Firenze 21 Febbraio 2020
Maria Montessori (1870-1952), medico, psichiatra, e molto altro, ha cambiato per sempre i principi dell’educazione scolastica ideando un metodo rivoluzionario per l’epoca – siamo agli inizi del Novecento – basato sul potenziamento della creatività, sulla personalizzazione del rapporto tenendo presente le caratteristiche e le esigenze di ognuno, sull’autonomia didattica, sull’apprendimento attraverso il movimento, sul dare uno scopo preciso a ogni attività. Al suo lavoro si è ispirato uno psicologo americano (non italiano, paradossalmente) ideando un programma di assistenza ai malati di Alzheimer che comincia ad essere conosciuto anche in Italia. Si tratta di Cameron J. Camp che dopo aver dedicato una vita alla costruzione e alla diffusione del suo progetto di cura, attualmente dirige il Center for Applied Research in Dementia di Solon, in Ohio.

Nella malattia di Alzheimer si verifica una perdita progressiva delle capacità intellettuali che impedisce di svolgere le occupazioni della vita quotidiana e le attività sociali. Sono coinvolti progressivamente la memoria, il ragionamento, l’orientamento, la comprensione, il calcolo, la capacità di apprendimento, il giudizio, il linguaggio. Si manifesta via via anche una diminuzione del controllo emotivo, una compromissione del comportamento sociale e, nelle fasi più avanzate, del movimento. La mancanza per ora, di terapie risolutive, rende preziosi gli approcci comportamentali. Fra questi risulta interessante (e a quanto sembra efficace) il “Programma Montessori per la Demenza” di Camp, sperimentato in Italia a Biella all’Ospedale degli infermi nel 2014 e successivamente in altri centri.
Lo psicologo americano, di cui in italiano è disponibile il libro Vivere con l’Alzheimer (Erickson) suggerisce un serie di linee guida:
° accertarsi delle precedenti occupazioni ed interessi della persona con demenza e fornirle l’opportunità di mostrare le capacità e i talenti ancora rimasti;
° focalizzarsi sulle capacità rimaste piuttosto che su quanto è stato perso;
° tenere sempre conto della cultura della persona;
° se leggere è un’abitudine, favorire la lettura in quanto la capacità di leggere è in genere conservata per lungo tempo;
° coinvolgere la persona nell’uso degli utensili della vita quotidiana in modo da mantenere la coordinazione occhio-mano e la motricità fine e globale; così può nutrirsi da sola;
° distrarla durante una crisi di agitazione, dandole da svolgere un’attività significativa per lei che può avere un effetto calmante;
° permettere alla persona con demenza di avere la propria realtà, sia pure immaginaria, se ciò la fa star bene. Non contrastarla.

In sostanza, chi soffre di demenza può avere una buona qualità di vita se si sente amato. La triade da tenere presente quando ci occupiamo dei pazienti con deficit cognitivi, comprende bisogno di rassicurazione, attenzione e contatto sociale. Quest’ultimo costituisce una vera e propria stimolazione cerebrale che serve a riattivare le connessioni tra i neuroni e a mantenere in esercizio quelle ancora funzionanti. Certamente il lavoro col paziente demente è sempre impegnativo, richiede molte energie, controllo emotivo, capacità di introspezione, tolleranza verso le nostre frustrazioni. Può tuttavia diventare fonte di grandi gratificazioni. Seguendo Cameron J. Camp mettiamoci in cammino e buona fortuna!
Ci sono diversi Centri in Italia che applicano il metodo Montessori con le persone che soffrono di Alzheimer.
Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann




