Firenze 19 Dicembre 2020
Tutto a misura di bambino. Pareti colorate, video d’animazione, mini arredi, giochi e il verde di un bellissimo parco. Un’intera struttura pensata in funzione dei più piccoli. L’immagine richiama un campo di divertimenti. In realtà parliamo del Meyer di Firenze, l’Ospedale dei bambini, nato alla fine dell’Ottocento per iniziativa di un gruppo di nobili signore fiorentine, cui dette un cospicuo e determinante finanziamento Giovanni Meyer, gentiluomo russo residente nella città toscana. Oggi è punto di riferimento per la pediatria nazionale ed europea e eccellenza italiana nella ricerca scientifica, nelle metodologie di cura e, non di meno, per l’accoglienza riservata ai bambini e alle loro famiglie.

Un presidio dove il sorriso è parte integrante della terapia e, dove alle elevate competenze sanitarie, si affianca una cura speciale: quella di far sentire, per quanto è possibile, i bambini come a casa propria. Dal gioco al teatro in ludoteca, dai clown in corsia alla pet therapy, fino alla musica. Tutti gli interventi di animazione in ospedale sono supportati dalla Fondazione Meyer, attiva dal 2000 sul fronte della comunicazione e della raccolta fondi. La Fondazione sostiene l’accoglienza, la cura e il benessere del bambino, investe nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica, nella formazione degli operatori.

Così nel numero di Natale abbiamo deciso di dedicare uno spazio a chi riesce a rendere speciale per i bambini anche un momento così delicato come la malattia, dando la parola al professor Gianpaolo Donzelli, Presidente della Fondazione Meyer, Ordinario di Pediatria dell’Università di Firenze e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, dopo aver ricoperto il ruolo di Presidente del Comitato etico pediatrico del Meyer ed essere stato membro del Comitato Etico Nazionale della Società Italiana di Pediatria (SIP).
«Partiamo da un’immagine: la finestra della nostra vita, da cui ne vediamo tutti i momenti più significativi – dice Donzelli -. Quando però si ammala una persona a noi cara, allora è questa l’immagine che sovrasta tutte le altre. In particolar modo quando si ammala gravemente un figlio. Questo, più di tutto, deve far capire a noi professionisti della salute che cosa significa entrare in contatto con una famiglia in cui un bambino si è ammalato gravemente. Quella diventa l’immagine dominante. Il medico può scegliere di dare un se stesso accogliente, attento, che ascolta, tenendo presente che questi aspetti non sono addizionali, o sfumature quasi “romantiche”, tenere, come spesso vengono considerate, ma che svolgono un ruolo chiave nella nostra professione».
Lei crede che la classe medica sia preparata a farlo?
«È il principale cambiamento che ci viene richiesto oggi: mettere al centro la persona e non la malattia. Negli ultimi cinquant’anni la medicina si è rinchiusa nel castello della scienza, forse a ragione, se consideriamo i progressi tecnologici (tanti) da assimilare. Mettendo in un angolo il rapporto con la persona, ha curato più il rapporto con l’organo che con il malato. Oggi dobbiamo ricostruire la relazione tra medico e paziente, a partire da tre elementi fondamentali: lo spazio, il tempo e la parola, che danno sostanza alla relazione».

Come riuscite a rendere tutto questo realtà all’Ospedale Meyer?
«Il luogo di cura è molto importante per facilitare la relazione. Il nostro ospedale è pieno di colore, i materiali usati sono caldi, ci sono bagni pensati per bimbi. È un ambiente che “abbraccia” affinché il bambino possa continuare a vivere la sua esperienza, soprattutto quella fondamentale del gioco. Sono presenti tutti gli elementi della sua vita normale: la lettura della favola, la musica, l’attività sociale, l’attività all’aperto a contatto con la natura, l’orto e il giardinaggio. La cura che diamo loro non si limita alla terapia, curiamo anche le loro anime. La Fondazione sta per pubblicare una collana di libri dedicata alla cura spirituale in ospedale».
Ci vuole raccontare alcuni tra i progetti più riusciti?
«Abbiamo ideato Il Doppiatore, un progetto dedicato ai teenager che affrontano lunghi periodi di degenza: un professionista ha insegnato la tecnica del doppiaggio ai ragazzi, che poi hanno rivisto film famosi e sentito la loro voce dare interpretazione ai personaggi. Un risultato strepitoso tra gli adolescenti. Per i più piccoli abbiamo realizzato Ludobiblio, a metà tra una ludoteca e una biblioteca. Uno spazio a cui i bambini in ospedale possono sempre accedere per trovare un libro. Libro che diventa anche strumento terapeutico grazie ai volontari che vengono a leggere le fiabe nel momento che precede il sonno».
La Fondazione Meyer ora si sta occupando di costruire all’interno dell’ospedale un’area dedicata all’arrivo dei piccoli pazienti dove possano essere accolti da tutto il personale. «In modo da rendere il ricovero un momento privilegiato e importante per i bambini, per le loro famiglie e per gli operatori sanitari. La relazione esiste se c’è un riconoscimento della persona» conclude Donzelli.
Immagine di apertura: un’automobile coloratissima all’ingresso dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, uno dei più antichi d’Italia, simboleggia l’allegria con cui la struttura accoglie i piccoli malati (foto: Ospedale Meyer)




