Firenze 25 Settembre 2021

Non trovare le chiavi di casa prima di uscire o non ricordare il nome di una persona che incontriamo dopo molto tempo per molti di noi è come scoprire le prime rughe. Segnali di che ci mettono in allarme. Ma davvero le dimenticanze sono avvisaglie dell’invecchiamento o, come al solito, la sottolineatura deriva dai troppi pregiudizi sulla vecchiaia?

Scott. A. Small, neurologo statunitense, Direttore del centro di psichiatria e neurologia della Columbia University di New York, sostiene una nuova visione delle dimenticanze come un processo positivo per la mente

Una risposta interessante viene dagli studi di Scott A. Small, rinomato professore di neurologia e psichiatria presso la Columbia University di New York e Direttore del Centro Ricerche sulla malattia di Alzheimer. Le nostre abituali dimenticanze, di nomi, di date e persino delle chiavi di casa, non sempre son anticipazioni di una possibile sofferenza cerebrale. Dimenticare, per quanto possa essere in alcuni casi una esperienza frustrante o imbarazzante, è spesso un efficace sollievo per la nostra mente, ma soprattutto migliora le nostre capacità cognitive, la creatività, il senso di benessere. Quindi le piccole amnesie quotidiane non devono suonare come allarme di una senescenza cerebrale che arriva in anticipo rispetto all’età cronologica, o un primo segnale di una grave patologia come la malattia di Alzheimer. Al contrario, Scott A. Small nel suo saggio appena pubblicato da Crown/Penguin Random House, Forgetting (Dimenticare) sostiene i benefici del non ricordare come recita il sottotitolo del libro, The benefits of not remembering (i benefici del non ricordare).
Negli anni la psicologia, la psicoanalisi, la neurologia hanno dato spiegazioni non sempre concordanti sul fenomeno delle amnesie sia pure da prospettive diverse e specifiche per ogni singola scienza. Dalla amnesia come rimozione, sotto la soglia della coscienza, di un pensiero o di un ricordo inaccettabile, secondo la psicoanalisi, meccanismo di difesa dell’io, alla più semplice amnesia dissociativa spesso a breve termine, in cui la persona si distacca dai ricordi in seguito a stress o traumi. Ma la visione più frequente del dimenticare è quella che vede protagonista la medicina che tradizionalmente considera il dimenticare un fenomeno da studiare in quanto espressione di una possibile patologia cerebrale.

La medicina moderna ha enfatizzato le amnesie come primo segnale di un decadimento cerebrale. Le ultime ricerche hanno scoperto invece la loro funzione positiva: aumentano la nostra capacità di adattarsi ai cambiamenti e la creatività (foto di Gerd Altmann)

Uno dei tanti casi di “medicalizzazione” della salute citando una espressione di Ivan Ilich (filosofo, storico, pedagogista austriaco) del suo libro Nemesi Medica (Arnoldo Mondadori) pubblicato nel 1976, una critica feroce della società attuale come  «una società morbosa che chiede una medicalizzazione universale e una istituzione medica che attesti una universale morbosità». Un libro ingiustamente dimenticato.
Oggi sappiamo che le piccole amnesie sono normali e il dimenticare è una delle funzioni più importanti del cervello. Anzi, le amnesie che non intralciano le nostre attività quotidiane, non costituiscono un difetto della memoria. Tutt’altro. Dalle Neuroscienze sappiamo che dimenticare rende il cervello, quindi la mente, più efficiente. C’è un dimenticare passivo, come nell’età avanzata e nelle malattie neurodegenerative in cu il passato diviene sempre più sbiadito, e un dimenticare attivo regolato da un gruppo di proteine con il compito di indebolire le connessioni tra i neuroni, indicate come “molecole dell’oblio”, di cui una delle più importanti è la RAC1. La sua mancata attivazione rende più difficile il dimenticare favorendo la rigidità comportamentale, uno dei sintomi che troviamo nell’autismo. Le connessioni tra le cellule nervose (i neuroni) avvengono mediante i dendriti, fibre che si diramano attorno e più nel dettaglio, mediante le cosiddette spine dendritiche, dove il contatto con gli altri neuroni avviene mediante messaggi chimici (i neurotrasmettitori). Lo spessore delle spine dendritiche aumenta con la rievocazione del ricordo o diminuisce quando entrano in azione le molecole dell’oblio, come l’RAC1.
La funzione del dimenticare serve ad adattarsi ai cambiamenti e ad essere più creativi. Small parla di “alchimia cognitiva”, che favorisce associazioni spontanee tra ricordi ed idee, lasciando così spazio alla creatività. Un ruolo importante nella funzione del dimenticare spetta al sonno che non avrebbe soltanto lo scopo di assicurare il recupero delle energie fisiche e psichiche. Dormiamo anche per dimenticare, per disimparare, per sfrondare il nostro cervello dal superfluo e liberare spazio, secondo quanto afferma Small. La maggior parte degli stimoli che ci arrivano nel corso della giornata e che molto spesso non hanno una importanza tale da arricchire la nostra mente o aiutarci nel prendere decisioni giuste, vanno estirpate come le erbacce a favore di informazioni importanti da ricordare.
Il consolidamento nel sonno, di quanto abbiamo appreso nelle ore diurne era già conosciuto. Oggi sappiamo, grazie al lavoro di Scott A. Small, che il sonno ha anche la funzione di cancellare il superfluo, contribuendo a potenziare le nostre capacità creative, assicurando nel contempo un riposo profondo.

Immagine di apertura: foto di Fathromi Ramdlon

Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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