Pavia 28 Novembre 2022

La psicoanalisi ha compiuto centoventi anni ma, a dar retta a pazienti e analisti, è più viva che mai. E questo libro fresco di stampa per Enrico Damiani Editore Freud e il mondo che cambia, psicoanalisi del presente e dei suoi guai, un’intervista di Luca Nicoli a Stefano Bolognini, psicoanalista italiano tra i più noti e tradotti al mondo, Past President della Società Psicoanalitica Italiana e della Associazione Psicoanalitica Internazionale, conferma la tesi della sua continua rinascita dalle proprie ceneri.

La copertina del libro edito da Damiani “Freud e il mondo che cambia”

Abbiamo voluto approfondire con l’Autore il rapporto tra la psicoanalisi contemporanea, più attenta di un tempo alla relazione emotiva che si instaura nella coppia analitica, e i disagi di oggi. Ma allargando lo sguardo anche su temi di triste attualità, primo fra tanti, la sostenibilità ecologica della civiltà umana.

Quali sono secondo lei i più importanti mutamenti che la psicoanalisi ha introdotto da quando è comparsa?

«Per un lungo periodo l’analista si è considerato come uno specchio, che doveva fare e dire il meno possibile. Oggi diamo per assodato che il processo sia più complesso e che l’analista, per quanto riservato e astinente, “faccia” anche lui, o lei, qualcosa, che lo voglia o no. L’altro aspetto riguarda l’importanza della relazione tra paziente e analista. Quest’ultimo ricopre il ruolo di “personal trainer” dei rapporti del paziente con gli altri. Come in una palestra, insegna a schivare colpi o a prendere posizioni adeguate per affrontare meglio le avversità della vita e i rapporti con gli altri».

Sarebbe quindi auspicabile un ruolo dello psicoanalista come tutor sociale, traghettatore verso nuovi equilibri, anche ecologici?

«Direi di sì. Fino ad oggi lo psicoanalista si era occupato solo della patologia. Oggi si occupa anche di fisiologia del mondo esterno».

Sigmund Freud (1856-1939) in età matura

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. È provato che gli individui rimuovono ciò che non vogliono accettare; sta succedendo così anche per quanto riguarda il clima e altri disastri dove dilaga il negazionismo?

«Da alcuni mesi l’orologio della storia sembra essere tornato indietro: la Guerra Fredda, i carri armati in Europa, la presa di potere dei Talebani. L’estate appena trascorsa è stata tra le più calde di sempre. Un gruppo di psicoanalisti inglesi guidati da Sally Weintrobe in una pubblicazione di qualche anno fa, ha tentato di elencare tutte le difese nevrotiche che impongono agli individui di chiudere gli occhi di fronte ai dati della realtà sui cambiamenti climatici. Forse gli psicoanalisti non riescono a vivere pienamente l’inquietudine per il mondo dei prossimi trent’anni. Condivido in una certa misura questa visione e le dico tra l’altro che la capacità di diniego degli analisti è a volte impressionante. A questo proposito abbiamo del resto un esempio storico clamoroso: Freud, ebreo in Germania ai tempi della dittatura hitleriana, fu quasi forzato a lasciare Vienna dalle insistenze di buona parte dei colleghi di altre nazioni, perché non riconosceva l’entità, la magnitudo di quello che non solo stava per scatenarsi, ma era già visibilmente in corso. Preso dalla sua routine, dai suoi affetti, dalle sue tranquille abitudini borghesi in Berggasse, faticava ad accettare che fosse in atto uno sterminio di massa. Dovettero spingerlo via. Riguardo al problema della sovrappopolazione, invece, si è creata una cecità, uno scotoma, anche nel nostro campo. Pensare che siamo in troppi – la vecchia ipotesi malthusiana che molti pensatori stanno tra l’altro rivalutando – metterebbe in crisi una immagine ideale degli analisti come pensatori “buoni”. Non è certo un pensiero da buoni fratelli affermare che in famiglia ci siano troppi figli. Del resto di fronte a questa complessità, si capisce che il rischio di andare verso un mondo meno vivibile c’è, e le nuove generazioni se ne rendono più conto».

E a proposito della scoperta di nuove patologie che mi può dire della deriva narcisistica della società? Da anni esistono gruppi di aiuto e terapeuti che curano le dipendenze da smartphone, mentre una ricerca di qualche tempo fa riportava che una persona controlla lo schermo del telefono in media ogni sei minuti.

«Credo che questo cambiamento epocale sia effettivamente in atto, anche grazie, e a causa, della tecnologia. Il continuo contatto a distanza è un modo per fuggire da sé, per togliere l’attenzione dai propri vissuti interni: guardare e sentire fuori per evitare di guardarsi dentro. Sappiamo che uno dei bisogni fondamentali degli esseri umani è la presenza costante dell’oggetto del proprio interesse (la madre, il padre, l’amante), magari anche con le caratteristiche che desidereremmo avesse; in caso contrario può venire costruito artificiosamente a vari livelli della nostra mente. Credo che un grande cambiamento psicosociale sia avvenuto con la televisione e i suoi discendenti tecnologici che hanno avuto successo come sostituti genitoriali presso i bambini anche perché venivano incontro al principio del piacere, limitando cioè le frustrazioni, a cominciare dalla presenza/assenza dell’oggetto di base (la madre, un tempo, o comunque un caregiver noto e costante)».

Quale parola ci suggerisce per concludere l’intervista?

«L’ultima parola potrebbe essere “sostenibile”. Parola che io applicherei non solo all’ecologia, all’economia, alla politica e alla socialità in generale ma anche alla psicoanalisi. Cioè un realistico riconoscimento di quello che le persone possono davvero chiedere alla psicoanalisi e che noi psicoanalisti possiamo davvero offrire. Questo in futuro sarà un tema cruciale per il nostro lavoro, tema che dovrà essere gestito da un paradigma appropriato: che cosa desidero fare? Che cosa posso fare? Che cosa devo fare? Combinate tra loro queste tre domande possono condurre al che cosa voglio fare? che non è il semplice desiderio, ma quello che decido coscientemente e responsabilmente dopo aver esplorato e soppesato le dimensioni dell’ideale, del doveroso e del possibile».

Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann

 

Nato a San Giorgio di Lomellina, ma pavese di adozione, si è laureato in Filosofia e Psicologia a Pavia, dove ha risieduto dal 1975 al 2015, mantenendo attività clinica e didattica e dal 1999 è stato docente di "Tecniche di riabilitazione psichiatrica" nell'ateneo pavese. Psicoanalista e Arteterapeuta, allievo di Sergio Finzi e Virginia Finzi Ghisi è membro dell'associazione "La Pratica Freudiana" di Milano, dove dal 2000 ha tenuto seminari. Fondatore di "Tracce di Territorio", associazione no-profit con sede in Lomellina, è tra i promotori di gruppi di studio di Psicoanalisi e laboratori di Arteterapia. Ha pubblicato con Selecta : "L'insonnia", "Problemi etici in psichiatria", "Guida illustrata ai farmaci in psichiatria" Disegnatore anatomico, ha lavorato per diversi ospedali e per il "Corriere della Sera". Le sue opere sono state esposte recentemente nelle sale del Museo per la storia dell'Università di Pavia.

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