Milano 27 Febbraio 2024

Pensata e declamata come difensiva, la missione Aspides contro gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali nel Canale di Suez e nel Mar Rosso, rischia di precipitare in un gorgo bellico di cui è difficile intravedere la fine. L’escalation militare, a parole respinta da tutte le parti, non si può escludere: l’operazione già di per sé innalza il livello dello scontro politico tra i diversi attori dello scacchiere. E dal politico al militare il passo è breve.

Il logo degli Houthi in arabo. Dall’alto verso il basso: Dio è sommo / morte all’America / morte a Israele / maledizione sugli ebrei / vittoria per l’Islam

Ma chi sono gli Houthi? Sono un gruppo armato musulmano sciita dello Yemen, della setta Zaydita, fondato all’inizio degli anni Novanta dalla famiglia da cui prende il nome. Legato storicamente ai palestinesi e alleato dell’Iran che ha visto negli Houthi la possibilità di diffondere la corrente sciita in un Paese a prevalenza sunnita, ha una storia impregnata di voltafaccia, tradimenti e infedeltà.
Nel 1990 destò grande meraviglia l’unificazione dei due Yemen, quello del Nord arretrato e ancorato ad una società medioevale, basata su un’economia agricola/pastorale, e quello del Sud, governato da un gruppo di ufficiali di estrazione marxista. Questi ultimi stavano cercando di modernizzare il Paese, introducendo riforme politiche, economiche, e sociali come l’istruzione universale, i servizi sanitari gratuiti, l’uguaglianza per le donne, la lotta al tribalismo. Capo dello Stato della nuova entità venne nominato il presidente del Nord, Ali Abdullah Saleh al-Amar, sciita di confessione Zaydita. Nel 2011, la Primavera Araba si diffuse in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente (compreso lo Yemen) e la posizione di Saleh al potere divenne precaria. Fu costretto a dimettersi nel 2012 e gli subentrò il suo vicepresidente Abdrabbuh Mansur al-Hadi. In cambio delle dimissioni, a Saleh, che molti volevano processare per corruzione e crimini contro l’umanità, venne concessa l’immunità. Hadi avrebbe dovuto formare un governo di unità nazionale e convocare le elezioni presidenziali anticipate, mentre Saleh continuava a ricoprire il ruolo di presidente solo di nome.

Una bella immagine del Canale di Suez con il ponte El Salam. Inaugurato nel 1869, ampliato nel 2015, nel canale transitano normalmente 80 navi al giorno, ma le incursioni degli Houthi hanno fatto ridurre il transito del 40 per cento (fonte: teknoring.com)

Invece, a sorpresa le fazioni politiche yemenite, senza voto popolare, lo scelsero come presidente per un periodo di transizione di due anni in un’elezione in cui era l’unico candidato. La sua nomina venne boicottata dagli Houthi nel Nord e dai secessionisti meridionali nel sud del Paese. Il suo mandato fu poi prorogato per un altro anno nel gennaio 2014 e i media filo-Houthi lo accusarono di voler rimanere al potere anche dopo la scadenza del suo incarico.
Infatti, nel 2015 era ancora lì e quando decise di sospendere i sussidi per il carburante, scoppiò un’altra sommossa appoggiata dai sostenitori dell’ex presidente Saleh. Il 22 gennaio Hadi fu costretto alle dimissioni dagli Houthi che avevano occupato il palazzo presidenziale. Un mese dopo, Hadi riuscì a scappare a Aden, ritirò le dimissioni, denunciò gli Houthi come golpisti e il giorno dopo corse a chiedere aiuto all’Arabia Saudita che organizzò una coalizione di Paesi a sostegno del suo governo.

Comincia la guerra civile. Ma il 4 dicembre 2017 si rimescolano le carte: gli Houthi accusano Saleh di tradimento e lo assassinano. Si cerca una soluzione politica per mettere fine alla guerra. Ma la soluzione non arriva. Anzi il conflitto diventa più cruento perché nello scacchiere intervengono nuovi attori. Oggi la situazione nel Paese resta molto fluida e cambia da un momento all’altro. Grosso modo possiamo dire che gli Houthi (il cui leader politico e spirituale de facto è Abdul-Malik Badruldeen al-Houthi) controllano attualmente la capitale Sana’a e tutto l’ex Yemen del Nord.

La spartizione delle aree fra le varie fazioni in Yemen oggi: in verde, l’area sotto il controllo degli Houthi, in rosa quella controllata dal governo, in giallo quella sotto il controllo del Consiglio di transizione del Sud. In bianco, infine, l’entroterra dove è presente Al Queda

Dopo la formazione del Consiglio di transizione meridionale (Southern Transitional Council), nel 2017 e la sua successiva conquista di Aden, le forze anti Houthi si sono frammentate, con scontri regolari tra i gruppi pro-Hadi, sostenuti dall’Arabia Saudita, e i separatisti meridionali eredi dei dirigenti di formazione marxista sostenuti (ma attenzione: un giorno sì e un giorno no) dagli Emirati Arabi. Da non sottovalutare la presenza di Al Queda – controlla fette di territorio nell’entroterra e tratti della costa –  e dell’ISIS, che hanno compiuto attacchi contro entrambe le fazioni.
Il 7 aprile 2022 il governo di Hadi si scioglie e viene formato il Presidential Leadership Council  che assume il comando della Repubblica yemenita, incorporando il Southern Transitional Council. Presidente è nominato Rashad Muhammad al-Alimi in precedenza vice di Hadi. Il Wall Street Journal nel marzo dell’anno scorso ha riportato che l’Iran ha accettato di interrompere il sostegno militare agli Houthi e di rispettare l’embargo sulle armi deciso dalle Nazioni Unite, come parte di un accordo di riavvicinamento Iran-Arabia Saudita, che ha avuto come regista la Cina.

Abdul-Malik Badruldeen al-Houthi, 44 anni, è attualmente il leader del movimento Houthi

Una riconciliazione considerata parte degli sforzi dell’Arabia Saudita per spingere gli Houthi verso una soluzione negoziale; funzionari sauditi e statunitensi hanno interpretato il concomitante comportamento iraniano come un via libera all’avvio di negoziati. Il 23 dicembre 2023, Hans Grundberg, inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, ha annunciato che le parti in conflitto si sono impegnate a discutere un cessate il fuoco. Secondo le Nazioni Unite, oltre 150.000 persone sono state uccise in Yemen, altre stime di aggiungono 227.000 morti provocati delle carestie e della mancanza di strutture sanitarie dovute alla guerra. I bombardamenti della coalizione a guida saudita sulle aree civili sono stati condannati dalla comunità internazionale. Secondo lo Yemen Data Project, la campagna di attacchi ha provocato la morte o il ferimento di circa 19.196 civili solo nel marzo 2022. Anche l’uso dei droni da parte degli Houthi contro le aree civili in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e nello Yemen meridionale sono stati condannati a livello globale. Dal 2015 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto un embargo globale sulle armi agli Houthi. Peraltro è accertato che gli Stati Uniti hanno fornito intelligence e supporto logistico alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. La stampa internazionale racconta che quest’ultima ha ricevuto un consistente aiuto di armi e denaro da parte di alcuni Paesi occidentali (soprattutto Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche l’Italia). Mentre a fianco degli Houthi sono schierati apertamente gli iraniani, i russi e, in maniera meno manifesta, i cinesi.

Da queste vicende, come si vede assai confuse e controverse, si evince che nello scacchiere yemenita è difficile definire chi è ribelle e chi è governo legittimo.

Immagine di apertura: un miliziano Houthi (foto Ansa)

Milanese, laureato in chimica, è stato per trent’anni corrispondente de "Il Corriere della Sera" dall’Africa, dove ha visitato tutti i Paesi tranne sei. È stato autore di numerosi reportage esclusivi come la liberazione in Nigeria di due tecnici dell’ENI che si è fatto consegnare dai guerriglieri. Conosce il Sudan molto bene per esserci stato decine di volte, intervistando le persone più influenti del Paese. Per le sue inchieste sui traffici d’armi è stato chiamato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a far parte del panel degli esperti per l’investigazione del traffico d’armi in Somalia. Sempre in Somalia è stato sequestrato dagli islamisti. È stato rilasciato 72 ore dopo perché conosciuto dai più importanti capi jihadisti che lo hanno difeso. E' Direttore del quotidiano online "Africa-ExPress"

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