Firenze 27 Aprile 2025
Ho lavorato dall’inizio degli anni Settanta, per trent’anni, nell’Ospedale I Fraticini di Firenze, dedicandomi, insieme ai colleghi, alla riabilitazione di chi aveva subito un danno cerebrale, una paralisi estesa ad una metà del corpo, spesso associata alla perdita del linguaggio. Ero rientrato da poco dall’Inghilterra, dopo una esperienza durata tre anni presso un grande ospedale geriatrico con annessa Unità Psicogeriatrica, dove i principi del recupero funzionale dei neurolesi erano pratica quotidiana. Quindi non più pazienti destinati alla cronicità e alla dipendenza, pressoché totale, dall’aiuto ambientale, ma individui restituiti alla famiglia e alla società in condizioni di autosufficienza. A pensarci, iniziava allora un periodo di vera e propria rivoluzione culturale non solo in campo medico, ma anche sociale, dove molti concetti venivano ribaltati.

Su quali basi avveniva il superamento di una compromissione dei movimenti di metà del corpo, spesso associata ad una perdita del linguaggio? Che cosa avveniva all’interno di quella scatola cranica dove c’era un cervello ritenuto all’epoca immutabile dopo il suo sviluppo, non oltre i primi venti anni di vita? Un vero e proprio affascinante rompicapo per chi, come noi medici, osservava il miracolo dell’Alzati e cammina!. I pazienti – non tutti ma una buona parte – riprendevano l’uso degli arti lesi e noi non sapevano dare una spiegazione.
Cominciò allora a farsi strada l’idea che il cervello potesse modificarsi, anche negli organismi adulti. Il concetto non sembrava più così impossibile. Destarono in me grande interesse i singolari esperimenti sui topi effettuati presso l’Università di Berkeley da Marian Diamond, scomparsa nel 2017, docente di Neuroanatomia, che qualche anno dopo ad un congresso internazionale su Aging Brain a Mantova, scoprii essere una bionda dal fascino hollywoodiano. La ricercatrice aveva individuato differenze evidenti tra i topi allevati in un ambiente ricco di stimoli (una specie di parco giochi pieno di giocattoli colorati e sufficientemente ampio da permettere agli animali di correre e di interagire), rispetto ad un gruppo di topi tenuti in cattività.

I primi avevano sviluppato un cervello più grande, più ricco di vasi sanguigni e una crescita delle ramificazioni (dendriti) delle cellule nervose (i neuroni) e un aumento delle connessioni (sinapsi) tra le cellule stesse. Una tra le tante scoperte storiche (cui ne seguirono tante altre) a conferma del concetto della neuroplasticità cerebrale. Grazie a questi studi sempre più frequenti e incoraggianti cominciò ad affermarsi la possibilità che, anche in età adulta e perfino in vecchiaia, il cervello non vada inesorabilmente verso un “vuoto a perdere”, ma continui ad evolvere per un continuo arricchimento di connessioni e perfino di cellule. Da questo nuovo concetto è scaturito un filone di ricerca che cerca di individuare “nicchie” di neurogenesi spontanea (nascita di nuovi neuroni), anche nel cervello completamente sviluppato, per poterne favorire il potenziamento. E molte ricerche hanno dimostrato che le cellule dell’ippocampo (una struttura situata al centro del cervello a forma di cavalluccio marino, una sorta di archivio della memoria) anche in età matura si riproducono ed aumentano di numero. Lo ha dimostrato una ricerca molto nota sui tassisti di Londra, che devono mandare a memoria le tantissime strade di una metropoli con milioni di abitanti. Utilizzando la risonanza magnetica, si è scoperto che in loro l’ippocampo si sviluppa molti di più di quanto avviene in individui che fanno altri lavori. Eppure il loro addestramento avviene in età adulta. Quindi questo processo sembra possibile anche in età avanzata, anche se ha bisogno di ulteriori conferme.

I fattori che favoriscono la neurogenesi possono essere sintetizzati in tutto quanto funziona da stimolazione ambientale: dall’impegno lavorativo a qualsiasi tipo di interesse per quello che ci circonda; dall’attività fisica al piacere estetico, dal coinvolgimento emotivo nelle relazioni con gli altri allo studio di argomenti nuovi e diversi dalla nostra formazione culturale; ogni tipo di attività ludica (dalla danza al canto) che impegni corpo e mente. Tutti fattori che sembrano aumentare la nostra riserva cognitiva (memoria, apprendimento), mantenere in attività i nostri neuroni, stimolare le loro connessioni e il loro numero.
Le conoscenze dei progressi scientifici nello studio del cervello oggi sono offerte ad un pubblico sempre più numeroso da una vasta letteratura scientifica presentata dai ricercatori stessi, spesso anche abili divulgatori, uscendo dalla aule dell’università e dai laboratori di ricerca. Ma non è facile scegliere tra le tante pubblicazioni quelle che possono essere utili. Una di queste è La fioritura dai neuroni di Michela Matteoli, Direttore del programma di Neuroscienze presso l’Istituto Clinico Humanitas di Milano e Professore Ordinario di Farmacologia ad Humanitas University, pubblicato di recente da Sonzogno. Un’ottima guida, un regalo a noi stessi e ai nostri amici. Si tratta di una visione panoramica del cammino delle Neuroscienze di questi ultimi anni: dall’informazione più attenta e attuale sul cervello ai suggerimenti per vivere sani e più a lungo.
Conoscere il nostro cervello può essere premessa importante per comportamenti che assicurino salute, benessere, sviluppo delle nostre potenzialità fino al termine dell’esistenza. Evitiamo così di dare ragione ai pregiudizi negativi sulla vecchiaia.
Immagine di apertura: i classici taxi neri londinesi




