Firenze 27 Marzo 2024

La popolazione ultrasessantacinquenne oggi in Italia ammonta a 14 milioni e 177mila individui, il 24,1 per cento della popolazione mentre le persone ultraottantenni sono 4 milioni e 530mila. Il numero stimato di ultracentenari raggiunge il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1°gennaio 2023, la soglia delle 22mila unità in più rispetto all’anno precedente, in gran parte donne, con percentuali superiori all’80 per cento dal 2000 ad oggi. Sull’altro versante, quello delle nascite, si registra negli ultimi anni, una diminuzione: meno 10,7 per cento nel primo quadrimestre del 2023 sul 2019. La popolazione tende ad invecchiare. Il numero degli anziani è, d’altronde, destinato a crescere per un fattore puramente demografico, dal momento che nel 2042 si prevede che gli over 65 saranno quasi 19 milioni, il 34% della popolazione e le fasce di età che cresceranno di più saranno quelle di 75-84 anni e di 85 anni e più.

I vari compiti di una badante (foto di RosZie)

A un esercito di soggetti in là con gli anni corrisponde un esercito di badanti: sulla base degli ultimi dati disponibili, elaborati dalla SDA Bocconi,  sono più di 1 milione, per il 91 per cento donne e per il 70 per cento straniere, fermo restando che l’impiego al nero rende difficile una quantificazione precisa. Ma quando l’anziano non è più autosufficiente, i cambiamenti della struttura familiare avvenuti negli ultimi cinquant’anni che la rendono oggi limitata a pochi membri, ha reso sempre più difficile la sua permanenza in famiglia.
Fortunatamente l’organizzazione sanitaria ha portato nell’ultimo secolo, nei Paesi economicamente più avanzati, a realizzare le residenze sanitarie assistite (RSA) per soggetti non autosufficienti che, stando agli ultimi dati Istat, ne ospitano oggi 356mila. Queste strutture, più diffuse al Nord che al Sud, solo nel 19 per cento fanno capo ad enti pubblici (per il resto prevalentemente ad enti no profit, a privati e a enti religiosi) e sono organizzate per assicurare un’assistenza medica-infermieristica  continua e terapie riabilitative, finalizzate al recupero dell’autonomia. Quindi la mobilizzazione dei soggetti colpiti da Ictus, iniziata in ospedale, viene proseguita nelle RSA per evitare le conseguenze negative dell’allettamento (piaghe da decubito, rigidità articolari, accorciamenti muscolari). L’esercizio fisico ha lo scopo, altrettanto importante, di potenziare la stabilità posturale compromessa dalle più diverse cause debilitanti o soltanto da periodi di inattività. Muoversi è essenziale per prevenire le cadute e il rischio di frattura del femore, che spesso segna la fine della vita per il soggetto anziano.

La residenza sanitaria assistita non garantisce soltanto l’assistenza medica e riabilitativa, ma deve anche favorire una buona qualità di vita e, per quanto è possibile, la socializzazione

Quindi la funzione delle RSA è quella della assistenza medico-infermieristica a “lungo termine” delle persone non più in condizioni di provvedere a se stesse per tutte quelle attività che assicurano la sopravvivenza, come andare al bagno, lavarsi, vestirsi, prepararsi da mangiare, assumere correttamente i farmaci. Il recupero di una condizione di autonomia, spesso parziale, raramente permette il rientro nell’ambito della famiglia di provenienza, non essendo venute meno le condizioni che hanno determinato il ricovero dell’anziano. Ma la Residenza Sanitaria Assistita è concepita, non solo per accogliere anziani non autosufficienti che richiedono di essere ospitati in via definitiva all’interno di una struttura assistenziale ma, altrettanto importante, per assicurare qualità e dignità alla loro esistenza.
Per quanto riguarda le case di riposo per anziani autosufficienti – 3750 circa oggi in Italia – non rappresentano la prima scelta perché si preferisce ricorrere ad una badante, ma diventano indispensabili per l’anziano ottantenne ed oltre, senza figli o con i figli lontani, vedovo o con il coniuge bisognoso di aiuto, che si ritrova solo con le proprie memorie e paure, a rischio di depressione. L’isolamento e la mancanza di stimoli possono rendere sempre più difficile l’adattamento ai cambiamenti legati all’età e all’ambiente circostante quindi, al mantenimento della autosufficienza.

Una vignetta che vuole valorizzare l’importanza della vita sociale in casa di riposo (foto di RosZie)

L’interazione sociale è uno degli elementi più importanti che accomuna le più differenti strutture adibite ad accogliergli. Lo scopo evidente è quello di sottrarre la persona alle conseguenze nefaste dell’isolamento, anticamera della depressione. Trovare nuove motivazioni alla propria esistenza nella scoperta del piacere del rapporto con l’altro con cui condividere ricordi ed esperienze. Sperimentare la solidarietà, forse per la prima volta, il sentimento compassionevole. La reazione all’ingresso in casa di riposo è variabile: se una persona anziana ha la sensazione di essere allontanata dalla sua famiglia, dove vive una situazione affettivamente buona, si sente abbandonata e c’è davvero il rischio che si lasci morire. Se una persona avanti con gli anni vuole lasciarsi morire, non c’è medico o medicina che tenga. Altri anziani, invece, trovandosi in un luogo dove è possibile socializzare, rinascono.
L’Italia, ad oggi, risulta in fondo alla classifica in Europa per la capacità di offrire agli anziani assistenza a lungo termine. Ciononostante siamo i primi nel Vecchio Continente per l’aspettativa di vita e gli anni vissuti in salute. Anche, per noi, tuttavia, vale il principio che la cura che un popolo ha dei propri anziani è la misura del suo livello di civiltà.

Immagine di apertura: foto di Alexas Fotos

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Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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