Milano 26 Marzo 2021

Rivoli, Marengo, Ulma, Austerlitz, e altre ancora: Napoleone Bonaparte con la velocità di un fulmine, vincendo una battaglia dietro l’altra, creò un Impero che durò dal 1804 al 1814 e che nel 1812 poteva contare su 44 milioni di sudditi. Ma a costo di quanto sangue? Si calcola che al seguito del “Grande Corso” siano morti da due a tre milioni di soldati (ma c’è chi parla di cinque) in un Paese che contava allora trenta milioni di abitanti. Una vera ecatombe che spopolò le campagne, visto che la forza lavoro per la Grande Armé veniva tutta dall’agricoltura. La Francia a quell’epoca viveva la transizione dalla Rivoluzione ad una nuova organizzazione della società dove molti contadini grazie alla vendita delle proprietà dei nobili ridotti in rovina, avevano potuto acquistare la terra che lavoravano. Così il vuoto prodotto dalla chiamata alle armi portò con sé una forte richiesta di manodopera cui corrispose una scarsa offerta; inevitabilmente i salari dei braccianti cominciarono a lievitare.

Felix Philippoteaux, “Napoleone nella battaglia di Rivoli”, 1845, olio su tela, Palazzo di Versailles, Parigi. La battaglia di Rivoli il 14 Gennaio del 1797 fu uno dei primi grandi successi del giovane Bonaparte nella campagna d’Italia

Con quali conseguenze? Il tenore di vita migliorò velocemente e la gente di campagna iniziò a conoscere piaceri ignoti: un’alimentazione più ricca, ma anche abiti ed abitudini meno grossolani. Il pasto rimaneva frugale, il pane continuava a essere fatto di grano, segale e orzo mescolati insieme, ma alla zuppa di verdura ora si accompagnavano lardo, formaggio, più raramente carne di pollame, sulla costa anche pesce. Anche se il sale da cucina era mescolato con gesso, terra e salnitro e si aggiungevano sali arsenicali alla birra. La domenica si cominciarono a indossare giacche, vestiti, perfino le scarpe. In campagna si viveva e si dormiva ancora tutti in una stanza, ma fecero la loro comparsa il tavolo (prima si mangiava davanti all’ingresso di casa con la scodella sulle ginocchia), l’armadio e la credenza (fino a quel momento esisteva soltanto la cassapanca). Ben diversa la situazione degli operai (un fetta minima della popolazione all’epoca), ad esempio quelli delle manifatture d’armi di Liegi o i setaioli di Lione per i quali non ci fu alcun miglioramento: orari estenuanti, rischi, mancanza di tutele.

Francois Gérard, Gioacchino Murat, Re di Napoli, olio su tela, 1811-1812, Reggia di Caserta

E la vecchia aristocrazia come se la passava? Nel corso dell’Impero buona parte delle proprietà confiscate vennero piano piano restituite, pur in misere condizioni. La maggioranza dei signori dell’Ancien Régime si limitò così a vivacchiare mediocremente, mentre la borghesia, entrata in possesso del 50 per cento dei castelli, divenne la classe sociale in ascesa. Non dimentichiamo che Napoleone aveva creato l’aristocrazia del merito istituendo nel 1808 la nobiltà imperiale che si conquistava sul campo di battaglia. Gioacchino Murat, uno dei generali più ardimentosi, sposò Carolina, sorella di Napoleone e divenne Re di Napoli nonostante fosse figlio di albergatori e un altro brillante generale, Jean Baptiste Bernadotte, pur figlio di un avvocato, fu Maresciallo dell’Impero Napoleonico e Principe di Pontecorvo (sarà poi Re di Svezia e di Norvegia). Se la carriera militare era il principale “ascensore sociale” (il 67 per cento dei nuovi nobili), e ai generali spettavano compensi pecuniari che potevano arrivare al milione di franchi, anche i funzionari e i prefetti che governavano i 130 dipartimenti dell’Impero, potevano aspirare a un titolo (il 22 per cento dell’aristocrazia creata dal Bonaparte).

Una illustrazione di moda del 1811. Si vede il classico abito stile “Impero” in stoffa leggera, fermato sotto il seno, lungo fino alla caviglia. Si accompagnava a costosi scialli di cachemire

In città stava bene anche la borghesia composta, oltre che dai notai, dai proprietari di case arricchitisi grazie all’aumento degli affitti, dagli impiegati dello stato (con uno stipendio in media di 3000 franchi) e dai commercianti (nella sola Parigi in quegli anni furono rilasciate 30.000 licenze). Su dieci botteghe, quattro erano pasticcerie e confetterie grazie a molti cuochi delle casate nobiliari che rimasti disoccupati aprirono pasticcerie e ristoranti, a cominciare dalla capitale e per tutte le tasche. Fiorirono come funghi anche i negozi delle modiste grazie alla diffusione del Journal des Dames et des Modes, un periodico con numerose tavole illustrate. Il nuovo stile voluto da Napoleone, denominato Impero, prevedeva la totale assenza di colore dagli abiti femminili, scelta che si ispirava alle statue di epoca romana. Il capo per eccellenza era la tunica lunga fino alle caviglie, in tessuti impalpabili e leggeri, come la mussola, segnata da una cintura sotto il seno. Unica protezione contro il freddo, un morbido scialle di cachemire proveniente dall’India, costosissimo, che diventò l’oggetto del desiderio di tutte le donne (come oggi la borsa di Prada) e alimentò un fiorente mercato dell’usato. La moda del leggero abito di mussola imperversò fino a quando Napoleone vietò l’importazione di quella proveniente dalle colonie inglesi. Ma la produzione francese non decollò; si ricorse, allora, a tessuti di raso o di lana guarniti con ricami. Le scollature si ridussero e fu abbinata una camicetta trasparente che terminava con un piccolo collo a gorgiera. Comparvero redingote dal collo alto e con le maniche lunghe, soprannominati Douillettes e lo Spencer, un giacchettino in tessuto scuro, contrastante con il colore dell’abito.

Isabella Rossellini nei panni di Giuseppina de Beauharnais, la prima moglie di Napoleone, nella miniserie televisiva “Napoléon” del 2002

Vista la scarsità di manodopera conseguente alla chiamata alle armi anche nelle città, come nelle campagne, i salari aumentarono per gli artigiani, come portatori d’acqua, tosatori di cani, lustrascarpe, facchini, e per i domestici, solo per gli uomini, però; le donne continuarono ad essere pagate poco o niente.
In conclusione, l’aspettativa di vita durante l’Impero di Napoleone aumentò, tanto che alla fine delle estenuanti campagne di guerra, la popolazione della Francia rimase stabile sui trenta milioni, nonostante le enormi perdite di uomini nelle battaglie.

Immagine di apertura: François Gérard, La battaglia di Austerlitz, olio su tela, 1810, Museo del Trianon, Versailles, Parigi

Franca Porciani
Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui