Asti 27 Novembre 2025
Non è la prima volta nella sua città, ma così non era mai stato. Aveva esposto tanti anni fa al Battistero, ma pochi pezzi, pur nella suggestione complice del monumento storico.

Adesso la mostra si snoda nelle sale prestigiose di palazzo Mazzetti, museo a sua volta di preziose opere, dalle sculture in legno e avorio di Giuseppe Maria Bonzanigo alle collezioni di Eugenio Guglielminetti e di tessuti antichi di Gerbo, fino ai dipinti dell’Ottocento piemontese. Sono 143 i quadri da ammirare, lavori che cadenzato una vita, un racconto lungo settant’anni, disegni di emozioni, sguardi catturati, ironiche visioni, intrusioni nelle esistenze altrui. Paolo Conte, cantautore schivo ma dalla fama internazionale, ci sperava in questo allestimento che consacra il suo legame profondo con Asti, da cui mai si è voluto allontanare, dove è cresciuto in una facoltosa famiglia di notai divenendo a sua volta avvocato, dove ha scoperto il jazz, ha coltivato amicizie, ha scritto canzoni destinate a scalare le hit parade e composto i suoi capolavori per i quali tuttora riempie teatri come l’Olympia di Parigi.

L’esposizione è annunciata da striscioni e manifesti con un titolo asciutto: Paolo Conte. Original. Si può visitare sino al 1° marzo. La cura è di una saggista e docente astigiana, Manuela Furnari; all’artista ha dedicato i suoi studi, ne ha scritto in libri premiati, ha promosso incontri e convegni, ha firmato il saggio di sala Il Maestro per il concerto-evento alla Scala di Milano. Nelle interviste a giornali e tv di questi giorni definisce “elegante, jazzata, ironica” la raccolta astigiana. E aggiunge: «Original non è solo un titolo, è una dichiarazione di poetica. Paolo è l’artista che più di ogni altro sfugge a rigide classificazioni. Se c’è una categoria che gli appartiene è quella dell’originalità». E la successione dei lavori esposti rende giustizia della personalità dell’autore che, del resto, ha seguito passo passo la preparazione. Ci sono opere provenienti anche dagli Uffizi di Firenze a rendere la mostra astigiana la più completa mai realizzata finora sull’artista in cui stili e tecniche si confrontano in un arco temporale che dai primi anni Cinquanta arriva fino ad oggi.

Un percorso pittorico che culmina in Razmataz, opera scritta, disegnata e musicata. D’altra parte, spiega Manuela Furnari, lui associa tonalità musicali a determinati colori in un gioco cromatico immaginario, fantastico.
«La mia tecnica pittorica – ha spiegato lo stesso Conte in una serata al teatro Alfieri – è semplice. Le mie sono tutte opere su carta e ho sempre lavorato su un piano orizzontale. Soltanto quando era stata organizzata la mostra al battistero di San Pietro ad Asti, quando ero Maestro del Palio, sono stato obbligato a lavorare in posizione verticale, peraltro utilizzando olio su acrilico». Ancora: «In questa mostra espongo tantissimi lavori che avevo realizzato per l’opera Razmataz, questa mia follia, un musical in cui ho fatto tutto da solo: ho scritto la storia, i testi, i dialoghi, composto 28 brani di musica e realizzato 1800 illustrazioni. Ci sono poi altri disegni che avevo conservato nei cassetti, risalenti agli anni Cinquanta. Ne ho trovato certi che non sfigurano rispetto ai successivi».

Entusiasta dell’occasione avverte il potenziale visitatore: «Segnalo che, per fare compagnia al pubblico nel giro piuttosto lungo della mostra, ho inserito tanti titoli così da aiutarlo a concentrarsi sui significati delle opere. Titoli che a volte sono un po’ malandrini, curiosi e spiritosi, per cui prego chi andrà a visitare l’esposizione di soffermarvisi perché potrebbe ricevere un po’ di aiuto».
Ottavio Coffano, scenografo e già docente all’Accademia Albertina di Torino, frequenta Conte dai tempi del liceo. Parla dell’amico come di un geniale creatore di emozioni: «Colpisce lo sguardo di una persona colta e seguita come un mito che si diverte a lasciare tracce anche nel disegno». Anche lui ritiene che Conte non si possa accostare a categorie pittoriche specifiche: «Nei suoi tratti grafici c’è il riflesso delle sue musiche, si inseguono arguzia, sottigliezze, eleganza. È semmai una pittura illustrativa la sua, non interpreta la realtà che gli si paventa sotto il profilo della forma, ma dei contenuti. Disegna persone, cose, situazioni con una carica formidabile di ironia e tenerezza. Non è riconducibile alle correnti del Novecento o dell’Ottocento. È un filone artistico altro, ma certo non meno interessante». Così, sfilando nelle sale del Mazzetti e soffermandosi a indagare ora il pianista, l’orchestrina jazz, le signore a teatro, il treno che sfreccia, il cavallo imbizzarrito, il calesse ospitale, le donne al caffè, il contrabbassista e via elencando ecco riemergere luoghi, atmosfere, personaggi e imporsi tutto il travolgente immaginario poetico di uno dei più significativi artisti del nostro tempo.

Astigiano da sempre e lieto di ricevere, adesso che gli anni sono davvero tanti, l’omaggio devoto dei suoi concittadini. Nell’affollata platea che ha raccolto le sue risposte alla giornalista Roberta Scorranese del Corriere della Sera per il lancio della personale, Conte s’è lasciato andare alle confidenze: «Nella mia vita ho avuto modo di perseguire due vizi capitali. Il primo è rappresentato da disegno e pittura, il secondo dalla musica. Ma mentre la musica ti mantiene eccitato, la pittura e il disegno danno una tranquillità molto piacevole». Perché non condividere, dunque, anche questo stato di grazia? Ad applaudirlo, mescolati agli astigiani doc, la moglie Egle e il fratello Giorgio, a sua volta avvocato/ cantautore, il suo staff, tanti amici, tra i quali Caterina Caselli.
Evviva Paolo Conte.
Immagine di apertura: Paolo Conte, Supercharleston al piano di Razmataz, 1996, matite colorate, inchiostro, tempera e tecnica mista su carta, Asti, Archivio Paolo Conte




