Firenze 27 Ottobre 2023

C’è il mondo che crediamo di conoscere e c’è un universo parallelo celato nelle spire della quotidianità dove può capitare di scoprire che parenti, vicini di casa o amici sono agenti segreti, dove la realtà diventa un intreccio di meccanismi solo apparentemente ordinari, in un gioco di ruoli nel quale ogni certezza, improvvisamente, può crollare. Kim Philby (1912-1988) di quell’universo è stato un protagonista assoluto. Vero nome, Harold Adrian Russell Philby, origini altoborghesi, ufficialmente agente segreto britannico, in realtà una spia al servizio dell’Unione Sovietica, dalla quale acquisì la cittadinanza nel 1963.

Kim Philby in una immagine del 1955

Stiamo parlando di una delle più celebri spie del Novecento: su di lui sono stati scritti articoli e saggi, la sua figura ha ispirato romanzi e film e, di recente, la serie A Spy Among Friends, Una spia tra noi (Sky e NOW), con Damian Lewis e Guy Pearce (nei panni di Philby). Comunista, fu da sempre alle dipendenze dell’Unione Sovietica, prima al Servizio del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (la polizia segreta), poi del KGB, pur appartenendo al Military Intelligence (i servizi segreti inglesi) e al corpo diplomatico del Regno Unito. Dal 1936 al 1963 condusse un abile lavoro da doppiogiochista. E pensare che nel 1945 la Regina Elisabetta II gli conferì l’Ordine dell’Impero Britannico. Nel dopoguerra, per due anni, fu a capo della sezione controspionaggio R5 del Secret Intelligence Service (SIS). Venne poi trasferito come capo della stazione MI6 in Turchia e, in seguito, ufficiale di collegamento per l’intelligence SIS presso l’Ambasciata britannica a Washington. In questa veste riuscì a compromettere un programma di attività congiunte paramilitari fra Stati Uniti e Gran Bretagna.
Dal 1963, anno della sua defezione e della fuga a Mosca, fino alla morte nel 1988, visse in Unione Sovietica dove lavorò per il KGB come istruttore. A gettare nuova luce sul ruolo ambiguo, contraddittorio e mai davvero svelato dell’agente segreto, è Vita di Kim Philby, la talpa (Mauro Pagliai Editore), l’ultimo libro di Francesco Bigazzi, giornalista e saggista, direttore dell’agenzia Ansa a Mosca fino al 1991, considerato uno dei massimi esperti italiani di storia e cultura russa.

La copertina del libro “Vita di Kim Philby, la talpa” di Francesco Bigazzi, appena uscito per Pagliai editore

In questo libro, la protagonista è la moglie Rufina Ivanovna Puchova, che in una toccante intervista rilasciata al giornalista negli anni Novanta rivelò dettagli mai emersi prima, aprendo uno spiraglio di verità sull’intensità del dramma vissuto dal marito, sui tanti pericoli affrontati, sulla loro tormentata vita insieme. In seguito agli ultimi casi eclatanti di spionaggio e alle note vicende di personaggi quali Assange e Snowden , Bigazzi ha deciso di pubblicare integralmente l’intervista per raccontare attraverso le parole e le memorie della moglie la vita di Kim, e per provare a rispondere ad alcune delle tante domande che si sono fatte negli anni sulla sua figura: eroe o traditore?
Il punto di vista è quello della donna che gli è stata accanto nei momenti peggiori, da cui emerge un ritratto tutt’altro che celebrativo di Philby. Rufina era la quarta moglie, elegante e pacata come una lady inglese, guidata dal coraggio di raccontare una vita grama, fatta di mancanze, rinunce, e la lotta costante al terzo incomodo che scaldava le fredde sere russe di Philby, l’alcol. Kim aveva 20 anni più di lei, lo sposò nel 1973, quando lui aveva 59 anni e lei 38. Dopo la sua morte nel 1988, Rufina si era ritirata nell’ombra del silenzio, fino ad aprire pubblicamente i suoi ricordi con l’era della Perestrojka. Rufa come la chiamava Kim non aveva mai perso di vista la complessità di quel rapporto che definisce «diciotto anni di lunga, dolce solitudine».

Una bella immagine di Kim Philby e della quarta moglie Rufina nel loro appartamento di Mosca nei primi anni di matrimonio (fonte:bbc.co.uk)

Era una donna che si ribellava apertamente ai detrattori del marito con il quale aveva trascorso il tempo in un appartamento di un anonimo edificio stalinista nel centro di Mosca, il loro nido, “il nostro bene più caro” come lo definisce la stessa Rufina, nel quale Kim aveva cercato di ricreare con i libri e gli oggetti l’atmosfera della sua amata Inghilterra, con un sentimento di nostalgia che rievocava ogni giorno grazie alla Bbc in televisione e al tè sorseggiato in salotto.
Rufina per la prima volta decideva di aprire la porta della sua casa per difendere disperatamente, con grande dolcezza e intelligenza, “un uomo vittima del suo tempo”. Erano gli anni in cui l’Unione Sovietica sembrava ormai un brutto ricordo e l’attenzione del mondo era rivolta verso la Nuova Russia. «Sulla figura di mio marito è stata detta una quantità di menzogne inimmaginabili, parlerò soltanto di ciò che ho visto con i miei occhi». Chiara, corretta, preparata, Rufina pesava ogni parola, in uno sfogo che raccontava apertamente il dramma di un uomo fino a renderlo così umano come lo era stato il fallimento della sua utopia.

Rufina anziana nel suo appartamento di Mosca accanto alla foto di Kilby (fonte: bbc.co.uk)

Quando si conobbero Philby era già una leggendaria spia sovietica, cui Stalin aveva conferito l’Ordine della Bandiera Rossa. Rufina racconta di come aveva condiviso gli alti e bassi, i privilegi e le rinunce, i momenti esaltanti e quelli di sconforto. Nella loro storia d’amore Kim e Rufa erano riusciti a trovare una via di fuga da un tragico destino, quello che accumunava molti dei colleghi che dopo aver scelto l’Unione Sovietica, non ci misero molto a capire di trovarsi in una realtà molto diversa da quella che si aspettavano.
Kim non fu mai a suo agio in URSS, dovette adattarsi e superare le difficoltà quotidiane. L’incontro con Rufina ebbe il merito di riconciliarlo con la realtà circostante, lei era onnipresente, affettuosa e fiera di come fosse riuscita a trasformare quell’uomo in un individuo più umano, nonostante dovesse misurarsi con il suo tormento interiore.

Francobollo commemorativo russo dedicato a Kim Philby nel 1990

«Posso dire con certezza, come lui stesso mi ha confidato più di una volta, che nel suo mestiere la cosa più difficile era proprio vivere una doppia vita» A quei tempi non si trattava solo di spionaggio, si trattava di credere in certi ideali e provare a realizzarli. Erano uomini di coraggio, che avevano lo slancio di cambiare la loro vita e trasformarsi in personaggi come fossero maschere di un teatro, solo per una causa ideologica. Eroe o traditore, quindi? Chi può davvero dirlo, a Londra Philby fu condannato ed esecrato come un traditore. In Russia è ufficialmente considerato un eroe. Non potremmo mai avere una risposta certa in una realtà dove tutte le convinzioni sono labili, tranne una, come afferma Rufina,: «Kim è stato un grande idealista. Sarà la storia a rendergli giustizia».

Immagine di apertura: la locandina della serie britannica dedicata a Kim Philby, trasmessa in Italia questa estate su Sky, Una spia tra noi, con Damian Lewis e Guy Pearce (nei panni di Philby, a destra). Fonte: SKY

Fiorentina, laureata in Scienze Politiche all’università del capoluogo toscano, ha collaborato fin da giovanissima con alcune testate giornalistiche della sua città. Giornalista pubblicista dal 2006, ha lavorato presso l’emittente televisiva Video Firenze - Toscana Channel, poi all’ufficio stampa della Casa Editrice Giunti fino al 2017. Oggi è giornalista freelance e si occupa di uffici stampa e comunicazione. Vive a Marradi, nel Mugello. Nel 2022 ha pubblicato, insieme al collega Franco Mariani "Lelio Lagorio, un socialista tricolore", per le Edizioni dell'Assemblea della Regione Toscana

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