Roma 28 aprile 2022
A vent’anni dalla scomparsa di Carmelo Bene (1937-2002), grande attore, autore, regista, che resta un esempio indimenticabile e, per certi versi, tuttora inarrivabile perché unico nella capacità di ribaltare ogni codice tradizionale della recitazione e della messinscena teatrale e cinematografica, oltre alla sua opera, mi piace ricordare il polemista sarcastico. E mi permetto di farlo raccontando un episodio che mi riguarda personalmente, e che risale agli inizi della mia carriera di giornalista: in altri termini, il mio debutto da cronista dello spettacolo per il Corriere della Sera.

Era la fine degli anni Ottanta o i primi anni Novanta, non ricordo precisamente, e andai al Teatro Quirino di Roma, alla conferenza stampa di presentazione del nuovo spettacolo di Bene, che avrebbe debuttato lì nei giorni successivi. Ovviamente conoscevo l’artista come appassionata spettatrice, ma non avevo mai partecipato ad una sua conferenza nel ruolo di giornalista. Eravamo seduti nel foyer del Quirino: da una parte una folta platea di cronisti, dall’altra il Maestro accompagnato dal direttore del Teatro, Claudio Corsi. Volevo fare bella figura e mi predisposi, impettita, a porre una domanda che voleva essere molto intelligente e anche, perché no? un po’ indisponente. Non rammento quale fosse il quesito, ma non conoscendo personalmente il Maestro e volendo apparirgli provocatoriamente preparata, ottenni da lui un raggelante effetto sorpresa. Dopo avermi ascoltato con malcelato fastidio, Carmelo non si degnò neppure di guardarmi in faccia, si voltò verso il direttore Corsi, dicendo: «Ma chi è questa? Cacciatela fuori».

Ho cancellato dalla memoria la mia reazione: credo di essere rimasta in un religioso, imbarazzato, silenzio per tutto il resto della conferenza, continuando ad assistere rigorosamente muta alle domande degli altri giornalisti. Insomma, Carmelo mi aveva “battezzato”, dandomi una sonora lezione, che ho incassato, di cui ho fatto tesoro: la mia scarsa esperienza mi aveva fatto fare il passo più lungo della gamba ed ero stata pubblicamente punita. Per fortuna, negli anni che seguirono, ebbi poi modo di incontrarlo di nuovo, non solo come semplice spettatrice, sempre presente alle sue prime, ma anche come intervistatrice per il Corriere della Sera. E non posso dimenticare una rocambolesca trasferta in Toscana, in una cittadina in provincia di Siena, dove l’attore doveva realizzare una conferenza spettacolo. In questo caso, avevo preso precisi accordi con il suo manager, per essere presente alla serata e, in seguito, per avere un incontro diretto con Carmelo, disponibile a un’intervista esclusiva con me. Memore della precedente raggelante avventura, non avevo preparato domande provocatorie, al contrario i miei rispettosi quesiti erano volti a un approfondimento della sua attività.

Ma naturalmente, anche in quell’occasione, il Maestro non mancò di sorprendermi. Al termine dell’esibizione, il manager mi fece sapere che Carmelo aveva intenzione di raggiungere in tutta fretta Siena, dove si stava svolgendo il Palio, di cui era appassionato. Venni invitata a seguire con la mia auto la loro macchina per raggiungere la città dove, al termine della manifestazione, sicuramente avrei finalmente ottenuto la sospirata, privata “intervistona”. Tant’è. Ma si era fatta notte fonda e io, a bordo della mia piccola Fiat, fui costretta a tenere dietro, con il fiato sospeso, ad una velocissima Alfetta che sfrecciava tra i tornanti delle impervie strade toscane.
Non essendo una pilota provetta, la mia preoccupazione maggiore era di perdermi nel buio e di non riuscire poi a ritrovare un punto di riferimento che mi riconducesse a luoghi conosciuti. Nonostante tutte le mie preoccupazioni, fui capace di tener dietro a quella fuga notturna ma, quando arrivammo a Siena, il Palio era concluso e, con mio grande sollievo, ci ritrovammo tutti insieme a cena in un ristorante nella splendida Piazza del Campo: e qui finalmente, l’attore si arrese alla mia raffica di domande, soddisfacendo ogni mia curiosità. Felice e appagata, portai a casa un bell’articolo e una bella soddisfazione: la folle corsa dell’inseguimento era servita a qualcosa.

Un ultimo piacevolissimo ricordo riguarda quando venni bene accolta per una nuova intervista, stavolta nel suo elegante appartamento romano, in via Aventina. Un luogo del mistero, che non dimenticherò mai, immerso nella quasi totale oscurità, tra pareti ricche di quadri, arredi importanti, nonché pesanti tende vellutate che non lasciavano filtrare la luce. Un luogo magico, in cui Carmelo si rifugiava, con i suoi più stretti collaboratori, quando non era in tournée. Un luogo segreto, assolutamente adatto a un leggendario protagonista della scena, rimasto unico, senza lasciare eredi.
Voglio concludere questo racconto con una nota dolente. Nel marzo scorso, il Teatro Argentina ha ospitato una serata in omaggio all’attore per i venti anni dalla sua morte, intitolata Il congedo impossibile. In palcoscenico una decina di attori si alternavano al microfono per leggere dei brani e dietro di loro era posizionato un grande schermo.

Avevo aderito all’invito con interesse e curiosità, quindi sedevo in platea per assistere a quello che immaginavo dovesse essere un bel racconto della vicenda umana e professionale di Bene, che ripercorresse i suoi spettacoli, i suoi film, le sue infuocate partecipazioni a certi dibattiti in tv. Niente di tutto questo: Carmelo, il protagonista, era totalmente assente e, sul grande schermo apparivano solo i titoli dei testi che gli attori avrebbero, via via, letto. Una delusione cocente, una noia mortale. Un congedo davvero impossibile e infatti io stessa, insieme ad altri spettatori, mi sono congedata prima di rischiare di addormentarmi in poltrona. Non solo un congedo impossibile, ma soprattutto un’occasione mancata.
Immagine di apertura: Carmelo Bene nei panni di Pinocchio, la sua opera teatrale andata in scena per la prima volta nel 1961 al Teatro Laboratorio di Roma e che ha avuto in seguito varie repliche teatrali e nel 1999 una versione adattata per la televisione




