Milano 26 Marzo 2025

Si potrebbe pensare che sull’anatomia umana si sia già detto e scritto tutto. Che ogni tessuto, organo e apparato siano ormai capitoli chiusi di un sapere consolidato, tracciato sugli atlanti polverosi delle accademie medicali. Eppure, nulla è più lontano dalla realtà.
L’anatomia non è solo “scienza del corpo”: è un racconto in continua evoluzione, uno specchio illuminante delle conquiste ─ scientifiche e artistiche ─ dell’umanità. Parlare di anatomia oggi significa interrogarsi sulle origini della conoscenza, sulla sua evoluzione e sul suo impatto nella nostra quotidianità.

La copertina del libro “La mirabolante avventura dell’anatomia umana” di Edoardo Rosati e Gian Battista Ricci, pubblicato da Dedalo

La dissezione del corpo umano fu la rivoluzione silenziosa che pose le basi della medicina moderna. Un atto temerario che, sin dalla Grecia antica, sfidò tabù culturali e religiosi, spalancando le porte ad una nuova consapevolezza della vita. Sondare il corpo umano significava allora affrontare resistenze ideologiche, scontrarsi con i dogmi del tempo, penetrare il mistero della materia per coglierne il funzionamento. Ogni scalpo sollevato, ogni nervo mappato, ogni osso scandagliato, ogni fibra muscolare recisa rappresentava un atto di ribellione contro l’ignoranza. Una dichiarazione d’indipendenza dalla superstizione. E ancora oggi, quel retaggio continua a plasmare la nostra cultura, la ricerca e le multiformi espressioni dell’arte.
A delineare con particolare efficacia questi concetti è un libro fresco di stampa, La mirabolante avventura dell’anatomia umana (Edizioni Dedalo), scritto dal giornalista medico-scientifico Edoardo Rosati e da Gian Battista Ricci, psicoanalista nonché uno degli ultimi maestri del disegno anatomico italiano (le cui illustrazioni impreziosiscono le 204 pagine del volume).
Per secoli, la pratica anatomica è stata considerata un’impresa al confine tra scienza e azzardo, un’indagine quasi sacrilega. Eppure, senza di essa non avremmo avuto la chirurgia moderna, la comprensione delle malattie, le innovazioni nella diagnostica e i decisivi avanzamenti nelle terapie.

Il Davide di Michelangelo nella rilettura anatomica di Gian Battista Ricci

A corroborare questa verità sono le parole di Paolo Mazzarello, professore ordinario di Storia della Medicina all’Università di Pavia, che nella sua Prefazione osserva: «Se si prova a chiedere a un medico quale innovazione abbia maggiormente segnato la storia della sua disciplina, alcuni risponderanno citando l’introduzione delle procedure vaccinali, altri la scoperta degli antibiotici o lo sviluppo dell’anestesiologia. Ma c’è un punto di svolta che sta a monte di tutti questi progressi fondamentali, una pratica su cui si costruì tutto l’edificio eretto successivamente cambiando in profondità la direzione stessa della medicina occidentale: la dissezione del corpo umano a scopo medico-legale, didattico e più in generale conoscitivo».
Ma il corpo umano non è solo materia biologica: è un simbolo che attraversa il tempo e le discipline. L’anatomia ha infatti conosciuto una sorprendente risonanza nella cultura pop: una serie televisiva come CSI – Scena del crimine ha trasformato l’autopsia in un vero e proprio spettacolo mediatico, un palcoscenico in cui i segreti della morte vengono decrittati per portare a galla le scomode verità dei vivi.

Una scena del film “The Shrouds”; un uomo che ha perso la moglie (Vincent Cassel) inventa un sistema per monitorare la decomposizione dei cadaveri dei propri cari (fonte: birdman magazine)

E il cinema di David Cronenberg? Da sempre ci spinge a confrontarci con l’oscuro legame tra corpo e identità, assunto che raggiunge un inquietante apice proprio nel suo ultimo film, The Shrouds (in uscita nelle sale nostrane il 3 aprile), dove il regista canadese immagina una tecnologia provocatoria che consente ai vivi di osservare in tempo reale la decomposizione dei propri cari all’interno dei feretri, elevando la riflessione sulla corporeità a un livello inedito e perturbante.

Rembrandt, “Lezione di anatomia del dottor Nicolaes Tulp”,1632, olio su tela, Museo Mauritshuis, L’Aia

E come ignorare il legame tra anatomia e arte? Dalla Divina Commedia dantesca, che descrive dettagli anatomicamente accurati delle punizioni infernali, ai dipinti fiamminghi delle celebri Lezioni di anatomia, dove la conoscenza del corpo si faceva spettacolo, la fascinazione per questa dottrina ha generato perle incommensurabili: basti un nome, Leonardo da Vinci, la cui ossessione per la precisione anatomica lo ha reso non solo un genio del Rinascimento, ma un pioniere della rappresentazione scientifica del corpo umano. Non è un caso se il suo Uomo Vitruviano resta ancora oggi una delle immagini più iconiche del connubio tra arte e scienza, emblema della ricerca di armonia tra struttura biologica e perfezione matematica.
E il pensiero corre anche alle cere anatomiche del Museo di Storia naturale La Specola di Firenze: l’illusione dei tessuti corporei, resi con sfumature cromatiche così vivide da evocare il palpito della vita, genera un cortocircuito emotivo. C’è qualcosa di sconcertante e magnetico in quei corpi sezionati con eleganza, negli sguardi artificiali fissi nel vuoto, in quegli esili vasi sanguigni che sembrano vibrare sotto la trasparenza della pelle cerata.

Gli organi addominali (disegno di Gian Battista Ricci)

Sono la testimonianza di un sapere anatomico che non si accontentava di insegnare, ma cercava pure di emozionare. Ancora oggi, calamitati da quelle figure statiche e impeccabili, si resta pervasi dallo stupore: quello di trovarsi faccia a faccia con il mistero della vita e della morte reso eterno dalla cera. E pure l’arte contemporanea continua a nutrirsi di simili suggestioni: le ibridi creature iperrealiste di Patricia Piccinini sembrano spuntate da un laboratorio biotech, mentre le anatomie visionarie del pittore Piero Leddi diventano ponte tra conoscenza e bellezza.
Ai giorni nostri, l’anatomia è anche tecnologia, innovazione, futuro. Le più recenti applicazioni della realtà aumentata e della stampa 3D stanno trasformando il modo in cui la studiamo e comprendiamo: i giovani futuri medici possono immergersi in corpi digitali ricostruiti con scrupolosità millimetrica, esplorare i meandri di un organo senza toccarlo fisicamente, manipolare simulazioni interattive che immortalano con fedeltà estrema l’architettura umana.

“La spellata”, disegno di Gian Battista Ricci

Tecnologie che hanno abbattuto barriere un tempo insormontabili, consentendo di affinare le manovre chirurgiche in modi prima impensabili. Non siamo mai stati così vicini al corpo umano e, al contempo, mai così bisognosi di comprenderlo. Come ci insegna il libro di Rosati e Ricci, studiare l’anatomia non significa soltanto esplorare il palazzo della vita, ma riconoscere il nesso indissolubile che unisce scienza, filosofia e arte. Perché ossa e carne non sono solo un oggetto di studio. Sono la nostra più grande storia. E l’anatomia è la chiave per decifrarla.

Immagine di apertura: Clemente Susini, La Venerina, ceruloplastica a base di cera d’api, XVIII secolo, Museo di anatomia di Palazzo Poggi, Bologna (foto di Mattes Pana)

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