Milano 27 Aprile 2025
Questo aprile che sta volgendo al termine, sarà ricordato come il mese più incerto e complesso di sempre per quanto riguarda il destino dei nostri risparmi. Tutto è iniziato proprio ai primi del mese, il giorno 2 per l’esattezza, quando il presidente Usa Donald Trump ha annunciato la decisione di imporre i dazi sull’importazione di una serie di prodotti.

Subito osservatori ed economisti hanno lanciato l’allarme su una quasi certa ripresa dell’inflazione in tutto il mondo, accompagnata con ogni probabilità da recessione e tracolli finanziari. Sono state addirittura evocate le grandi crisi del passato, da quella del 1929 a quella più recente della pandemia da Covid. Le Borse sono crollate e con esse il dollaro, ritenuto improvvisamente meno stabile e affidabile. Di colpo i tradizionali approdi del risparmio privato sono diventati meno sicuri. L’incertezza, insomma, ha preso il sopravvento, obbligando banche e gestori del risparmio a cambiare vecchi parametri e strategie consolidate. Ma l’incertezza è anche la peggiore nemica dei mercati. Come affrontarla per limitare il più possibile i danni? La prima cosa da fare è un riposizionamento dei propri investimenti. Sia quelli riguardanti il cosiddetto reddito fisso (Bot, Cct e Btp) che notoriamente è preferito dai piccoli risparmiatori italiani, sia quelli sul mercato azionario, direttamente o attraverso i fondi comuni, destinati a soggetti più esperti o più semplicemente disposti a correre qualche rischio in più. Ebbene, nel primo caso è bene rivolgersi ai titoli di Stato e ai bond emessi da primarie società private, che offrono buoni rendimenti e un elevato grado di sicurezza. Senza contare l’estrema facilità di approccio alla compravendita tramite la rete degli sportelli bancari. Proprio di recente l’autorevole agenzia internazionale Standard & Poor’s ha migliorato il giudizio di affidabilità dell’Italia, aggiungendo così un ulteriore elemento di garanzia.

La scelta migliore in questo momento è, a detta degli esperti, quella di privilegiare i titoli del Tesoro a scadenza più breve, che offrono rendimenti tra il 2 e il 2,7%, più o meno il livello del tasso sui depositi (2,25%) che la Bce, la Banca centrale europea, ha stabilito poche settimane fa per banche e istituzioni finanziarie. Per fare qualche nome, si va dai Bot con scadenza 12 dicembre 2025 e 14 aprile 2026, fino ai Btp (Buoni del Tesoro poliennali) con scadenza 28 agosto 2026 e 15 febbraio 2027. Allungando la durata si possono spuntare rendimenti un po’ più elevati ma in questa fase è forse il caso di soprassedere, perché il rischio cresce a fronte di una convenienza proporzionalmente maggiore. E veniamo ai titoli azionari. Qui, come già detto, occorre avere un background finanziario più specifico. La ricetta tradizionale in questo caso è quella di puntare sui titoli cosiddetti “difensivi”. Si tratta, in sostanza, delle azioni di società che possono contare su flussi di cassa stabili e su una minore vulnerabilità ai repentini cambi di umore del mercato. In genere in questa categoria vengono collocate le aziende che operano in particolari settori, in primo luogo quello alimentare e il farmaceutico. Il motivo è semplice: si presuppone che anche nei periodi di crisi dell’economia il consumatore medio sia costretto a rinunciare all’acquisto di beni non essenziali, ma non possa fare a meno di quelli indispensabili a vivere e a curarsi. Un’interpretazione più estesa della categoria difensiva comprende poi altri comparti, come quello del lusso (le fasce più ricche della popolazione non rinunciano ad un tenore di vita elevato anche nelle fasi di crisi economiche momentanee) e quelli definiti genericamente “di pubblica utilità”, i cui prodotti (energia, acqua e gas) sono regolamentati e quindi hanno una domanda stabile, oltre a beneficiare del recente taglio dei tassi di interesse.

Per restare in Italia, le società del comparto vanno da Terna (reti di trasmissione dell’energia elettrica) a Enel (elettricità e gas), da Snam (primo operatore europeo nel trasporto del gas naturale) a Hera e A2a. Ma in questo momento i titoli che resistono meglio ai nuovi dazi vanno ricercati anche tra le azioni di società con una forte presenza globale, in grado di bilanciare parzialmente l’export negli Usa diventato più costoso. L’aumento degli investimenti militari da parte dei Paesi europei rappresenta infine un’ulteriore opportunità. In questo comparto rientra una società italiana leader mondiale. Si tratta di Leonardo, a controllo pubblico (il 30% delle azioni, vale a dire la maggioranza relativa, fa capo al Ministero dell’Economia). Il titolo, però, ha già fatto molta strada (nei primi tre mesi dell’anno il prezzo è passato da 29 a 45 euro), il che potrebbe rendere meno conveniente l’acquisto in questo momento.
Le aziende esportatrici (in particolare negli Usa) saranno invece costrette ad aumentare i prezzi, con la conseguenza da un lato di innescare l’inflazione e dall’altro di frenare la domanda. Una delle prime società a ritoccare i listini è stata per esempio la Ferrari, che ha già annunciato una revisione della propria politica commerciale, con un aumento fino al 10% per alcuni modelli destinati all’export Oltre Oceano. La casa di Maranello prevede comunque di dover rivedere i propri margini di redditività a causa dell’effetto dazi.
Immagine di apertura: foto di RaBe




