Per molto tempo è stato raro leggere rievocazioni storiche sulle vicende della Resistenza che ne rivelassero i drammatici e spietati conflitti interni. Lo fa Mirella Serri in Un amore Partigiano (Longanesi, 2014) ricorrendo alla narrazione, puntuale e documentata, dell’amore tra Gianna e Neri che, diventati “eroi scomodi” furono dapprima ingiustamente accusati, poi giustiziati e fatti scomparire non dai nemici, ma dai loro stessi compagni di lotta.

Altrettanto importante la ricostruzione della vicenda di Franco Giannantoni in Gianna e Neri, vita e morte di due partigiani comunisti, pubblicato da Mursia nel 1992 (nel 2019 è uscita l’edizione aggiornata). La vera ragione della loro condanna a morte stava nell’essere involontariamente diventati testimoni di un duplice misfatto: l’uccisione di Benito Mussolini e di Claretta Petacci mentre tentavano la fuga in Svizzera e la sottrazione dal convoglio fascista di beni preziosi che, fatti portare a Dongo dal Capitano Neri, furono scrupolosamente catalogati dalla Gianna, sua compagna di lotta e di vita, prima della loro scomparsa nelle casse dell’allora PCI.

Ma chi era questa partigiana? Bella e intraprendente, Giuseppina Tiussi (poi, Gianna), figlia di un fonditore e di una contadina, nata ad Abbiategrasso il 24 giugno del 1923, iniziò l’attività antifascista quando era impiegata alla Borletti, base storica della Resistenza milanese. Una bellezza antica, con un viso di porcellana che trova “maschi che le stanno addosso come api sul miele”. Dopo l’8 settembre Gianna aderì a uno dei primi gruppi di azione patriottica (i Gap) insieme al suo primo amore, Gianni Alippi che, purtroppo, nell’agosto del ’44 venne catturato e fucilato. Da quel momento la giovane prese la via della montagna con il nome di battaglia di Gianna, in memoria del compagno ucciso. Si innamorò del “Capitano Neri”, nome di battaglia di Luigi Canali, nato nel 1912 a Como, Responsabile militare del Partito Comunista nelle Brigate d’assalto Garibaldi del Lario, e con lui divise la lotta con la 52° brigata Luigi Clerici fino alla cattura del Duce. «Una coppia fissa, inseparabili – racconta Giannantoni – ; scelta che aveva provocato fra i partigiani qualche malumore e qualche richiamo anche da parte dei Comandi superiori».

Nel settembre del ’44 quando Neri e Gianna si trovavano a Lezzeno, non distante da Bellagio, furono sorpresi nel sonno da un gruppetto di brigatisti neri e trasportati a Como, nella caserma delle milizie fasciste dove Neri subì le più atroci torture e Gianna le più oscene attenzioni (viene mostrata nuda anche al compagno) alternate all’orrore di venire rinchiusa in un armadio in mezzo a topi e scarafaggi. Neri riuscì a fuggire calandosi da un finestra e Gianna venne liberata dai tedeschi con il sospetto di aver rivelato i nomi dei compagni per salvarsi la vita; allora, il cosiddetto Tribunale del Popolo di Milano, diretto da Fabio Vergani, decise che “la coppia, passata al nemico, fosse ricercata e soppressa”.

Ciononostante, nell’aprile del 1945, mentre gli eventi precipitavano, Neri e Gianna rientrarono nella formazione partigiana che ancora li stimava e con questa 52° brigata parteciparono alla cattura di Mussolini e della Petacci in fuga dentro un convoglio diretto in Svizzera. Con la cattura dei due a Dongo scomparve anche la borsa con i documenti riservati che il Duce si era portato dietro assieme a un consistente quantitativo d’oro e di gioielli del valore di 250 milioni. Questo “oro di Dongo”, sicuramente con il tacito assenso dei servizi segreti britannici, finì nelle casse del Partito comunista di allora – ricorda Mirella Serri – , versione dei fatti confermata da Massimo Caprara, che fu a lungo segretario di Togliatti, e dagli storici Franco Giannantoni e Luciano Garibaldi. Dei due testimoni scomodi, il Neri e la Gianna, spietatamente giustiziati da partigiani rimasti impuniti, da allora in poi venne cancellata la memoria. Neri, dopo esser stato fatto catturare dal Segretario della Federazione Pci Gorreri, venne giustiziato nell’alto del lago di Como il 7 maggio del 1945 da un commando della Polizia del Popolo inviato da Milano, mentre l’esecuzione della Gianna, gettata probabilmente nel lago avvenne il 24 giugno, nello stesso giorno del suo ventiduesimo compleanno, “secondo la regola di un colpo alla testa ed uno al ventre, così il corpo succhia e va a fondo più rapidamente”.
A nulla per anni valsero gli appelli per una giusta riabilitazione delle due vittime che i famigliari rivolsero a Botteghe Oscure, a Nilde Iotti e a Palmiro Togliatti fin quando, qualche decennio fa, non se ne interessò l’allora segretario dei Ds Walter Veltroni e il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi scrisse alla famiglia una lettera che venne considerata una qualche forma di riabilitazione. «Il rifiuto di far luce su quell’intreccio di omertà, paure e reciproche, coperture, che alla fine frutteranno carriere e riconoscimenti – scrive Mirella Serri – ci riporta ai tanti conflitti interni alle bande partigiane che provocarono omicidi e giustizia sommaria fino ad oggi ignorati».
I corpi del Capitano Neri e di Gianna non sono stati mai ritrovati.
Immagine di apertura: una foto ricordo dei partigiani, scesi dalle montagne, della 52° Brigata “Luigi Clerici”, cui appartenevano Neri e Gianna
Le foto provengono dalle raccolte private di Alice Grigioni Canali, Rosanna e Oreste Tuissi, Giusto Perretta e Pietro Terzi. Fonte: Gianna e Neri: Vita e morte di due partigiani comunisti di Franco Giannantoni (Mursia)




