanza e l’utilità in psicologia dello studio del comportamento osservabile. Quindi, negando ogni validità alla introspezione e sostenendo, invece, l’equazione stimolo-risposta come unico metodo di conoscenza.
In seguito lo psicologo americano Burrhus Frederic Skinner scomparso nel 1990, dimostrò con i propri esperimenti sui conigli che, introducendo nella gabbia una ricompensa come un piccolo pezzo di formaggio, l’animale, in successive prove, andava immediatamente verso il cibo. L’esperimento indicato come “condizionamento operante” dimostrava l’importanza della ricompensa quale elemento indispensabile all’apprendimento, quindi a modificare il comportamento.

Burrhus Frederic Skinner in una foto ad Harvard nel 1950: è stato un importante psicologo del comportamentismo

Skinner apriva così la porta al modellamento dell’ambiente per ottenere determinati cambiamenti nel comportamento delle persone, passando dagli esperimenti sugli animali a quelli sull’uomo. L’approccio comportamentale permette di affrontare singoli aspetti più disturbanti. Questi principi vengono applicati con successo nella cura degli anziani residenti in reparti di lunga degenza così da migliorare l’interazione sociale, l’igiene personale e la cura di sé. La ricompensa ,in questi casi, può essere un semplice apprezzamento verbale da parte del medico o del personale infermieristico che segue immediatamente la manifestazione comportamentale desiderata. Secondo lo stesso principio, un comportamento non desiderato perché inadeguato o dannoso allo stesso paziente, non seguito da una ricompensa, tende ad estinguersi. L’introduzione dei principi di condizionamento operante ha indotto anche un atteggiamento più ottimistico nel personale infermieristico  con un corrispondente effetto positivo sui pazienti. La terapia comportamentale si è rivelata efficace in diversi disturbi che vanno dal controllo dell’ansia ai disturbi compulsivi e ha permesso l’introduzione di strategie ambientali quale modificare il linguaggio eliminando dal proprio lessico termini a valenza negativa evocativi di situazioni di disagio o di sofferenza. La tendenza al pessimismo di taluni anziani potrebbe trovare un correttivo nell’esercitarsi a pensare e/o a descrivere ambienti ameni di cui molti di noi conservano i ricordi.

In sintesi l’impostazione psicoanalitica, con la valorizzazione del rapporto terapeuta-paziente, favorisce una importante presa di coscienza ed una maggiore capacità di far fronte alle sfide sempre più impegnative e spesso destabilizzanti dell’età che avanza. Da parte sua, peraltro, l’approccio comportamentale permette di affrontare e, spesso risolvere, singoli aspetti più disturbanti.

Immagine di apertura: foto di Andrea Piacquadio

Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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