Firenze 28 Aprile 2022

Ci sono dipinti che al solo ricordo del loro nome – se pensiamo a Guernica di Picasso o L’Urlo di Munch – evocano immediatamente la spettacolarità di un evento tragico o quella di una paura invisibile nella realtà storica o naturale. Ce ne sono altri, tra i quali L’isola dei morti (Die Toteninsel) del pittore svizzero maestro del Simbolismo Arnold Böcklin (1827-1901)  che hanno, invece, la rara capacità metafisica di rendere visibile ciò che sta al di là della realtà e sensibile l’indefinibile.
Chi fosse dubbioso di quanto ho prima affermato – a differenza di Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, D’Annunzio e dello stesso Hitler che rimasero letteralmente stregati da questa opera suggestiva – può andare a vedere di persona una delle versioni (il pittore ne realizzò cinque) conservate nei musei di Berlino, Basilea, Lipsia e al Metropolitan Museum of Art di New York. Ne ricaveranno, come minimo, una suggestione inspiegabile o un turbamento di cui nell’immediato nessuno riesce a dare una spiegazione plausibile.

La prima versione de “L’isola dei morti”, 1880, olio su tavola, conservata al  Kunstmuseum di Basilea

L’opera rappresenta un’isola con due possenti rocce sormontate da cipressi cimiteriali altissimi sopra una rada verso la quale si dirige una barca guidata da una figura eretta e coperta da un telo bianco simile alla spettrale bellezza di una visione onirica. Possiamo dire che quell’insenatura e quell’isola dei sepolcri sono la metafora della morte intesa come viaggio senza possibilità di ritorno da un regno misterioso e oscuro, ma l’autore non volle mai darne una personale spiegazione. Böcklin aveva avuto una vita familiare bersagliata dalla morte: la perdita di sei dei suoi dodici figli lo avvicinava più di chiunque altro alla pace onirica evocata dal quadro.

Arnold Bocklin, “Autoritratto con la morte che suona il violino”, 1872 ca, olio su tela, Alte Nationalgalerie, Berlino

Le cinque versioni dell’opera, dipinte dal 1880 al 1886, vennero realizzate dall’artista quando abitava a Firenze dove gli era morta, ad appena un anno di vita, la figlia Beatrice che fu sepolta nel vicino Cimitero degli Inglesi, una delle possibili ispirazioni de l’Isola dei Morti. La prima acquirente fu la nobildonna tedesca Merie Berna, poi contessa Oriola, che aveva chiesto a Böcklin di realizzare un dipinto che lei voleva in commemorazione del defunto marito Georg von Berna, morto molti anni prima di difterite. Entrata nello studio fiorentino dell’artista, la vedova rimase folgorata da un dipinto che Böcklin stava completando e che gli era stato commissionato dal mecenate Alexander Gunter. La nobildonna disse che qual quadro la faceva “sognare” perché nella sua statica quiete aveva qualcosa di onirico. Chiese però all’artista di completarlo con l’aggiunta di una bara traghettata su una barca verso l’isola. Fu così che, prima di consegnarla, Böcklin inserì l’imbarcazione guidata da un’enigmatica figura vestita di bianco. Il pittore volle anche suggerire alla contessa la sua personale interpretazione dell’opera inviandole una lettera nella quale scriveva di essere sicuro che, guardando il quadro, ella avrebbe dapprima «sognato il buio mondo delle ombre» per poi avvertire «un leggero e tiepido alito di vento increspare le onde del mare in un silenzio solenne e irreale che una sola parola bastava a turbare». Gabriele D’Annunzio, che conobbe Böcklin alla Versiliana di Viareggio, colpito nelle sue accese fantasie dai sottili e lugubri cipressi che nel dipinto svettano tra le possenti rocce marine, ne volle una riproduzione nella sua camera da letto al Vittoriale.
Sigmund Freud, altro esempio di persona rimasta suggestionata dall’opera, aveva del dipinto più copie, alcune delle quali esposte nel suo studio. Gustav Jung, dal canto suo, confessò che quell’isola archetipica ricorreva di frequente nei sogni di molti tra i suoi pazienti.

Una foto storica: Adolf Hitler mentre sigla il patto di non aggressione con l’URSS nel 1939 con i ministri degli Esteri von Ribbentrop e Molotov. Alle sue spalle “L’isola dei morti”

Ma la storia più tragica de L’isola dei morti è rappresentata dalla terza versione dell’opera, quella dipinta da Böcklin nel 1883 con le misteriose iniziali AR incise su una delle camere sepolcrali della roccia (vedi immagine di apertura). Finita in un’asta pubblica, fu personalmente acquistata da Hitler. Colpito dalla spettrale bellezza del dipinto, il Fuhrer tenne per anni il dipinto nel suo rifugio sulle Alpi salisburghesi. Nel 1944 lo trasferì nella Cancelleria del Reich e da qui nel bunker dove trascorse le ultime ore di vita prima di suicidarsi. Recuperato dai russi, nel 1945 fu reso alla Germania ed è tuttora esposto alla Alte Nationalgalerie di Berlino. Il quarto dipinto della serie andò perduto nella distruzione bellica della Berliner Bank, mentre il quinto è ancora visibile al Museo delle Belle Arti di Lipsia.

La misteriosa opera di Böcklin, appesa al muro dello studio privato di Hitler, compare anche in una fotografia che ritrae una circostanza altrettanto foriera di lutti e di rovine: l’incontro nel 1939 tra i ministri degli Esteri Joachim von Ribbentrop e Vjaceslav Molotov per la firma di quel Patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica che, disatteso pochi anni più tardi, porterà all’invasione tedesca dell’URSS e alla reazione dell’Armata Rossa fino alla conquista di Berlino.

La quarta versione de “L’isola dei morti”, dipinta nel 1884, olio su rame, distrutta nei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Qui ne vediamo una fotografia

Poi nella notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, appeso alla parete del Fuherebunker, quel dipinto di Böcklin diventerà una vera e propria Isola dei Morti. In un clima di follia e di paranoia, dopo che sarà stato celebrato il matrimonio tra Hitler e Eva Braun vestita di un prezioso abito di taffetà di seta nera, per ambedue raggiunti dalla morte e per il Terzo Reich, sarà la fine. Quella di Böcklin era già avvenuta nel 1901 nella villa di san Domenico di Fiesole e la sua sepoltura nel cimitero protestante degli Allori di Firenze.
Detto tutto questo sulla sorte delle diverse versioni del dipinto, possiamo chiederci perché, tra le tante opere di Böcklin, “L’isola dei morti” è quella che meglio interpreta la visione di questo esponente  del Simbolismo, arte il cui scopo è rivelare la realtà “altra” che si cela dietro quella immediatamente visibile e percepibile con i sensi e la ragione. Ma forse la domanda non ha risposta. È così e basta.

Immagine di apertura: la terza versione de L’isola dei morti, dipinta da Arnold Bocklin nel 1883, olio su tavola, trovata nel bunker berlinese di Hitler dai russi alla fine della Seconda Guerra Mondiale e oggi conservata alla Alte Nationalgalerie di Berlino

Vasco Ferretti
Toscano, laureato in Scienze dell'educazione all'Università di Urbino, giornalista fin dal 1975, ha lavorato alla "Nazione" per molti anni ed è stato Direttore dei fogli culturali "Fabbrica e cultura" e "Artetoscana". Per decenni docente di Storia e Filosofia nei licei classici, ha pubblicato vari libri. Fra questi, "Stragi naziste sotto la Linea Gotica: Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto (Mursia, 2004), "La resistenza nell'area tosco-emiliana" (1943-45) edito nel 2018 dalla Regione Toscana. Autore di poesie, nel 2020 ha vinto il Premio "Città di Sarzana" con la lirica "Oh, presto, usciamo dalla guerra!" e il Premio "Rocco Carbone" con la raccolta "Come voce di mare sullo scoglio"; nel 2022 il Premio "Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti", con la raccolta di epigrammi in poesia sulla vita dei poeti Alighieri, Calvalcanti, Rimbaud, Keats, Leopardi ed altri.

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