Milano 26 Ottobre 2021

«Caro Viafora vieni subito alla stazione di Polizia nella 67ma strada perché mi hanno preso non so perché. Tuo Enrico Caruso». Questo bigliettino stringato (oggi conservato al Museo della Scala) – inviato a Gianni Viafora, marito della sua maestra di canto e soprano novarese Gina Ciaparelli – lasciava trapelare uno scambio di persona, favorito dall’abbigliamento sgargiante, tipico dei guappi che infestavano la New York d’inizio Novecento. L’anno potrebbe essere il 1903 alla vigilia dell’esordio del cantante (23 novembre) al Metropolitan Opera House con il Rigoletto di Verdi. Caruso (1873-1921) all’epoca aveva già trionfato sui palcoscenici di San Pietroburgo e Buenos Aires ma negli States non era molto conosciuto. Il  New York Times pubblicò una sua foto nelle vesti del Duca di Mantova nel Rigoletto: fu la consacrazione della fama e di una carriera che si annunciava folgorante.

Enrico Caruso negli Stati Uniti incise i suoi successi con la casa discografica “Victor”. Qui è la “Bohème” di Giacomo Puccini

Mentre gli altri cantanti erano diffidenti verso le nuove tecnologie, Caruso intuì le potenzialità artistiche ed economiche della discografia. I dieci dischi con arie d’opera incisi nel 1902 per la casa discografica inglese Gramophone & Typewriter Company lo fecero conoscere in tutto il mondo, moltiplicando i suoi  ingaggi e facendo lievitare il suo cachet. L’aria Vesti la giubba dall’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, incisa negli Stati Uniti per la casa discografica Victor, fu il primo disco a superare il milione di copie vendute. Caruso, ormai era ricco ma anche molto generoso, aiutava i connazionali in difficoltà e durante la I° Guerra Mondiale tenne concerti per i soldati.
Le sue origini erano umili: nato a Napoli il 25 febbraio del 1873 da Marcellino, un operaio metalmeccanico emigrato nella città partenopea da Piedimonte Matese (Caserta) e da Anna Baldini, una domestica, non aveva ancora terminato le elementari quando fu avviato all’apprendistato di operaio in fonderia. Si iscrisse al ginnasio serale (era appassionato di disegno) e frequentò il coro della chiesa del quartiere napoletano di San Carlo all’Arena con la voce di contralto sotto la guida del sacerdote Giuseppe Bronzetti. Il giovane Enrico per vivere intonava melodie in strada e nelle case in occasione di feste private.

Enrico Caruso al “Metropolitan Opera House” di New York nel 1915

Un giorno mentre cantava nella chiesa di Sant’Anna al funerale del compositore Saverio Mercadante, venne notato dal baritono Edoardo Misiano che lo presentò al maestro Guglielmo Vergine. Caruso aveva diciassette anni e la sua voce si era trasformata in tenorile tendente al baritonale. Non bastava il dono naturale; occorreva sottoporsi ad una educazione didattica per portarlo a prestazioni eccellenti, soprattutto nei toni più acuti. Poco più che ventenne non fu reclutato al teatro Mercadante di Napoli. Tuttavia, il maestro Vergine continuò a perfezionare la sua voce, convincendo alcuni impresari a ingaggiarlo per eseguire Cavalleria Rusticana, Faust e Rigoletto in teatri minori. La giusta gavetta gli servì a crescere professionalmente. Da lì cominciarono apparizioni sempre più frequenti nei teatri campani e avvenne anche la prima esibizione all’estero, in Egitto. Seguirono due incontri importanti: quello con il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, con cui lavorò un’intera stagione estiva a Livorno e con il soprano fiorentino Ada Botti Giachetti, già sposata con un bambino, conosciuta proprio in questa occasione (lei interpretò Mimì nella Bohème accanto a lui al Teatro Politeama). Con Ada ebbe una lunga relazione durata oltre dieci anni da cui nacquero due figli, Enrico j. e Rodolfo e per lei comprò la Villa Bellosguardo, a Lastra a Signa (Firenze), che adesso ospita il museo a lui dedicato.

A. Galli, “Ritratto di Anna Botti Giachetti”, 1907, olio su tela, Museo Enrico Caruso, Lastra a Signa (Firenze)

La loro storia d’amore finì in tribunale perché Anna lo lasciò, scappando con l’autista che, con la complicità della donna, cercò di estorcere denaro all’artista. Nel 1910, diretto da Arturo Toscanini, Caruso cantò nella prima mondiale della Fanciulla del West di Giacomo Puccini. Ormai era il tenore più grande e popolare al mondo. L’organizzazione criminale La Mano Nera antesignana di Cosa Nostra, cercò di estorcergli del denaro, ma Caruso non cedette al ricatto. Preferiva fare beneficenza ai poveri immigrati italiani. Purtroppo durante le prove del Sansone e Dalila al Metropolitan di New York ci fu un incidente: il crollo di una scenografia in cartapesta colpì il tenore al fianco causandogli la rottura delle costole. Casualità o gesto criminale? I postumi dell’incidente gli provocarono una emorragia durante una recita che venne interrotta. Il 25 Dicembre del 1920 mentre si trovava a Sorrento, il cantante cominciò ad accusare un dolore che divenne presto insostenibile, cui seguì la diagnosi di pleurite infetta. Venne operato il giorno prima di Capodanno previo consulto dal medico Giuseppe Moscati. Ritornato in America Caruso, abbandonò le scene perché era in condizioni gravi. Decise di finire i suoi giorni a Napoli.

Enrico Caruso con la moglie americana Dorothy Benjamin, sposata nel 1918, e la figlioletta Gloria

Partì con la moglie Dorothy, la figlioletta Gloria e il fratello Giovanni. Morì nella città partenopea, al Grand Hotel Vesuvio, il 2 agosto 1921 e fu sepolto in una cappella privata nel cimitero di Santa Maria del Pianto. Anni dopo il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, scelse la sua ultima dimora vicino al grande cantante. A Napoli il 2 agosto del 2021, in occasione del centenario dalla morte, nell’abitazione dove nacque il tenore è stato inaugurato il Museo Casa Natale Enrico Caruso. Un debito pagato dopo un secolo di indifferenza della sua città. Gli appassionati possono ammirare lettere, foto, caricature, locandine, un grammofono dei primi anni del Novecento e un bastone da passeggio molto amato dal tenore. Ma anche la villa di Lastra a Signa oggi è un museo. Un percorso che, stanza dopo stanza, permette un incontro ravvicinato con l’artista: disegni, acquarelli, autocaricature, locandine, programmi realizzati in tutto il mondo e l’interessante esposizione di grammofoni e fonografi. A Hollywood, lungo la Walk of Fame il contante napoletano è fra i pochi italiani che hanno ricevuto l’onore di una stella a cinque punte nel viale che celebra la gloria del cinema. Una straordinaria testimonianza d’affetto per l’artista che fece innamorare l’America.

Immagine di apertura: Enrico Caruso nell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo nel 1908

Filippo Senatore
Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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