Milano 27 Settembre 2025
Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso. Dal giorno della sua intronazione nel palazzo del Potala, a Lhasa, capitale del Tibet, è questo il nome ufficiale dell’attuale XIV Dalai Lama, guida e capo spirituale dei tibetani. Tradotto significa Sacro Signore, Gloria gentile, Compassionevole, Difensore della fede, Oceano di saggezza. Ma ci si può riferire a lui anche come Yeshe Norbu (Gemma che realizza i desideri), o Kundun (la Presenza).

Quell’anno, il 1939, il Dalai Lama era solo un bambino di quattro anni. Era nato il 6 luglio 1935 a Taktser, piccolo villaggio al confine cinese nella provincia tibetana dell’Amdo, nel nord-est del Tibet. In quella direzione aveva rivolto il suo ultimo sguardo prima di spirare nel 1933, Thubten Gyatso, il XIII Dalai Lama. E in quella direzione avevano diretto le ricerche della sua reincarnazione, e quindi del futuro XIV Dalai Lama, i due più importanti esponenti in vita del buddhismo tibatano, il IX Panchen Lama Thubten Chökyi Nyima (numero due della gerarchia) e il giovane Jamphel Yeshe Gyaltsen, V Reting Rimpoche, scelto come Reggente in attesa di identificare il successore. La ricerca durò fino al 1937. Guidati da Jamphel Yeshe Gyaltsen, i principali dignitari buddhisti svolsero tutte le attività consuete per individuare la nuova guida spirituale. Seicentocinquanta chilometri a sud di Lhasa, a 5.300 metri di altitudine, soggiornarono sul Lhamo Latso, il lago sacro dall’indiscusso potere oracolare, luogo di emanazione della potente dea Palden Lhamo.

Le acque del lago – aveva promesso la dea a Gendun Drup, Il Dalai Lama 1391-1474 – avrebbero avuto uno straordinario potere oracolare per il ritrovamento delle reincarnazioni dei tulku (maestri spirituali, bodhisattva, illuminati) di lignaggio più elevato. Su quelle rive i nostri ricercatori, guidati dal Lama Kewtsang Rinpoche del Monastero di Sera, trovarono, dopo un’ultima consultazione con Nechung, l’oracolo di Stato, tutte le indicazioni necessarie per giungere, nel 1937, alla povera casa di Taktser dove il piccolo Lhamo Dondrub (questo il nome originario del futuro Dalai Lama) muoveva i suoi primi passi. E dopo averlo sottoposto alle tradizionali prove di riconoscimento (prove sulle quali qui non ci intratterremo) lo condussero a Lhasa.

Nelle scorse settimane quel bimbo ha compiuto 90 anni. Della sua biografia si sa tutto. Da quando appena quindicenne, il 17 novembre 1950, dovette assumere i pieni poteri governativi per affrontare l’invasione cinese e le pretese di annessione avanzate dal presidente Mao-Zedong. A quando, il 17 marzo 1959, dopo la sanguinosa repressione da parte delle truppe cinesi della rivolta di Lhasa promossa dal movimento di resistenza tibetano, dovette fuggire in India, a Dharamsala, accolto e protetto dal governo di Jawaharlal Nehru. O ancora a quando, negli Anni Sessanta, promosse l’adozione di una costituzione ispirata a valori occidentali, con un governo e un parlamento eletti democraticamente e la suddivisione tra potere politico e potere religioso, fino a quel momento storicamente uniti proprio nella sua figura. Questo e molto altro è noto, come il suo impegno per la pace e la non violenza (con il conferimento del Premio Nobel per la Pace nel 1989). Forse è bene ricordare anche quanto la forza delle sue scelte pacifiche e non violente abbiano imbarazzato ambienti che di pace e non violenza parlano pur praticando politiche differenti.

Come quando nel 2007, nel corso di un viaggio in Italia, il premier Romano Prodi e papa Benedetto XVI si rifiutarono di riceverlo nel timore di innescare un incidente diplomatico con il governo cinese.
Ora tuttavia più che valutare il passato è il momento di guardare, non fosse che per ragioni anagrafiche, al futuro. E il futuro appare – dal punto di vista di cosa potrà accadere nella ricerca e nella scelta del prossimo Dalai Lama – piuttosto complicato. Di regola la successione avviene, dopo la morte del leader spirituale buddhista, attraverso l’individuazione di un bambino o di una bambina che mostri i segni della reincarnazione. Ma mentre Tenzin Gyatso, il Dalai Lama attuale, ha già dichiarato che il suo erede nascerà nel “mondo libero”, il governo cinese rivendica il diritto di approvare o meno la scelta, appellandosi a una tradizione che risale alla dinastia imperiale Qing.

Le avvisaglie di quanto potrebbe accadere ci sono tutte. Nella individuazione di un nuovo Dalai Lama hanno infatti un ruolo fondamentale due figure, quella del Panchen Lama e quella del Khalkha Jetsun Dhampa Rimpoche, rispettivamente numero due e numero tre nella gerarchia buddhista tibetana. Su entrambe queste figure lo scontro con la Cina è già in atto. Nel 1995, infatti, fu identificato in un bambino di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima l’XI Panchen Lama, dopo che il X Panchen Lama era morto prematuramente nel 1989, in circostanze misteriose e dopo un duro discorso anticinese. Gedhun Choekyi Nyima fu nominato Panchem Lama il 17 maggio 1995 dallo stesso Dalai Lama. Tre giorni dopo il piccolo venne “preso in custodia” dalle autorità cinesi e sparì. Con grande rapidità Pechino formò una propria commissione di ricerca che, in novembre, nominò Panchem Lama un suo candidato, Gyaincain Norbu, cinque anni, cittadino cinese e figlio di genitori iscritti al Partito comunista cinese. E di Gedhun Choekyi Nyima, da allora non si ha più notizia. Quanto al X Khalkha Jetsun Dhampa, terza carica nel buddhismo tibetano, è stato identificato in un bambino di otto anni originario della Mongolia ma nato negli Stati Uniti. Il piccolo è figlio di un professore dell’università di Ulan Bator e appartiene alla famiglia Altannar, una delle principali dinastie politiche e commerciali della Mongolia.

Il riconoscimento da parte del Dalai Lama è dell’8 marzo 2023, e ha suscitato forti malumori a Pechino e serissime preoccupazioni negli ambienti politici mongoli, che temono reazioni ostili da parte della Cina. Non è quindi detto che, come avvenuto per il Panchen Lama, la Cina non inventi un proprio candidato.
Inevitabile chiedersi allora alcune cose: che fine ha fatto l’ormai più che trentenne Gedhun Choekyi Nyima? E chi individuerà il prossimo Dalai Lama? Quanto peserà il fatto che, già nel 2022, gli Stati uniti hanno dichiarato di sostenere in ogni caso le autorità civili e religiose tibetane in esilio, e che l’amministrazione Trump, nel 2020, aveva invitato a Washington proprio il capo del governo tibetano in esilio, facendo infuriare Pechino? Ma soprattutto: il Tibet e i tibetani avranno due guide spirituali in conflitto tra loro?
Immagine di apertura: una foto recente del Dalai Lama con l’attore Richard Gere, suo seguace e sostenitore (fonte: Tibetan Journal)




