Milano 27 Ottobre 2025

«Ho sempre dipinto, sto dipingendo, dipingerò fino all’ultimo istante». Vita e arte si fondono, per Giacomo Balla (Torino, 1871-Roma, 1958), artista-scienziato-artigiano, massimo esponente dell’avanguardia futurista in Europa, eppure, al tempo stesso, artista del lirismo e dell’intimità. Il padre che chiamò le figlie Luce ed Elica, in ossequio ai principi del Futurismo, ottica e velocità. Ma anche il pittore dell’affetto, dei più fragili, della natura.

Giacomo Balla “La famiglia del pittore”, 1945, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

Per queste ragioni, la mostra Giacomo Balla. Universo di luce in corso fino al 1° febbraio al palazzo del Governatore, nel cuore di Parma, è emozionante: illumina i lati ancora oscuri di un artista che ha dipinto e prodotto tantissimo, che è noto per il suo ottimismo “meccanico”, ma in questa personale si mostra nella sua intensa e talvolta fragile quotidianità, in un dialogo tra privato e pubblico, arte e vita vissuta. Soldi che mancano, il rapporto con la madre, l’amore per la moglie, fino all’interventismo e all’adesione al Fascismo. Poi il silenzio, il lutto, il dolore. Tutto documentato con fotografie, lettere, filmati, un video immersivo sull’opera Villa Borghese-Parco dei daini (che è rimasta a Roma), tre allestimenti di artisti contemporanei – MPS, Elena Ketra e Vincenzo Marsiglia –, interpreti dell’eredità balliana. In 13 sale, 17 sezioni, 60 opere, la mostra – realizzata e organizzata dal Comune di Parma e dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (GNAMC) di Roma, con il contributo di Fondazione Cariparma – si snoda attraverso sale in chiaroscuro o buie, illuminate solo da fasci di luce puntati su opere che colpiscono, a sorpresa, per la loro forza disarmante.

Giacomo Balla, “Pessimismo e ottimismo “, 1923 ,olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

Curata da Cesare Biasini Selvaggi e Renata Cristina Mazzantini, offre una raccolta mai esposta in precedenza nella sua interezza, proveniente dalla galleria romana, il cui nucleo deriva da un’importante donazione delle figlie di Balla negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.
Prima tappa del viaggio, le opere “divisionistiche” del primo decennio dei ‘900, da capire nel loro stretto intreccio con la vita dell’artista. Balla arriva a Roma da Torino, nel 1895, forse per una delusione d’amore, assieme alla mamma Lucia Giannotti, sarta, che vivrà con lui fino alla morte. Le case, nella sua storia, sono sempre fondamentali: nido, studio, luoghi di partenza e ritorni. Il primo appartamento romano è in via Montebello, non lontano dalla stazione Termini, ma già nel 1896 si trasferisce in una piccola casa-studio in via Piemonte 119, vicino a Porta Pinciana. L’ambiente romano, però, sarà deludente: nella capitale si respira ancora un clima stantio di «simbolismo decadente e realismo verista».

Giacomo Balla, “Madre”, 1902 circa, pastello e tempera su carta, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

Balla non si rassegna, è un vortice di innovazione, forte del Divisionismo assorbito da Segantini e Pellizza e della sua formazione alla fotografia. Nella capitale si fa subito notare. «Diverso e feroce», così lo descrive Umberto Boccioni, che diventa presto suo allievo. E a Roma conosce Elisa Marcucci, sorella di Alessandro, pittore ed amico, la donna che sarà l’amore della vita e madre delle due figlie. Intense le opere di questi primi anni romani, complicati dalle difficoltà economiche, ma vitalissimi per le amicizie, l’amore, le creazioni. Come, ad esempio, La madre (1901-1902), scolpito da una luce laterale fotografica che ne evidenzia il volto sofferto e lo sguardo autoritario.

Ogni pennellata è una dichiarazione d’amore. Poi Elisa che legge (1902), la donna che sposerà in Campidoglio il 15 giugno 1904. La prima casa della coppia sarà ai Parioli, quartiere allora spopolato e periferico: l’appartamento è grande, con un lungo balcone che si affaccia su Villa Borghese, magico parco che sarà fonte di ispirazione.

Giacomo Balla, “Elisa che legge “, 1902 circa, matita, pastello e tempera su carta da spolvero su compensato, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, donazione di Luce ed Elica Balla © Giacomo Balla

A questi anni appartengono le quattro enormi tele del ciclo Dei viventi (erano 15), olii su tela, qui esposte a quadrittico come indicato dallo stesso Balla, nel retro della tela I Malati: “Vanno attaccati l’uno all’altro in quest’ordine: 1-La Pazza; 2-I Malati; 3-Il Contadino; 4-I Mendicanti”. Il capolavoro assoluto è considerato La Pazza (1905), ritratto drammatico di Matilde Garbini, donna affetta da disturbi mentali, che si affaccia sulla porta con uno sguardo perso nel vuoto, alle spalle c’è Villa Borghese piena di sole.

Nella seconda metà del decennio, il Divisionismo di Balla diventa più lirico, ma già si annuncia un’ulteriore svolta. È la ricerca futurista. All’inizio, una grande fatica, anni di silenzio, per due volte Balla subì il rifiuto delle sue opere alle mostre collettive, perché ancora distanti dal linguaggio dell’avanguardia: parliamo di capolavori come Villa BorgheseParco dei Daini (1910), 15 pannelli ad olio su tela, bocciata alla mostra del 1911, e Lampada ad arco (1910-1911), olio su tela, rifiutata all’esposizione di Parigi del 1912.

Giacomo Balla, “Espansione dinamica + velocità N. 9,”, 1913, olio su carta su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

Ma Balla non demorde. Per circa due anni, fa e disfa disegni preparatori e bozzetti, alla ricerca di un nuovo linguaggio, il “suo” Futurismo, originale, diverso da tutti gli altri. Il percorso è chiarissimo nelle opere della mostra: si parte dagli studi per Ritmi di un violinista (1912), matita su carta, passando attraverso i sei disegni sul volo delle rondini, per arrivare al traguardo finale, anni dopo, di Pessimismo Ottimismo (1923), che Balla considerava il suo capolavoro, risultato di un ostinato, ma felice, percorso di abbandono di ogni riferimento alla realtà.

Giacomo Balla, “La pazza”, 1905,  olio su tela, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

È l’astrattismo futurista. Ma prima, nel 1910, aveva firmato il “Manifesto tecnico futurista”. Nella seconda metà del 1913 iniziano gli studi sulla velocità, come racconta la figlia Elica: le auto che corrono lungo via Nazionale, riflesse nelle vetrine dei negozi, linee rette-curve-forme ondulate sui riflessi del vetro, l’essenza del dinamismo. La macchina scompare, restano solo luce e movimento. Pura genialità.

Poi il ciclo delle velocità astratte, le Espansione dinamica + velocità (1913), il disegno Linee di velocità + spazio (1913), che torna ad essere esposto dopo mezzo secolo, Linea di velocità + forma + rumore (1915), il dipinto “sonoro”. Ma un’altra rivoluzione è alla porta: l’annunciano Ritratto di Luce (1925); La bionbruna (1926), in cui Futurismo e Art Déco s’intrecciano; Le frecce della vita (1928), dove l’avanguardia futurista resiste tra linee rette e un metro da muratore, ma assediata da forme vegetali stilizzate; cioè s’annuncia qualcosa di naturale. L’oltre, il nuovo Figurativo che si intravede.

Giacomo Balla, “Un’onda di luce”, 1943, olio su compensato, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, donazione di Luce ed Elica Balla © Giacomo Balla

Il primo febbraio 1937 Balla compie il clamoroso gesto di lasciare pubblicamente il Futurismo, con una lettera sul periodico Perseo di Milano: «Avevo dedicato con fede sincera – scrive – tutte le mie energie alle ricerche innovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme ad individui opportunisti ed arrivisti dalle tendenze affaristiche più che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana».

Giacomo Balla, “La fila per l’agnello” , 1942, olio su compensato Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea © Giacomo Balla

Ecco allora i capolavori dell’ultimo periodo: La fila per l’agnello (detto a Roma abbacchio) (1942), pioggia, la strada bagnata specchio di solitudine; Un’onda di luce (1943), ritratto e dichiarazione d’amore alla figlia Elica, immersa nel rosso. Fino allo straziante Non mi lasciare (1947), olio su tavola, l’ultimo ritratto della moglie Elisa avvolta nell’abbraccio della figlia Elica, che la trattiene, non andar via. Morirà dopo pochi mesi, Elisa, lasciando Balla nella disperazione, documentata dall’autoritratto Autodolore (1947), realizzato dopo che la figlia l’aveva convinto a riprendere in mano i pennelli per trasformare il dolore in pittura.

Fino ad una ritrovata faticosa serenità, con La città che avanza (1947), e Ritratto di Elica Balla (1950)

Immagine di apertura: il singolare allestimento che punta sul buio per dare risalto alle tele, della mostra Giacomo Balla. Universo di luce, in corso a Parma al palazzo del Governatore  fino al 1° febbraio

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