«Guardare un malato non significa osservarlo. Guardare non vuol sempre dire vedere». L’Intuizione acuta e ancora attuale è della signora vittoriana che fondò l’assistenza infermieristica moderna, Florence Nightingale (1820-1910). Una pioniera: prima di lei, ad occuparsi dei malati e dei feriti in guerra, erano sguattere abbrutite dall’alcol o, nella migliore delle ipotesi, religiose senza alcuna preparazione. La frase fa parte di una raccolta di suoi aforismi e riflessioni, La penna di Florence Nightingale, pubblicata da Pontecorboli, scelta sapiente di due storici della Medicina, Donatella Lippi e Luca Borghi.

La copertina del libro di Donatella Lippi e Luca Borghi, “La penna di Florence Nightingale”, pubblicato dall’editore Pontecorboli, Firenze

Florence nacque a Firenze nel 1820 (quest’anno ricorre il bicentenario), figlia di ricchi proprietari terrieri inglesi in quel momento in soggiorno nella città toscana. Scandalizzando la famiglia, manifestò fin da giovanissima la “vocazione” di diventare infermiera e respinse ben tre pretendenti, di cui l’ultimo sposerà la sorella Parthenope. Il padre non la ostacolò, le permise di studiare matematica, le concesse un lungo viaggio in Europa. A Kaiserswerth, vicino a Dusseldorf, Florence visitò un ospedale luterano per i poveri. Ne rimase talmente entusiasta che vi tornò pochi mesi dopo per prendere il diploma di infermiera. A formazione avvenuta, nel 1853 il padre decise di versarle una pensione annua di 500 sterline perché potesse vivere a Londra e seguire liberamente i suoi interessi. Florence prese la direzione di un Istituto per l’assistenza alle nobili decadute, l’Hospital for Gentlewomen di Harley Street e lo trasformò: istruì il personale, rinnovò gli ambienti, curò il vitto, impose l’igiene. È il primo esperimento di quello che sarà poi il suo grande successo.

“Combat dans la gorge de Malakoff”, 8 settembre 1855, olio su tela, Aldolphe Yvon, 1856-1859, Reggia di Versailles. Il quadro raffigura una delle battaglie più sanguinose della guerra di Crimea che portò alla caduta di Sebastopoli e alla fine del conflitto

Quell’anno scoppiò la guerra di Crimea: l’Inghilterra e la Francia andarono in aiuto dell’Impero Ottomano minacciato dalle mire espansionistiche russe nei Balcani (ci fu per iniziativa di Cavour anche la partecipazione del Regno di Sardegna con quindicimila bersaglieri). Nel corso del conflitto l’opinione pubblica inglese fu sempre più colpita dalle notizie terribili che pubblicava The Times: il corrispondente raccontava di feriti gravi abbandonati a loro stessi in mezzo a una sporcizia disumana.

Allora Sidney Herbert, Ministro della guerra e grande amico della ragazza (si erano conosciuti a Roma), chiese a Florence di prendere in mano la situazione. Lei aveva poco più di trent’anni, ma partì decisa per l’ospedale militare britannico di Scutari, vicino a quella che ancora si chiamava Costantinopoli, sulla costa asiatica del Bosforo, con 38 infermiere. Lì trovò diecimila soldati in condizioni spaventose, nel totale disinteresse degli alti ufficiali. Lavorando giorno e notte, mise in atto una rivoluzione per l’epoca: igiene, luce, areazione, acqua pulita, vitto adatto. Nel giro di sei mesi la mortalità crollò dal 42 per cento al 2 per cento. I vertici militari erano irritati e imbarazzati dai suoi successi, ma The Times raccontava di questa “Signora della lampada” che assisteva incessantemente i feriti giorno e notte e la sua popolarità in patria cresceva.

Florence diventò famosa, ma andò oltre; raccolse dati sulle cause di morte e più tardi arrivò a dimostrare che i morti fra i feriti dell’ospedale militare avevano superato quelli in battaglia, come riporta un bel profilo di lei appena pubblicato dalla rivista Lancet. Florence credeva nella capacità salvifiche dell’igiene, della luce, di una dieta appropriata, idee raccolte in Notes on Nursing, del 1859, la sua opera più celebre (nell’ambito di una produzione quasi sterminata). Tornata in patria, si dedicò alla formazione umana e professionale delle infermiere, e nel 1860 creò la Training School of Nursing all’interno dell’ospedale St. Thomas di Londra. L’anno prima era entrata a parte della Royal Statistical Society, la prima volta per una donna.

Fra gli aforismi più significativi riportati da Lippi e Borghi ne ricordiamo alcuni. «Quanto poco si sanno e si capiscono le vere pene della malattia», «Un’infermiera attenta osserverà costantemente i suoi malati», «Che non esista un’infezione “inevitabile” è il primo assioma dell’infermieristica», «Il parto non è una malattia mortale, anzi, non è proprio una malattia. Non è un infortunio fatale e nemmeno un infortunio», «La mancanza di aria fresca può essere individuata dall’aspetto dei pazienti prima di ogni altra esigenza». Insegnamenti di grande attualità anche oggi. Per Florence Nightingale il lavoro infermieristico era, però, esclusivamente femminile; le donne non dovevano aspirare a indossare il camice bianco. Pur amica della coetanea Elisabeth Blackwell, la prima donna a laurearsi in Medicina negli Stati Uniti, affermava: «Un’infarinatura di assistenza infermieristica fa bene al medico, un’infarinatura di medicina fa male all’infermiera». La Storia fortunatamente l’ha sconfessata.
Malata da tempo (in Crimea aveva contratto la brucellosi che le lasciò pesanti conseguenze), ciononostante infaticabile fino a tarda età, Florence morì a Londra nel 1910.

Immagine di apertura: la locandina del film Florence Nightingale, del 1985, interpretato da Jaclyn Smith (Florence) e da Timothy Dalton nei panni di Richard Milnes, uno dei pretendenti rifiutati da Florence

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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