Milano 27 Novembre 2024

Mancano poco meno di due mesi all’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, in programma per il 20 gennaio 2025. Soltanto dopo questa data prenderanno corpo le riforme da lui annunciate in campagna elettorale e sarà possibile verificare concretamente quali conseguenze avranno, sempre che le promesse saranno tutte mantenute, sulla vita (e il portafoglio) dei cittadini americani. Circolano stime ottimistiche (legate per esempio all’annunciato calo delle tasse, che riguarderà in ogni caso soltanto i redditi medi e medio-alti) ma anche preoccupazioni per il possibile incremento dell’inflazione. Per quanto riguarda invece gli europei e gli italiani, l’aspetto che più spaventa è la probabile imposizione di dazi sulle importazioni di merci negli Usa.

Molte promesse ma ci sarà poi la riduzione delle tasse? (foto di Kalhh)

L’impatto della cosiddetta trumponomics su Europa e Italia varia – e di molto – a seconda di chi fa le previsioni. Lo scenario peggiore in assoluto, indicato da fonti della Commissione Ue e da alcune banche d’affari, prevede un’erosione del Pil europeo fino all’1,5%, accompagnata dal crollo dell’euro e dal rischio di una recessione. Molto più ottimistiche sono invece le stime della London School of Economics, che indica nello 0,11% il calo del Pil nell’intera zona euro, un po’ più marcato (-0,23%) in Germania dove è maggiore il peso dell’export di automobili, mentre l’Italia potrebbe avere un danno assai più marginale. Questo perché il gradimento dei prodotti italiani negli Usa, in particolare il cibo e il vino, è tale da far sopportare ai consumatori americani, sia pure a malincuore, l’inevitabile aumento dei prezzi dei prodotti made in Italy, ma senza arrivare a rifiutarne l’acquisto. C’è poi da considerare un altro aspetto. Se è vero, come annunciato da Trump, che i dazi sui prodotti da tutti i Paesi saranno tra il 10 e il 20% e quelli sull’import dalla Cina del 60%, allora ci potrebbe essere addirittura un piccolo vantaggio per l’Italia e l’Europa nei confronti della concorrenza cinese, anche se riguarderà un numero limitato di prodotti.

Ci sarà davvero come promesso da Trump una guerra commerciale con la Cina con dazi che arrivano al 60 per cento? (foto di logisticanews)

In ogni caso tutti gli osservatori sono concordi nel pronosticare che una eventuale guerra commerciale tra Usa e Cina coinvolgerebbe in qualche modo anche le relazioni commerciali tra Usa e Ue, oltre ad avere pesanti conseguenze sui rapporti di cambio delle valute, con l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro. Una situazione quest’ultima che, se da un lato potrebbe aiutare gli esportatori europei, dall’altro finirebbe per far crescere significativamente i costi di importazione delle materie prime, i cui prezzi sono espressi in dollari.

D’altra parte è l’insieme delle misure annunciate da Trump a portare, se realizzate, novità non sempre positive per i cittadini americani, a partire proprio dalla ripresa dell’inflazione. Ridurre le tasse alle imprese, per esempio, vuol dire emettere più debito pubblico con la conseguente crescita degli interessi da pagare ai sottoscrittori, mentre l’imposizione dei dazi commerciali è di per sé una misura inflazionistica perché fa lievitare i prezzi al consumo. Un aumento che peserà inevitabilmente sui redditi più bassi, danneggiando la popolazione meno abbiente. Infine, limitare l’immigrazione (altro obiettivo dell’agenda Trump) potrebbe riattivare le pressioni salariali, oggi tenute sotto controllo grazie alla presenza dei lavoratori stranieri, disposti ad accettare stipendi più bassi rispetto a quelli degli statunitensi.

Il parmigiano reggiano è uno dei prodotti “principe” del nostro export verso gli Stati Uniti (foto di Morana T.)

Ma torniamo all’Italia. Gli scambi commerciali tra il nostro Paese e gli Usa sono cresciuti costantemente negli ultimi dieci anni. L’import, in particolare, è passato in questo periodo da 12 a 25 miliardi di euro e l’export da 27 a 67 miliardi. Le regioni più attive nel commercio con gli Usa, secondo un’elaborazione della Promos su dati Istat, sono state nell’ordine la Toscana, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto. L’imposizione dei dazi potrebbe ovviamente ridimensionare in assoluto il nostro export. Con effetti diversi a seconda non solo della provenienza ma anche delle stesse tipologie delle merci destinate agli Usa. Occorre inoltre considerare l’eventualità, ritenuta assai probabile un po’ da tutti gli osservatori, che il futuro governo guidato da Trump intenda aprire trattative dirette con ogni singolo Paese europeo anziché globalmente con l’Ue. In questo caso l’Italia dovrebbe affidarsi alle proprie capacità diplomatiche per trattare con l’esecutivo Usa e cercare di limitare il più possibile i danni. L’unico modo concreto di prevedere che cosa succederà è andare a rivedere quanto successo durante il primo mandato di Trump, che guidò la Casa Bianca dal 2017 al 2021.

Una suggestiva vista dal marciapiede della Trump Tower a New York, simbolo del potere di Donald Trump (foto Witchbleu/S.F.Roberti)

Ebbene, tra il 2019 e il 2020 l’interscambio commerciale tra Italia e Stati Uniti ha effettivamente registrato un calo, passando da 62,5 a 57,2 miliardi di dollari. Il solo dato dell’export italiano è sceso nello stesso periodo da 46 a 42 miliardi, risalendo poi nel 2021, ultimo anno della presidenza Trump, a 49 miliardi. Le prospettive, dunque, non sono rosee, con buona pace della “sfida della competitività” auspicata da Mario Draghi nel suo rapporto per il rilancio dell’Europa.. Certo, la storia non si ripete. E soprattutto non si sa ancora quali prodotti e in quale misura saranno colpiti dai dazi. In generale si può soltanto affermare che la cosiddetta guerra dei dazi, con la partecipazione di diversi attori, a partire dalla Cina, è destinata a creare in prospettiva una situazione di difficoltà non soltanto per i Paesi che, come l’Italia, hanno un saldo positivo tra ciò che importano e ciò che esportano, ma anche per gli stessi Stati Uniti. In definitiva qualunque tipo di tassazione porta a un aumento dei prezzi finali dei prodotti. A perdere, quindi, sarebbero in primo luogo i consumatori, privati della possibilità di scelta tra i beni magari meno attraenti ma anche meno cari e quelli che costano di più a parità di qualità.

Immagine di apertura: foto di TheDigitalArtist

Giacomo Ferrari
Nato a Rivanazzano Terme (Pavia) è giornalista professionista dal 1977. Per quasi trent'anni alla redazione Economia del "Corriere della Sera", è stato per molto tempo titolare della rubrica quotidiana sulla Borsa Valori. Prima di approdare nel 1986 a via Solferino, è stato Caporedattore a "Il Mondo" e in precedenza ha lavorato al "Sole24ore" e alla "Gazzetta del Popolo" di Torino. Tra i suoi libri, "Guida facile alla Borsa", Sperling & Kupfer (tre edizioni, l'ultima nel 2000) e "Meno Agnelli, più Fiat, cronaca di un cambiamento", Daniela Piazza Editore, 2010.Nel 2019 per Mind Edizioni è uscito il suo ultimo libro, "Difendi i tuoi soldi. Capire prima di investire".

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