Firenze 27 Novembre 2025
L’anziano era tale, nelle diverse civiltà antiche e recenti, ad una età variabile, a seconda della durata media della vita in quella società. Chi ha letto qualche romanzo scritto nei secoli scorsi avrà notato come, allora, poteva essere considerato anziano un uomo di cinquant’anni anni e “vecchia” una donna di quaranta. Perfino nell’alta società dell’Ottocento e ancora dei primi decenni del Novecento, la donna quando arrivava a quell’età, cominciava a vestirsi di nero, o comunque di scuro, messaggio chiaro della rinuncia alla seduzione e alla speranza.

La persona in là con gli anni che di solito è la parte debole nel tessuto sociale, deve conformarsi all’immagine di lei che le rimanda il mondo circostante, finendo per interiorizzarla. Così, penserà a se stessa come gli altri la vedono o la immaginano: fisicamente e intellettualmente indebolita, minorata, quindi incapace delle prestazioni psico-fisiche di qualche anno prima. Un po’ alla volta, si accontenterà di un livello di prestazioni sempre più basso, sebbene quel livello sia oggettivamente al di sotto delle sue possibilità. La parola più adeguata per descrivere questo atteggiamento ci pare sia rassegnazione.
Cicerone, che notoriamente non era un neuroscienziato, ci ha trasmesso una frase proverbiale nella società dei suoi tempi: Memoria minùitur, nisi eam exerceas (la memoria, se non la eserciti, diminuisce). Ma questo vale anche per le prestazioni fisiche. Se l’anziano vive a scartamento ridotto, cioè al di sotto delle sue possibilità, un po’ alla volta il livello delle sue competenze diminuirà realmente.
Così, l’anziano finisce per adeguarsi al cliché di anziano diffuso nel suo ambiente, in una sorta di involontaria perversa spirale masochistica. Come spezzare questa spirale? Agendo, tramite l’istruzione e l’educazione, sia sull’ambiente, combattendo l’ageismo con gli strumenti della conoscenza scientifica, sia sull’anziano stesso, stimolandolo a superare quelli che egli, erroneamente, crede siano i suoi limiti invalicabili.

È indispensabile trascinare l’anziano a sfruttare appieno le sue risorse psico-fisiche. Il che spesso significa anche accrescerle. Si passerebbe, così, da una spirale perversa a una virtuosa dove ogni riconquista, da parte dell’anziano, delle sue reali capacità diventa una premessa per accrescerle. È possibile riaffermare una concezione della vita fondata sulla centralità della persona e dei valori umani, un nuovo Umanesimo che non escluda l’anziano, pregiudizialmente tenuto fuori, non più protagonista della storia e del progresso, e ormai privo di risorse. Le più recenti scoperte sul cervello dell’ultimo mezzo secolo hanno rivoluzionato conoscenze ritenute assiomatiche fino a poco tempo fa, quali l’immutabilità delle strutture cerebrali dopo la nascita. Il cervello , infatti, ha una grande capacità di rigenerazione anche in tarda età. Dell’argomento abbiamo già parlato più volte in questa rubrica e non ci ripeteremo. Il ricorso, poi, alle tecniche riabilitative nei soggetti colpiti da ictus (in prevalenza soggetti anziani, restituiti alla vita di relazione e spesso all’autosufficienza) ha introdotto il concetto di plasticità cerebrale, ovvero la capacità del cervello di recuperare funzioni compromesse o perdute. Un bel passo in avanti, quasi una rivoluzione copernicana che permette di considerare la persona anziana lontana da stereotipi e pregiudizi duri a morire.

È partecipazione la parola magica opposta all’isolamento che permette di abbattere pregiudizi negativi sulla vecchiaia altrui e sulla nostra. Partecipazione o relazione: termini fondamentali sin dalla nascita per lo sviluppo del cervello sociale del bambino e della sua crescita. Altrettanto fondamentali quando il pensionamento si traduce in isolamento e disimpegno dall’attività lavorativa e da ogni altro interesse. La vecchiaia dei pregiudizi prende il sopravvento! Da tenere presente che, molto spesso, la depressione nella persona non più giovane può essere scambiata per invecchiamento.
Come si spiega che, nonostante l’usura del tempo, che indichiamo come invecchiamento, alcuni individui mantengono agilità di pensiero, memoria, capacità critica? Perché usano il cervello come dimostra la longevità mentale di scrittori, giornalisti, politici e di alcuni grandi artisti. Un caso clamoroso è quello di Ornella Vanoni, attrice e cantante, straordinaria mancata a 91 anni pochi giorni fa improvvisamente per un arresto cardiaco nella sua casa di Milano. Lucida, presente a se stessa e attivissima fino all’ultimo giorno, capace di una grande ironia. Uno splendido esempio per tutti.
Non a caso, grazie alle indagini disponibili oggi, si è visto che con lo scorrere dell’età gli individui tendono ad usare entrambi gli emisferi cerebrali arrivando ad una maggiore integrazione tra la funzione cognitiva e gli aspetti emotivi-affettivi. Vera e propria rivoluzione culturale, economica e sanitaria che potrebbe portare l’anziano a un ruolo di protagonista della propria realtà e dell’intero contesto sociale. Infine, la valorizzazione dell’anziano contribuirebbe a ridurre la spesa sanitaria.
Immagine di apertura: un bello scatto di Ornella Vanoni pochi mesi prima della sua scomparsa (fonte: Whoopsee)




