Milano 26 Febbraio 2022

I miti scandinavi affascinano e incuriosiscono. Pur così antichi, sono ancora oggi fonte di ispirazione per produzioni teatrali e cinematografiche; eppure, risalgono ad epoche lontanissime. Bisogna tornare indietro al 1200, quando furono trascritti in Islanda, Paese che gli antichi scandinavi avevano colonizzato nel IX secolo. Non si tratta delle saghe originarie raccontate dai Vichinghi, ma di quanto restava dell’antica mitologia nordica quattrocento anni dopo il loro arrivo nell’isola.

Snorry Sturluson in una illustrazione di Christian Krohg del 1899

La versione narrativa è racchiusa in due opere fondamentali che condividono lo stesso titolo, Edda, termine di origine sconosciuta, forse derivata da óthr, “poesia” in islandese antico, anche se la teoria oggi più accreditata vuole che venga dal verbo latino ēdō “produco, diffondo, pubblico” (da non confondere con edō “mangio”). L’autore dell’Edda in prosa è il sacerdote islandese Snorri Sturluson (1178-1241). Si tratta di un manuale di poesia di corte nordica, nato con l’intento di preservare la conoscenza e l’arte poetica degli scaldi, i poeti che vivevano presso le corti dei re scandinavi e che nelle composizioni utilizzavano le kenningar, metafore molto elaborate. Metafore che sostituivano parole semplici con espressioni sofisticate; così il braccio diventava il trespolo del falco, la spada il lampo della battaglia. Per ragioni ancora non del tutto chiare, gli Islandesi avevano assunto una sorta di monopolio culturale: erano diventati i migliori nel mondo nordico a comporre poesia di corte.

La scultura Sólfar (nave del sole), opera in acciaio dello scultore  islandese Jón Gunnar Árnason, ispirata alle navi vichinghe, collocata nei pressi del porto di Reykjavik nel 1986 per celebrare i 200 anni dalla fondazione della città

L’altra fonte narrativa principale, nota come Edda poetica, è un’antologia di poemi di argomento mitologico ed eroico, tramandata da un copista anonimo in un manoscritto della fine del 1200, un piccolo e scarno libretto delle dimensioni di un tascabile, che per la sua importanza storica è considerato uno dei tesori nazionali dell’Islanda. Non si sa nulla della storia del manoscritto fino al 1643, quando fu scoperto da Brynjólfur Sveinsson, vescovo di Skálholt, nel sud-ovest dell’Islanda. Al manoscritto mancava un titolo e Brynjólfur lo chiamò puntualmente Edda (riprendendo il nome dell’opera di Snorri). Da quel momento l’opera fu nota come Edda poetica, mentre quella di Snorri come Edda in prosa. Gli occorreva anche un autore e il vescovo pensò che un’opera così importante era degna del dotto prete Sæmundr Sigfússon (1056-1133), conosciuto dalla tradizione come un grande sapiente.

Il dio Odino con i lupi Geri e Freki e i corvi Huginn e Muninn, come compare nell’illustrazione del libro “Walhall” di Felix e Therese Dahn del 1888

Il vescovo donò il manoscritto al Re danese Frederik III (da qui il nome in seguito assegnato al manoscritto, Codex Regius) e il volume fu conservato per secoli presso la Biblioteca Reale di Copenaghen, per essere restituito all’Islanda solo nel 1971, dopo una lunga e complessa vicenda giudiziaria che si concluse con l’impegno da parte della Danimarca di restituire tutti quei manoscritti che potessero essere considerati patrimonio culturale dell’isola. Per l’epoca della composizione dei poemi la maggior parte degli studiosi si accorda nell’indicare un ampio periodo fra l’880 e il 1200, con un culmine dell’attività creativa nel X secolo. I primi dieci canti sono di argomento mitologico e riguardano le imprese degli dei; i seguenti diciannove sono di argomento eroico, incentrati sulle gesta degli eroi dei Völsunghi, tra cui spiccano Helgi e Sigurðr .

La raccolta dell’Edda poetica inizia con la celeberrima Völuspá, “Profezia della veggente”, che inquadra la cosmogonia nordica e prevede la battaglia alla fine dei tempi resa famosa dall’opera Il Crepuscolo degli dei di Richard Wagner. Le potenze nemiche degli dei avanzano da tutte le direzioni. Il cielo trema, le rocce si fendono. Odino, il padre degli dei, affronta il lupo Fenrir e ne viene divorato, ma il figlio Vidhar lo vendica uccidendo il lupo; Freyr cade per mano di Surt, il gigante del fuoco; Thor si fa incontro all’orrendo Serpente oceanico e lo uccide, ma cade a sua volta atterrato dalle esalazioni del mostro.

Uno suggestivo panorama islandese (foto di Peter Stewart)

Allora il Sole si spegne, la Terra affonda nel mare, le stelle cadono dal cielo: c’è soltanto fuoco e fumo e un gran calore si sprigiona. Dopo la fine di questo mondo, ne sorgerà un altro dove la coppia umana, Sif e Sifthrasit, sopravvissuta alla catastrofe, darà origine a una nuova stirpe umana, e un’era nuova si svolgerà sotto la sovranità di Baldr risorto. Curioso il parallelismo nella tradizione mitologica a noi pervenuta, con il Cristianesimo: dal mito del diluvio universale, a Odino impiccato e trafitto da una lancia che ricorda la crocifissione di Cristo, alla resurrezione del Dio Baldr.

Non si può in questo contesto non ricordare il poema epico Kalevala composto da Elias Lönnrot a metà Ottocento sulla scorta di poemi e canti popolari finlandesi, dove si narra della nascita del mondo e della Finlandia. Poema che per il popolo finlandese è divenuto il fondamento dell’identità nazionale.

Robert Wilhelm Ekman, “Ilmatar”, 1860, olio su tela, Galleria Nazionale Finlandese, Helsinki

All’inizio c’era un essere che viveva solo nel cielo. Era Luonnotar (o Ilmatar), la bella figlia dell’aria, che, essendo annoiata, scese dal cielo per posarsi sul mare. Dopo qualche tempo, vide un’aquila che volava ormai da giorni in cerca di un luogo fermo dove riposarsi; alzò il ginocchio per aiutare l’uccello e questo, credendo che fosse un’isola, si posò e fece il suo nido. L’aquila depose sei uova d’oro e una di ferro e iniziò a covarle. Luonnotar, nonostante avvertisse il caldo sul suo ginocchio, cercò di resistere, ma presto cedette e, dopo essersi mossa dal dolore, fece cadere in mare le uova che si ruppero. I gusci si distesero e formarono la volta del cielo e la superficie della terra. I tuorli formarono le stelle, il Sole e la Luna. I frammenti dell’uovo di ferro divennero nubi. Passarono giorni e Luonnotar, vedendo che il mondo era troppo piatto, si alzò e iniziò a creare le baie, i promontori, gli abissi marini, le montagne. Si adagiò al sole ad asciugare i capelli intrisi di acqua e con le braccia distese formò le vaste pianure. E dove la dea aveva posato il suo capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d’argento.

Immagine di apertura: Anthony Hopkins è Odino nel film Thor del 2011, regia di Kenneth Branagh

Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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