Firenze 27 novembre 2024
Storicamente, per molto tempo, l’inizio dell’età anziana si è fatto coincidere con il pensionamento; oggi le conoscenze più avanzate della biologia e della genetica hanno contribuito a spostare questa data dopo gli ottant’anni. L’ età che avanza, come riduzione progressiva di energia, di forza, di resistenza, di memoria, di entusiasmo, è un dato in gran parte superato per molti ultraottantenni che non hanno mai conosciuto il disimpegno o l’isolamento dall’ambiente. Tra gli studi sull’invecchiamento, il linguaggio e la comunicazione hanno sempre suscitato grande interesse in quanto essenziali al mantenimento dei rapporti sociali e alla stessa sopravvivenza dell’individuo.
Le Neuroscienze, che studiano il cervello, hanno dimostrato, nell’ultimo mezzo secolo, che gli stimoli dell’ambiente, anche in età avanzata, aumentano il numero dei collegamenti tra le cellule nervose e, in particolari condizioni, la formazione di nuove cellule per il mantenimento di funzioni importanti quali la memoria, l’orientamento, il ragionamento, il giudizio, quindi la stessa capacità di comunicare.

Il linguaggio rivela il nostro modo di essere, la personalità, le nostre intenzioni; anche il non detto che viene espresso dal corpo. Accanto al linguaggio verbale, quello delle parole, “il linguaggio non verbale” (mimica, postura, caratteristiche della voce come volume, tono, pause) è veicolo di emozioni di cui spesso non siamo consapevoli ma altrettanto importante nella comunicazione. Linguaggio verbale e non verbale devono viaggiare sullo stesso binario, essere consonanti, per rendere più efficace il messaggio.
Molte caratteristiche necessarie ad una comunicazione efficace, che venga recepita senza difficoltà dall’interlocutore, riguardano sia chi parla, sia chi ascolta. Brevità del messaggio tale da non esaurire l’attenzione dell’ascoltatore. Voce chiara, emessa con energia, accentuando alcune parti del messaggio: musicalità e intonazione, l’opposto di una emissione vocale monotona. Interesse al contenuto del messaggio da chi ascolta.
A questo punto chiediamoci se esista un linguaggio o uno stile comunicativo caratteristico dell’anziano, un elderspeak, come è stato definito da alcuni autori (Cohen & Faulkner,1986).

Ogni epoca della vita ha le sue modalità caratteristiche e specifiche di comunicare con gli altri e i relativi possibili “disturbi della comunicazione”. Tutti sappiamo che un bambino comunica con gli adulti mediante un linguaggio (verbale e non verbale) diverso da quello di un adolescente e di un adulto. La domanda che ci facciamo è la seguente: esistono difficoltà specifiche, “errori” specifici da correggere nelle modalità di comunicazione verbale prevalenti tra gli anziani?
Sappiamo che spesso le persone in là con gli anni, quando parlano con i loro coetanei o con adulti più giovani, adottano schemi e modalità di dialogo che ostacolano, anziché favorire, una comunicazione fluida con l’interlocutore. Tentiamo di descrivere alcune delle principali modalità comunicative ‘sbagliate’ (presenti in soggetti di ogni età e condizione socio-culturale) che ostacolano il dialogo, inteso come scambio bidirezionale.
Talora l’anziano tende, se ama conversare, ad “allungare il brodo”, senza chiedersi se e quanto il suo ascoltatore sia interessato ad ascoltarlo. Questo può accadere perché desidera soprattutto prolungare l’incontro con l’altro, per uscire dalla solitudine.
Un fattore di questa prolissità è il bisogno di ripetere più volte, all’interno di una narrazione, il racconto dei medesimi episodi. Particolarmente fastidiosa per l’ascoltatore è la circolarità delle narrazioni. Ovvero, dopo aver terminato il racconto, l’anziano ricomincia daccapo, e lo ripete con pochissime varianti anche perché ha dimenticato di averlo già detto. Non di rado, il parlare, il raccontare, corrisponde più che al piacere dello scambio, all’impellenza di sfogarsi, di depositare nell’altro (in quanto recipiente-ascoltatore) le emozioni e i sentimenti dolorosi che ci tormentano. Ciò accade con particolare frequenza negli anziani, che spesso sono soli o per vedovanza o perché figli e parenti sono lontani. Anche in questo caso, tuttavia, non si può parlare di dialogo, e i destinatari di questi sfoghi finiscono prima o poi per essere infastiditi dal sentirsi usati come un secchio della spazzatura dove vengono espulse e depositate le cose ‘cattive’ che l’interlocutore alberga nella propria mente e delle quali vuole liberarsi.

Insomma, più che di comunicazione, si tratterrebbe di “evacuazione”. In questo caso l’interlocutore sente che, al posto del piacere dello scambio e del reciproco ascolto, c’è, da parte dell’altro, l’impellenza a depositare nella sua mente le proprie vicende e relative emozioni: non necessariamente tristi. Anche una grande gioia può essere percepita come incontenibile e quindi bisognosa di essere, almeno in parte, riversata in un contenitore esterno. Se questo diventa il modello costante dell’interlocuzione, l’ascoltatore, di solito, finisce col non trovare gratificante il proprio ruolo di mero contenitore e quindi ad evitare chi lo confina in questo ruolo.
Nel dialogo, ciascuno degli interlocutori deve sentire che è reciproco l’interesse all’ascolto di ciò che l’altro intende comunicare. In particolare, se si tratta di narrazioni di vicende personali o familiari, bisognerebbe evitare di dare la sensazione di ascoltare “per educazione”, ma senza alcun reale interesse per ciò che l’altro ci comunica. Nell’anziano rimasto solo questo comportamento può essere particolarmente frequente.
La capacità dialogica è una disposizione che si acquisisce con la maturazione delle emozioni e dei sentimenti ed è una qualità tipicamente adulta. Nell’anziano può essere compromessa da alcuni fattori particolarmente frequenti nella Terza Età: la ridotta prospettiva di vita e quindi la restrizione degli interessi e la scarsa risonanza emotiva degli eventi della società in cui vive. Negli anziani possono talora riemergere tratti di immaturità infantile, che li avevano accompagnati sottotraccia per tutta la vita, e che ora assumono la forma di bisogno, di dipendenza. Talora, assistendo al dialogo tra anziani, in condizioni affettivamente povere, si ha la sensazione di una comunicazione verbosa, ma fuori bersaglio.
Immagine di apertura: anziani che si incontrano ma spesso riescono a comunicare solo i loro acciacchi (foto di Cristina Gottardi)





Trovo l’ articolo a dir poco ILLUMINANTE!!!
Mi ha fatto prendere immediatamente coscienza dI essere DIVENTATO UN ANZIANO…e di dover SUBITOcorreggere i contenuti e le modalita’ della mIa comunicazione….oltre che della mia capacita’ d’ ascolto….INDISPENSABILE imparare ad operare e vivere bene questi ultimi scorci di vira a disposizione…non sprecando neanche un’ occasione….GRAZIE.