Milano 23 Gennaio 2021
C’era una volta il bot people, il popolo dei Bot. Così venivano definiti i risparmiatori italiani che negli anni precedenti la nascita dell’euro sottoscrivevano in massa i titoli del Tesoro italiano, allettati dagli allora alti rendimenti (sottovalutando il fatto che il tasso di inflazione era altrettanto elevato). Oggi, con i tassi d’interesse vicini allo zero – e non solo in Italia – quella definizione non è più attuale. I titoli di Stato continuano ad essere emessi, ma a sottoscriverli non è più la grande massa dei risparmiatori, bensì in prevalenza i cosiddetti “istituzionali” (per esempio i fondi d’investimento) e soprattutto la Banca Centrale Europea, nell’ambito della nuova politica monetaria tesa ad aiutare i governi alle prese con la pandemia da Covid 19.
Chi punta a rendimenti più sostanziosi e non vuole passare alle azioni perché le ritiene troppo rischiose, ha una sola strada da percorrere: quella delle obbligazioni emesse da società private (o bond per usare la terminologia inglese oggi prevalente nel mondo degli affari). Rispetto ai titoli di Stato i meccanismi sono gli stessi: in entrambi i casi i risparmi vengono “prestati”: o allo Stato o alle aziende. Identiche anche le modalità. Da un lato – quello pubblico – ci sono i Bot, che non hanno cedola e il rendimento è rappresentato dalla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di rimborso alla scadenza e i Btp, con cedola. Dall’altro – quello privato – le obbligazioni “zero coupon” che hanno le stesse caratteristiche dei Bot, e le obbligazioni ordinarie, assimilabili ai Btp, con un prezzo di emissione e una scadenza più lunga, che riconoscono al sottoscrittore una cedola fissa.
Perché le obbligazioni “private” (chiamiamole così per comodità: nella categoria rientrano anche quelle emesse da società controllate da entità pubbliche) offrono rendimenti maggiori? Sostanzialmente perché l’alternativa, vale a dire il ricorso al credito bancario, all’emittente costerebbe di più. Le aziende, in sostanza, si indebitano con le banche, pagando interessi e spese, ma anche con la massa di risparmiatori e investitori, vale a dire con il mercato. Nel primo caso hanno la banca come controparte e con essa negoziano i termini del contratto. Nel secondo, si rivolgono ai risparmiatori offrendo unilateralmente tasso di remunerazione e soprattutto durata del prestito. Normalmente il credito bancario è più oneroso e soggetto a revisioni periodiche, mentre una volta definita l’offerta pubblica di bond, le condizioni non cambiano fino alla scadenza.
Chi sottoscrive le obbligazioni ottiene così una remunerazione superiore a quella dei titoli di Stato di pari durata. E chi le emette si impegna a pagare una cedola che è sempre e comunque inferiore alla rata di un normale prestito bancario. Con soddisfazione di entrambi.

Come (e dove) si comprano le obbligazioni? All’atto dell’emissione aderendo ad un’offerta di sottoscrizione (il cosiddetto collocamento); successivamente e in qualsiasi momento acquistandole da chi già le possiede e decide di metterle in vendita. Entrambe le operazioni dovranno comunque avvenire attraverso un intermediario, in pratica una banca. Naturalmente per essere autorizzate a collocare i loro titoli (definiti obbligazioni corporate) le imprese debbono avere particolari caratteristiche di dimensioni e solidità, che vengono valutate e certificate dalla Consob nel momento in cui le varie emissioni chiedono l’ammissione ai mercati finanziari regolamentati.
Una volta stabilito che un’obbligazione possiede tutte le garanzie di sicurezza, occorre anche verificarne la “liquidabilità”, vale a dire la possibilità di uscire dall’investimento in qualsiasi momento senza particolari problemi. E questo è possibile grazie alla quotazione. Sarà il mercato, insomma, a trovare un compratore nel caso il possessore del titolo dovesse avere la necessità di venderlo prima della scadenza. E sarà lo stesso mercato a stabilire il prezzo, favorendo l’incontro tra domanda e offerta. Anche le obbligazioni aziendali, infine, possono essere sottoposte al giudizio delle agenzie di rating, proprio come i titoli emessi dagli Stati.
A questo punto, esaminato il “prodotto” nelle sue linee generali, come scegliere su quale obbligazione (o bond) puntare? Ecco in sintesi alcuni consigli essenziali.
Il tasso d’interesse. Non deve essere troppo elevato perché più il rendimento è alto, minore è l’affidabilità dell’emittente (e questa è una regola generale).
La durata. Per non correre rischi di perdita di valore nella prospettiva di tassi in aumento, è consigliabile impegnarsi soltanto per scadenze brevi (1 – 2 anni). Poiché nessuna azienda emette obbligazioni a così breve termine, è possibile pescare fra quelle emesse in passato ma che sono ormai vicine alla scadenza. In caso di primo collocamento, va fatto ovviamente un ragionamento diverso, con l’aiuto del proprio consulente, che tiene conto di diversi parametri.
L’azienda emittente. È bene informarsi bene su chi offre e perché. L’affidabilità è il primo criterio. Gli altri sono come la stessa azienda intende utilizzare il denaro raccolto e qual è il rapporto tra le sue varie fonti di finanziamento (mezzi propri, prestiti bancari e, appunto, i bond sul mercato). È sempre utile, comunque, appoggiarsi a un consulente di fiducia e, soprattutto, indipendente.
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