Firenze 27 dicembre 2019
Il notevole successo di vendite del romanzo I leoni di Sicilia. La saga dei Florio di Stefania Auci, scrittrice poco più che esordiente avendo pubblicato in precedenza appena due libri di scarso interesse, pone la domanda di quale sia la capacità attrattiva di un’opera che, edita nella scorsa primavera, nel mese di ottobre era accreditata di oltre 200 mila copie vendute. Il fatto che siano le stesse Edizioni Nord a dichiarare nella sinossi del libro che “ancor prima della pubblicazione” è stato venduto in cinque Paesi stranieri fa supporre una riuscita operazione di marketing come biografia romanzata che narra il successo di una dinastia imprenditoriale quale oggi non ne esistono più. Questo genere di marketing editoriale, che parte molto tempo prima del lancio di un’opera, riguarda perfino l’ultimo romanzo, La vita bugiarda degli adulti, dell’autrice-fantasma Elena Ferrante, inneggiata in Italia e all’estero per il suo anonimato e per precedenti opere di straordinario successo, come L’amica geniale o L’amore molesto. Mesi prima una casa editrice, nell’annunciare la data di uscita del libro, invia a selezionati critici letterari e giornalisti dapprima brevi estratti, poi l’impaginato. Così potrebbe aver fatto anche l’Editore Nord per I leoni di Sicilia con il risultato di oltre 200 mila copie vendute.

Se si pensa che attorno a storie narrative ambientate nella Sicilia risorgimentale fino all’epoca dello sbarco dei Mille di Garibaldi, Il Gattopardo, scoperto e pubblicato nel 1958, richiese un anno per diventare un best seller di 100 mila copie. Successo dovuto alla scoperta in Giuseppe Tomasi di Lampedusa di un impensabile scrittore di razza che aveva saputo rendere un magistrale affresco tra disfacimento della nobiltà siciliana e i nuovi avventurieri. Stefania Auci, romanzando l’ascesa economica e sociale dei Florio, imprenditori coraggiosi e sagaci, si direbbe che sia partita prendendo spunto dalle vicende della famiglia dei Lampedusa nel cui stemma stava scritto Noi fummo i Gattopardi, i Leoni. Quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti. La differenza sta nel fatto che là, tra il principe di Salina e il nipote Tancredi, veniva espressa una dialettica contrapposizione tra due generazioni portatrici di valori morali e civili diversi, mentre quella dei Florio è una fantastica avventura imprenditoriale connotata da rapporti contrastati tra i rami parentali della stessa famiglia. Il libro della Auci, che sa bene quale forza abbia nel Verga e nel De Roberto la tradizione romanzesca siciliana, con la rievocazione romanzata delle imprese dei Florio trova semmai assonanze con il Mastro don Gesualdo.

Un eroe della modernità quest’ultimo, come i fratelli Florio, nel senso che onori e successo non si hanno per l’appartenenza ad una casta, ma grazie all’intraprendenza di chi costruisce da sé il proprio destino con pragmatismo e coraggio di diversificare gli investimenti: vino, zolfo, tessile, siderurgia, assicurazione, trasporti e navigazione. Forse è questo il fil-rouge insito nella narrazione delle vicende della saga dei Florio che, imprenditori osteggiati come “stranieri” a Palermo, avvince il lettore grazie anche al fittissimo intreccio di amori, rancori, passioni, sofferenze e dedizione fra i principali protagonisti. Tra questi spiccano Vincenzo Florio, figlio del capostipite Paolo e padre di Ignazio, uomo forte e lungimirante affiancato da donna Giulia, figura volitiva e di forte carattere che lo sosterrà nella lunga scalata imprenditoriale.

I Florio passarono dalla gestione di una bottega di spezie avviata da Paolo nel 1801 all’affitto della tonnare dell’Arenella, Formica e Favignana per impegnarsi poi nella commercializzazione del tonno per la prima volta confezionato in scatola e sott’olio; dalla costruzione di una fattoria vinicola a Marsala con un centinaio di lavoranti per la produzione dell’omonimo vino trasformato in liquore a quello di una filanda con 150 operai; dal commercio dello zolfo delle miniere di Recalmuto alla costituzione, assieme all’inglese Ben Ingham e con un capitale di 4 milioni di lire dell’epoca, della Società dei battelli a vapore per servizi postali e passeggeri. Tutto questo, al di là delle ricerche che l’autrice sostiene di aver puntigliosamente fatto nelle biblioteche di Palermo, è biografia e storia già documentata dei Florio soprattutto per merito di Vincenzo, scomparso nel 1868 dopo esser stato nominato senatore del Regno d’Italia e aver lasciato un patrimonio di 12 milioni di lire. Una saga che raggiunse l’apice della notorietà nella Sicilia post-unitaria per poi rivivere, come emblema dei vecchi “leoni”, dal 1906 al 1977 soltanto nella Targa Florio celebre gara automobilistica lungo le vie strette e tortuose della catena montuosa delle Madonie. Dopo aver detto dell’innegabile intuito della scrittrice per aver scelto una biografia, quella dei Florio che sa ancora di leggenda imprenditoriale di successo, il romanzo di Stefania Auci sul piano letterario mostra non pochi limiti. Il primo lo si deve alla scrittura che nel suo procedere con lentezza dietro il fin troppo particolareggiato e lineare succedere degli accadimenti, appare via via sempre più faticosa anche per il fatto che raramente, al di là dei contrasti di natura affaristica, compare uno scarto drammatico. Le figure, tranne quelle vitalistiche di Giulia, Vincenzo e Giuseppina, risultano statiche. I dialoghi, fin troppo insistiti e intercalati da frequenti espressioni in dialetto siciliano, sono prolissi e scontati. La storia patria dai Borbone al nuovo Regno d’Italia, che con i Mille e l’aiuto degli inglesi si appropria del Mezzogiorno suscitando rivolte, è del tutto marginalizzata dal contesto del romanzo, tranne qualche inciso che si riferisce alla duttilità con cui i Florio, così come hanno fatto prima con i Borbone, sanno trattare un accomodamento d’affari con l’inviato di Garibaldi, quel Francesco Crispi che prima di diventare capo del governo, sarà l’avvocato di fiducia di casa Florio.

Ma forse il problema maggiore sta nell’avere imposto alle oltre 400 pagine del libro, l’immediatezza della narrazione con l’uso costante del tempo presente. L’espediente sembra scelto per rendere più avvincenti storie lontane nel tempo, rese nella pagina come se davanti a noi accadessero in tempo reale. Si tratta di espedienti sintattici che l’autrice avrebbe fatto meglio a lasciare a chi ne ha saputo trarre, rispetto al suo, ben altro pregio letterario. Per cogliere le differenze, basterebbe limitarci a ricordare due opere scritte da autori Premi Nobel, come Claude Simon, esponente dell’Ecole du Regard e del Nouveau Roman con La Battaglia di Farsalo o, meglio ancora, il grande William Faulkner in As I lay dying (Mentre morivo) drammatica saga famigliare di sei figli impegnati, nel mezzo di una alluvione, a effettuare il trasporto della madre morta fino al suo paese natale.
Immagine d’apertura: Copertina I leoni di Sicilia, di Stefania Auci, Editrice Nord, 2019




