Milano 27 Maggio 2025
L’incantesimo di Procida colpisce ancora! La magica isola dell’arcipelago campano, resa famosa da Elsa Morante nel suo secondo libro L’isola di Arturo (Premio Strega 1957, per la prima volta assegnato ad una donna) fa ancora una volta da sfondo/protagonista all’opera L’isola di Elsa (Libri Dell’Arco, Rimini) di Silvia Grossi, antropologa, etnografa, giornalista originaria della provincia di Pavia, vincitrice con L’ultimo respiro del sole, del premio speciale Fontamara al 25° Premio internazionale Ignazio Silone 2022.

Al centro della vicenda è una scrittrice in crisi esistenziale e creativa, che sogna ciclicamente Elsa Morante, suo modello e faro letterario. Ma ahimè! Fogli bianchi continuano ad ammassarsi sulla scrivania della protagonista. La scrittrice decide di immergersi nell’isola ammaliatrice di Procida, per ricevere un aiuto a «sbrogliare l’intreccio della propria esistenza e a disfarsi del blocco dello scrittore». Che delusione all’arrivo! La moltitudine umana vociante annulla l’immagine di «incanto silenzioso ed odoroso di pescato» che era nella sua testa. E poi, proprio quel giorno, a Procida, è successo un fatto straordinario: risulta irreperibile la Graziella di quell’anno. La tradizione vuole che ogni anno venga eletta una donna simbolo della cultura isolana, ispirata al racconto ottocentesco di Alphonse de Lamartine, una struggente storia d’amore fra l’autore francese al primo viaggio in Italia e una giovane procidana, Graziella, figlia di pescatori. Casualmente, però, le due donne si ritrovano sul tetto del cinquecentesco palazzo D’Avalos, «luogo che era stato nobile, poi di prigionia, di morte, di sacrificio ma, anche, infine, di speranza». In cima a quel rifugio, sospeso fra cielo e terra, la scrittrice in crisi d’ispirazione fugge dalla folla incombente e rumorosa e la Graziella scappa dalla maldicenza isolana che l’ha offesa e resa dubbiosa sulla sua capacità di reggere il carico di responsabilità che le è stato assegnato.

La scrittrice/autrice, alternando la ricostruzione di esperienze letterarie e umane della Morante alla lettura de L’isola di Arturo insieme alla sua giovane compagna, coglie l’occasione per ricordare tematiche care alla grande Elsa, come i dissapori familiari e la guerra, che ancora oggi si svolge con lo stesso copione e che rappresenta «l’interruzione drastica dell’evoluzione culturale di questo pianeta». L’adolescente e la donna matura si confrontano su problematiche purtroppo attuali, tutti lasciti del pensiero e delle battaglie della coraggiosa ed indimenticabile scrittrice, come l’omologazione del pensiero, la spettacolarizzazione del male, gli stereotipi razzisti, la parità di genere e la questione femminile. Dialogo serrato su quest’ultimo tema e sul femminicidio. «Perché ci ammazzano?», chiede l’ingenua Graziella e la protagonista, seguendo sempre il pensiero della sua musa ispiratrice, fa riferimento al cambiamento del ruolo sociale della donna, al potere maschile mai morto e al «narcisismo patologico di cui sono affetti i carnefici che non viene mai diagnosticato». Insomma, una sorta di passaggio intellettuale fra generazioni.

E così l’incontro fortuito si trasforma in una relazione salvifica che facilita la confidenza e abbatte le rispettive resistenze sui propri drammi. La scrittrice alleggerisce il fardello del foglio bianco e la ragazza rivela di aver subito insulti, d’esser stata maltrattata e messa in ridicolo anche da quelli che credeva amici. Il libro si apre con un avviso: «Questa non è una biografia, non è un saggio….è un punto d’incontro fra emozioni, scrittura terapeutica, contesti familiari, d’amicizia e geografici, tenendo una radio sempre accesa sulla storia e sul presente». È un omaggio sincero alla figura di Elsa Morante, che, col suo comportamento e le sue idee diverse, aveva suscitato ostilità e giudizi infamanti su di sé da parte di quel mondo maschile in cui era costretta a muoversi ma di cui aveva già messo a fuoco molte problematiche su cui ora tanto si dibatte. La sua penna era rivolta alle figure socialmente deboli, marginali ma di “una potenza inaudita”. L’isola di Arturo è la prima sintesi del suo pensiero.

Arturo, appunto, è un personaggio sfortunato, che cresce senza una madre, morta di parto e che, dopo una fanciullezza magica, vissuta in piena libertà, sempre in attesa di un padre, assunto come mito di un’esistenza solitaria, approda in modo traumatico all’adolescenza, quindi all’età adulta. Scopre, infatti, la vera natura del padre: un uomo bugiardo, che nasconde la sua omosessualità, che l’ha abbandonato e affidato alle cure di una moglie-bambina verso cui lui ha sviluppato una lacerante passione d’amore. E decide, quindi, per il distacco doloroso e definitivo da Procida, simbolo della sua infanzia. È un’opera breve, (appena 130 pagine) scritta in modo fluido, poetico e, a tratti emozionante. I pochi personaggi non hanno nomi propri, perché l’intento di Silvia Grossi è quello di creare degli universali. Fa rivivere l’amata scrittrice del Novecento italiano, i cui testi sono ormai diventati dei classici della nostra letteratura.
Immagine di apertura: un bello scatto panoramico di Procida (foto di lino9999)




