Milano 26 Marzo 2025

Un concentrato avvincente di arte, musica, letteratura e storia lungo il filo di una passione che lentamente scivola verso l’ossessione e la rovina. È tutto questo il romanzo La bambolaia (La nave di Teseo) di Giuseppina Manin, giornalista di lunga militanza in Cultura e Spettacolo del Corriere della Sera con cui tuttora collabora e autrice di un nutrito numero di libri, di cui quattro in coppia con Dario Fo.

La copertina del libro “La bambolaia” di Giuseppina Manin, pubblicato da La nave di Teseo

Siamo a Monaco di Baviera nel 1918, città ferita brutalmente, come tutta la Germania, dalla guerra appena conclusa. La giovane Hermine Moos vive da un anno con la famiglia in un quartiere di artisti e ribelli della città, «una sorta di Montmartre, meno spensierata e facinorosa di quella parigina». Il posto ben si confà alle velleità artistiche sue e della sorella: lei è una pittrice di una certa fama, ma soprattutto bambolaia, arte per cui ha una vera vocazione; la sorella Henriette, dopo la laurea in Filosofia, aspira a diventare scrittrice. In una mostra di pittura, un piccolo spazio, di quelli meno in vista, viene riservato alle sue bambole ed è qui che viene avvicinata dal pittore espressionista Oskar Kokoschka (1886-1980).
Il famoso, stravagante, “maledetto” artista, che ha appena subito l’abbandono, dopo tre anni di convivenza, dell’amatissima Alma Schindler Mahler (1879-1964), già moglie del grande compositore Gustav, musa ispiratrice non solo sua, ma di una schiera di artisti, commissiona alla giovane Hermine la creazione di una bambola, a dimensione umana, che riproduca le fattezze di Alma.

Una bella immagine di Alma Mahler (1879-1964), musicista e scrittrice austriaca, musa di Gustav Mahler, Walter Gropius, e Franz Werfel e amante di Oskar Kokoschka

È un’impresa stramba, complessa, difficile, quasi demiurgica. Si tratta di dar vita ad un feticcio! La giovane bambolaia, colpita, quasi affascinata dalla grande passione del pittore e lusingata dal ricevere un incarico da cotanto personaggio, accetta la sfida, pur consapevole della follia. Con l’andar del tempo il progetto avviluppa i due soggetti interessati. Il visionario Kokoschka, che vive e insegna a Dresda, attraverso missive (12 in tutto riportate nel libro) diventa sempre più esigente, ossessivo nelle indicazioni e nell’aggiunta di dettagli e pretende report continui sull’operato.
Hermine si immerge con tutta se stessa nell’opera, instaurando via via un rapporto sempre più stretto con la sua creatura da “partorire”; le si affeziona e già pensa con dolore alla separazione. C’è un momento in cui, però, di fronte ad un disegno di Alma, inviatole da Kokoschka, quasi mostruoso, rimane sgomenta e non sa se deve rappresentare una realtà, o una fantasia. Decide di abbandonare l’impresa e, per questo, incontra il neurologo Gerhard Pagel, sposato a sua volta con la trasgressiva bambolaia Lotte, che ha il ruolo di intermediario fra lei e il suo committente. Il dottore la convince ad andare avanti e addirittura la accompagna in treno col “feticcio” fino a Dresda per una visita clinica accurata della creatura ancora in erba, richiesta dal pittore. Ma all’analisi partecipa anche Reserl, una cameriera tuttofare che si prende cura di Oskar, viziandolo, coccolandolo e assecondandolo nei suoi giochi amorosi.

Hermine fotografata a Monaco nel 1919 accanto alla sua “creatura”, il fantoccio di Alma Mahler

Hermine capisce che quella passione e quella tenerezza che tanto l’avevano commossa al momento della richiesta sono sparite e che la destinazione del fantoccio sarà ben altra! E ancor di più si indigna quando Reserl la obbliga a visionare il vestiario e la biancheria finissima comprata e preparata per la “signora muta”. Che spreco e che follia in un periodo di austerità! Il dottor Pagel, prima di ripartire, le consente di vedere La sposa del vento, ultimo dipinto di Kokoscka per Alma, quasi l’emblema del naufragio di un amore. La ragazza si rende conto di essere stata scaraventata in «una intimità mortifera che l’attrae e la respinge al tempo stesso». Tornata a Monaco, riprende il suo logorante/attraente lavoro, ormai ossessionata dalla sua perfezione e sempre sommersa da «pagine e pagine di indicazioni minuziose» che spesso la invitano a «prendere il suo corpo come modello».

Hermine nel 1919 a Monaco accanto allo scheletro che utilizzò per la costruzione del suo fantoccio di Alma (fonte: researchgate.net)

La sorella Henriette si accorge dell’insana malattia e cerca di scuoterla, trascinandola nella realtà drammatica del loro Paese, che, prostrato dalla grave situazione economica, sta accettando la propaganda antisemita, seminata dagli arrabbiati fra cui un giovane reduce, Adolf Hitler, pittorucolo di paesaggi ma capace di far proseliti nelle birrerie! E la famiglia Moos, essendo ebrea, ne è direttamente coinvolta! Ma Hermine è completamente assorbita dalla sua creatura, divenuta sua unica interlocutrice. Per completare l’opera taglia la sua folta chioma e supera la fobia e il ribrezzo verso le piume. Dopo nove mesi arriva il momento del distacco. Hermine «ha il volto bagnato di lacrime»; la sorella si rende conto che «l’Alma di pezza è davvero una parte di sua sorella….Alma somiglia ad Hermine più di quanto Hermine somigli ad Henny. È la terza sorella ma anche la figlia assurda di Hermine». La reazione di Kokoscka alla vista del corpo vagheggiato sarà inizialmente di orrore, ma poi tutto si appianerà. Lascio la sorpresa al lettore.

Oskar Kokoschka, “La sposa del vento”, 1913-14, olio su tela, Basilea, Kunstmuseum

Con una scrittura raffinata, colta ed elegante Giuseppina Manin fonde realtà e fantasia; parte da dati reali sulla vita di Kokoscka e dalle dodici lettere esistenti, da lui indirizzate alla bambolaia e crea il personaggio di Hermine del cui carteggio, invece, non è rimasto nulla. Ne fa una creatura sensibile, umana, coraggiosa, pura e sincera nei rapporti umani, un po’ ingenua nei confronti della vita. L’autrice entra nella sua psiche e dà spazio a tutti i suoi stati d’animo, che passano attraverso dubbi, ansie, sconforto per approdare infine all’innamoramento e all’ossessione. Hermine appare in fondo come la vittima sacrificale di un pittore, sì geniale, ma anche un despota malato, perverso, che sfrutta abilmente la sua buona fede e la sua fascinazione. Il tutto in un contesto storico ben delineato di una Germania a pezzi, umiliata dalla sconfitta della guerra, con gli ospedali pieni di morti, feriti e mutilati. Il primo incontro della nostra bambolaia col dottor Pagel avviene proprio in un ospedale dove, come in un film, scorrono sotto gli occhi della giovane le immagini di questuanti all’ingresso e di «uomini giovanissimi senza braccia o gambe, testa o torace, avvolti da strati di bende, spesso chiazzate di rosso vivo, a coprire squarci e monconi, piaghe e deformità».

Il fantoccio-bambola di Alma Mahler costruito da Hermine Moos (fonte: alessandrasarchi.it)

La vicenda personale e quella storica si intersecano abilmente e il lettore può seguire in modo “leggero” e poco accademico la nascita di quei fenomeni terribili che hanno segnato profondamente l’umanità come l’antisemitismo e il nazismo. Abbondano nel corso della narrazione le informazioni su pittori, musicisti e letterati dell’epoca che mettono in evidenza la dicotomia fra l’alto livello culturale della Germania in quel periodo e l’infimo stato sociale ed economico che veicola rabbia e risentimento.
È un libro che spinge ad interrogarsi sulla natura dell’amore, qui inteso come passione che travalica i limiti e diventa una brama di possesso esclusivo della donna e induce spontaneamente il riferimento ai numerosi femminicidi che nella nostra realtà degli anni Duemila continuano a ripetersi, frutto di gelosie e smania di controllo.

Immagine di apertura: Oskar Kokoschka, Doppio ritratto di Oskar Kokoschka e Alma Mahler, 1912-1913, olio su tela, Museo Folkwang, Essen, Germania

Maria Plantone
Nata a Noci (Bari) sull’altopiano delle Murge, è laureata in Lettere Classiche all’università Cattolica di Milano, città dove ha poi sempre vissuto e insegnato nelle scuole medie e in quelle superiori. Ama viaggiare, cucinare, frequentare i concerti, ma soprattutto leggere. E’ "un'appassionata" di parole scritte, soprattutto sulla carta e non su kindle.

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