Milano 27 Ottobre 2025
Affermava il filosofo Blaise Pascal: «L’uomo cerca costantemente di fuggire la propria infelicità e la consapevolezza della morte attraverso il divertissement, cioè la distrazione che si traduce in impegni più o meno gratificanti».

È quanto ci vuole comunicare, quattro secoli dopo, con il suo libro L’immensa distrazione (Einaudi) lo scrittore Marcello Fois, sardo di nascita, bolognese di adozione. E lo fa con un potente romanzo familiare che attraversa la storia del Novecento e affronta molti interrogativi e problemi esistenziali, comuni agli esseri umani soprattutto in età matura. Lo scrittore abbandona l’ambiente sardo e muove la narrazione in un’Emilia operosa, ricca di estesi campi coltivati, allevamenti e piccole industrie, dove appunto è nato il protagonista, Ettore Manfredini. Questi, appena morto, all’età di 95 anni, approfitta di un brevissimo risveglio per ripercorrere la sua esistenza e quella della sua famiglia, diventando il narratore che tutto sa, che anticipa, tralascia e poi riprende. «Morire, si disse Ettore Manfredini dal suo letto di morte, è come diventare un narratore onnisciente sia della propria vita, sia di quella degli altri, fino a vedere tutto ciò che non si è vissuto in prima persona». Memorie, sensazioni, immagini, spezzoni di vita familiare scorrono nella sua mente, senza un ordine, ma come un flusso incessante di pensieri e «come se fosse estraneo a se stesso e potesse assistersi nell’atto del trapasso».

E finalmente Ettore tralascia la distrazione della sua frenetica vita per acquisire la concentrazione che lo fa riflettere filosoficamente e tragicamente sul senso della vita stessa e sulla morte. Terzo figlio di una famiglia poverissima, impossibilitato a continuare gli studi per mancanza di mezzi economici, umiliato da una nobildonna che avrebbe potuto aiutarlo, entra sedicenne a lavorare nel mattatoio kosher della famiglia Teglio, dove si guadagna la fiducia del padrone. Ma le leggi razziali promulgate nel 1938 dal governo fascista costringono la famiglia ebrea a mettersi al riparo e a nominare proprio Ettore prestanome dell’azienda, con l’impegno di restituire tutto, passato il delirio nazifascista. I Teglio, però, vengono deportati ad Auschwitz per una spiata di una serpe familiare. Si salva solo la figlia Marida che la famiglia Manfredini, non senza secondi fini, ha ottenuto di accogliere in casa, facendola passare come lontana parente e che poi sposerà Ettore, «un matrimonio non d’amore ma di riconoscenza». E, come spesso accade nella vita, le disgrazie di alcuni favoriscono la fortuna di altri.

Ettore, giovane ambizioso e dotato di notevole talento imprenditoriale, trasformerà il vecchio mattatoio in un grande impero industriale basato sulla lavorazione delle carni, anche suine, diventerà ricco garantendo ai figli una vita agiata, ma conviverà per tutta la vita con il segreto dell’inganno e della menzogna, alla base della sua parabola di successo. Saltando da un ricordo all’altro, il lettore segue lo scorrere della vita in casa Manfredini, governata da quel capofamiglia che si affannerà per far prosperare sempre di più la sua azienda, che acquisterà case e, spinto da un bisogno di rivincita sociale, anche la sontuosa villa della contessa che aveva troncato la possibilità della sua istruzione! Arriveranno quattro figli che, come normalmente capita, svilupperanno personalità diverse e rapporti più o meno conflittuali con il genitore. Avranno destini diversi e imboccheranno percorsi contrastanti: chi cercherà rifugio nella religione, chi nella lotta armata degli anni di piombo, chi nella conduzione dell’azienda. Talmente diversi al punto che «Qualcuno, nel tempo, si chiese come fosse possibile che dalla stessa madre nascessero figli e figlie tanto difformi».
Dei nuclei familiari di prima e seconda generazione vengono ben analizzate tutte le complesse relazioni, le dinamiche emotive, le problematiche. E in questa fase di transizione Ettore non si concede sconti e ammette a se stesso i suoi terribili difetti. «Ora sentiva che l’uomo compie nudo il primo e ultimo transito… la sua nudità consisteva nell’impossibilità di falsificare, anche di una sola cifra, il proprio bilancio».

La mente di Ettore è affollata da tutti i personaggi della sua stirpe, narrati e descritti secondo il suo punto di vista ormai libero e oggettivo. Confessa il suo sperticato amore per il nipotino, la colpa dell’ambiziosa e spregiudicata mamma e del suo cinico fratello. La figura più triste risulta la moglie Marida, da lui mai amata, che ignorerà la fine riservata ai suoi familiari fino a quando non scoprirà, attraverso le pagine di un’enciclopedia, le foto dei suoi due fratelli gemelli, sottoposti ad atroci esperimenti dal dott. Menghele! E dalla memoria familiare scaturisce quella collettiva, quella della storia buia di quel lungo periodo del Novecento. La famiglia troverà il collante nell’affrontare i colpi che la vita infliggerà loro, tanto da poter affermare che «nella famiglia Manfredini i momenti di pace non erano altro che istanti per riprendere fiato».

È un romanzo epico sull’esistenza umana che affascina e presenta situazioni in cui è naturale ritrovarsi; narrato in modo profondo, ricco di significati e dettagli. Lo scrittore esplora a fondo le emozioni, i dilemmi interiori dei personaggi, intrecciando la loro storia con temi universali.
Quella di Fois è una scrittura raffinata, intrisa di metafore, analogie e molti rimandi a classici antichi e contemporanei. Il messaggio riguarda la fragilità umana e il senso della vita che altro non è se non un’immensa distrazione dal morire, come appunto diceva secoli fa Pascal. L’uomo si affanna, ama, soffre, si dispera, fa progetti e così non si accorge del tempo che passa e allontana il pensiero della morte.
Immagine di apertura: uno scorcio di campagna emiliana (foto di Vic E)




