Milano 27 Settembre 2025
«A cinquantatré anni Casanova, da tempo non più spinto a vagare per il mondo dal giovanile piacere dell’avventura, ma dall’inquietudine dell’avanzante vecchiaia, fu preso da una così intensa nostalgia per la sua città natale, Venezia, che cominciò a girarle intorno simile a un uccello che vien giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute. Negli ultimi dieci anni di esilio aveva già rivolto ripetute suppliche al Consiglio dei Dieci».

Il celebre incipit letterario dedicato all’avventuriero veneziano dallo scrittore austriaco Arthur Schnitzler, nell’ormai lontano 1919, oggi ha una risonanza particolare, trecento anni dopo la nascita. Esso testimonia infatti molto più che la rappresentazione immaginaria di una vita errabonda, vista attraverso la prospettiva storica della Grande Guerra; è un esempio piuttosto di tutto ciò che è andato accumulandosi intorno alla sua figura, generazione dopo generazione, un po’ come se i suoi vari interpreti si fossero divertiti a infilarle abiti di scena per colorirne la leggenda più che a svelarne l’identità.
Casanova, dunque; un cognome cui è sufficiente togliere la maiuscola per trasformarlo in tipo umano esemplare, un casanova appunto, libertino e teatrale, mentalmente instabile ma non violento, politicamente inquieto ma di fondo conservatore, tecnicamente padrone del gioco di seduzione e tuttavia sempre sul punto di lasciarsi infettare dallo stesso virus di cui è portatore.

Se invece gli si restituiscono le maiuscole, Giacomo Casanova si presenta come personalità complessa e ricca di sfaccettature; letterato e agente segreto, diplomatico e artista, filosofo e retore. Nonché poeta, come un po’ a sorpresa testimonia la raccolta dei suoi versi pubblicata dalla editrice De Piante, Obbedisco all’amore seguendo una selezione di Piero Chiara. Si tratta di composizioni per lo più d’occasione, di valore discontinuo e spesso gravate da settecenteschi abbellimenti mitologici, il cui metro rispecchia lo stato d’animo dell’autore: odi, sonetti, epistole, madrigali adattati alla vena del momento, con alternanza di veneziano, italiano e francese (la lingua cosmopolita del tempo). Recuperate da antiche edizioni, archivi poco frequentati, manoscritti noti esclusivamente a quella razza eccentrica e aristocratica di studiosi nota come “casanovista”. Tuttavia l’originalità del libro risiede nel fatto che il “casanovista” in questione è Piero Chiara, lo scrittore di Luino dal tratto realistico e ironico che i lettori italiani conoscono bene (se non altro per il successo del film La stanza del Vescovo, interpretato splendidamente da Ugo Tognazzi nel 1977). Obbedisco all’amore rispecchia dunque anzitutto la personalità dello stesso Chiara, che aveva raccolto nel tempo materiali e recensioni sul Casanova, senza però decidersi a tradurli in una biografia.

Che cosa lo aveva attirato? Certamente la capacità di fare della propria vita uno spettacolo, destinato a culminare nella descrizione picaresca della fuga dal carcere veneziano dei Piombi. Ma ancora di più lo snodarsi teatrale della sua carriera attraverso le corti di tutta Europa, lo sforzo di renderla in sé un’opera d’arte inimitabile, anche quando il declino fisico incomincia a tingerla di malinconia. La stessa attrazione provata da Piero Chiara per un altro beniamino dei suoi ritratti, Gabriele d’Annunzio; quasi variante di un Casanova trasferito nel Novecento.

Obbedisco all’amore, però, è tutt’altro che un trattato erotico: vi compare piuttosto l’ironia matura dell’avventuriero che ha smesso di credere nei suoi stessi impulsi e negli entusiasmi per il genere femminile. Lo testimonia ad esempio la poesia Risposta: Dopo che ho visto che de la natura/ Xe lezze indispensabile il crepar/ El mio dover me son desposto a far/ De sommesso mortal in positura. Ridendo, ho desprezzà sta vil fattura/ ma senza fren no l’ho lassada andar,/ E l’ho obligada sempre a ben pesar/ Lezze d’onor, nemiga de bruttura. Ho bu donne, ho zogà, son corso al chiasso/ Ho urlà, ho sprezzà, e de le mie passion/ Non son sta schiavo, ma le m’à dà spasso. De no sconderme ho fatto profession/ E se a far de vu altre ogn’erba fasso/ Ho fatto mal. me lo dirà Pluton.
Traducibile liberamente in endecasillabi del tipo: Dopo aver visto come di natura/ regola inevitabile è il morire/ mi son disposto a fare ciò che devo/ sottomesso al mio ruolo di mortale. Ridendo ho disprezzato tal destino/ né l’ho lasciato fare ciò che vuole/ ma l’ho sempre costretto a ben pesare/ quanto vale l’onor che è estraneo al brutto. Ho avuto donne, ho giocato, mi son dato/ ho urlato, sprezzato e di tal passioni/ ho goduto senz’esserne mai schiavo. Di non nascondermi ho fatto sempre vanto/ e se di voi traendo d’ogni erba un fascio/ ho fatto male, me lo dirà Plutone. Questo Casanova, dunque, è lontano dal vecchio precoce e incupito descritto nel romanzo di Schnitzler; e non è parente del mortifero seduttore incapricciatosi di una bambola meccanica in un film famoso di Fellini. Il suo alter ego implicito è piuttosto Don Giovanni, il collezionista di passioni amorose inventato da Da Ponte e cantato da Mozart, cui lui stesso con una evidente dose di ironia pare aver contribuito nella stesura del libretto. Da questo dipende forse la simpatia che tutti proviamo per il malfattore sciupafemmine mozartiano, eroico al punto di fronteggiare, in una specie di spietata purezza d’animo, la punizione del Convitato di Pietra. Alla prima del Don Giovanni, a Praga, Casanova era presente: c’è da giurare che abbia simpatizzato con il suo doppio, e l’abbia intimamente assolto dai peccati.
Immagine di apertura: Donald Sutherland nei panni di Casanova nel film Il Casanova di Federico Fellini del 1976 vincitore dell’Oscar per i migliori costumi




