Milano 19 dicembre 2020

La figura femminile nell’arte russa, come soggetto da raffigurare ma anche come pittrice, nell’arco di due secoli. Lo propone la mostra Divine e avanguardie, le donne nell’arte russa al Palazzo Reale di Milano, aperta alla fine di ottobre e frettolosamente chiusa per le restrizioni dovute alla pandemia (il programma prevedeva la sua permanenza fino ad aprile; vedremo che cosa accadrà). Una carrellata di novanta opere che provengono dal Museo Russo di San Pietroburgo, curata da Evgenija Petrova, che ne è la direttrice scientifica, e da Josef Kiblitskij.

Ivan Kramskoj, Ritratto dell’imperatrice Marija Fëdorovna, 1882, Olio su tela, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

La mostra attraversa il tempo, dalle antiche icone all’Imperatrice Caterina, dall’Ottocento alle avanguardie dei primi decenni del Novecento per finire con un’opera simbolo del Realismo Socialista, il modello in bronzo, L’operaio e la kolkotsiana, della scultrice del regime Vera Muchina. Modello di una statua in acciaio inossidabile (la prima) di 24 metri che nel 1937 troneggiò sulla sommità del padiglione sovietico all’Esposizione Universale di Parigi, di fronte all’aquila nazista di quello tedesco (a forma di tre I gigantesche, a simboleggiare il Terzo Reich). Le icone non potevano mancare – sono il caposaldo della religiosità russa – come non poteva non esserci il famoso ritratto in abiti sontuosi della grande Caterina II (1729-1796), opera del 1782 di Dmitry Levitsky, cui si accompagna con un salto temporale di cento anni quello, del 1882 (il pittore è Ivan Kramskoj) della bellissima Dagmar Marija Fëdorovna, principessa di Danimarca che divenne Imperatrice sposando lo Zar Alessandro III, qui adorna dei meravigliosi gioielli Fabergé, a testimoniare, se ce ne fosse stato bisogno, gli sfarzi della Corte di San Pietroburgo. Il percorso “imperiale” si chiude con il ritratto a figura intera, di gusto già novecentesco, di sua nuora, Aleksandra Fëdorovna, moglie dello zar Nicola II, ultima Imperatrice della Russia.

Boris Kustodiev, “Lillà”, 1906, Olio su tela, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Ma ci sono anche le donne semplici, ritratte negli abiti tradizionali e con gli scialli dai colori sgargianti, come emergono dai quadri di Filipp Maljavin di inizio Novecento, liberate dal giogo della servitù della gleba (abolita nel 1861) ma ancora chiuse in un mondo contadino che pare immutabile, incantato. Nei primi anni del Novecento sono le donne borghesi raffigurate nel ruolo di madre, di compagna, di figlia, le protagoniste com’è nei delicati quadri di Boris Kustodiev, ma agli albori del nuovo secolo cominciano a comparire donne che imbracciano i pennelli: è il caso di Zinaida Serebrjakova, di cui sono degni di nota i quadri realizzati dietro le quinte del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo che lei ebbe la possibilità di frequentare per molto tempo (vedi immagine di apertura).

Kazimir Malevic, “Ragazze nel campo” 1928–1929, Olio su tela, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Poi arriva la Rivoluzione d’Ottobre, sbocciano le avanguardie: le contadine non hanno più gli abiti e i tratti della tradizione; diventano figure stilizzate, e coloratissime come le sagome delle Ragazze nel Campo, del 1928-1929 di Kazimir Malevič, pittore del Suprematismo. Movimento artistico creato dall’artista che tende a semplificare gli elementi decorativi, privilegiando quelli geometrici, teorizzato nel manifesto scritto nel 1915 con il poeta Vladimir Majiakovskij, il protagonista della cultura della Russia Rivoluzionaria. Malevič, però, nei primi anni Trenta ci regala l’immagine dell’operaia sovietica, con il fazzoletto in testa, i capelli corti e la camicia colorata non più astratta, ma concreta, come la volevano i Soviet.

Aleksandr Deyneka, “Operaie tessili”, 1927, Olio su tela, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Pittore delle nuove professioni operaie fu anche Aleksandr Dejneka, diventandone un maestro, come si vede dalla tela Operaie Tessili. Lo stimolo al rinnovamento stilistico che guida gli artisti russi dei primi vent’anni del secolo scorso porta all’abbandono quasi totale del figurativismo classico e alla sperimentazione di un’espressività nuova e spesso molto personale. Fra le pittrici dell’avanguardia spicca Natal’ja Gončarova (insieme al marito Michail Larionov fondò il Neoprimitivismo che tendeva al recupero delle tradizioni popolari), di cui sono esposte diverse opere: il suo Inverno, con le figure stilizzate, ma anche tele di stile cubo-futurista. Ma nel 1934 nasce il movimento artistico voluto dal Regime, secondo il quale l’opera d’arte doveva avere un contenuto socialista e un forma realista. Ljubov’ Mileeva lavorava nel laboratorio di propaganda politica e si si esprimeva attraverso manifesti a collage; li traspose su tela nella bellissima La nuova vita quotidiana che chiude la mostra insieme al modello in bronzo L’operaio e la kolkotsiana di Vera Muchina (1889-1953), caposcuola della scultura del Realismo Socialista.

Vera Muchina, “L’operaio e la kolkotsiana”, 1936, Bozza del gruppo scultoreo in bronzo, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Un muscoloso operaio in tuta da lavoro e una altrettanto muscolosa contadina di Kolkhoz (la fattoria collettiva sovietica) tengono in mano l’uno il martello, l’altra la falce, a simbolizzare l’eterna unione tra operai e contadini nell’Urss. Di questa opera viene anche proposto un filmato che mostra la scultrice al lavoro nella costruzione del mastodontico gruppo scultoreo e, poi, la sua consacrazione da parte del regime con il Premio Stalin nel 1941. Il Realismo Socialista aveva vinto sulle avanguardie. In realtà la statua simbolo del regime ebbe vita difficile: viste le dimensioni, al ritorno da Parigi non si sapeva bene dove piazzarla; si scelse alla fine l’Esposizione delle Conquiste dell’Economia Nazionale, un grande spazio fieristico nel nord-est di Mosca, dove si trova tuttora.

Degno di nota, infine, il ritratto della famosa poetessa Anna Achmatova, censurata e poi espulsa dall’Unione degli Scrittori Sovietici nel 1946 con l’accusa di disimpegno politico e estetismo (riabilitata nel 1955), che è anche l’emblema della mostra, di Kuz’ma Petrov-Vodkin, che la dipinge nel 1922 come una bellezza moderna, naso irregolare e frangetta. Le poesie della Achmatova sono tradotte in italiano fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso.

Immagine di apertura: Zinaida Serebrjakova,  Camerino. Fiocchi di neve
(Balletto Schiaccianoci), 1923, olio su tela, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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