Firenze 27 Novembre 2021

Fino alla prima metà del secolo scorso, i soggetti che avevano perso per le più diverse cause la capacità di muoversi in modo autonomo, anche se giovani, finivano tra gli ospiti delle case di riposo, definizione compassionevole che eludeva il riferimento alla irreversibilità della loro condizione. Soprattutto per l’Ictus dominava il principio che il danno di una zona del cervello, anche limitata, fosse irreversibile in quanto le cellule cerebrali distrutte non avrebbero avuto alcuna possibilità di essere sostituite. Le cellule del sistema nervoso (neuroni) per molto tempo sono state considerate elementi perenni, in numero determinato alla nascita e tali per tutta la vita, a differenza delle altre cellule dell’organismo, come quelle del fegato o della pelle, di cui era ben nota la capacità di riprodursi. Poi, nel 1998 la svolta epocale: la scoperta della capacità di rigenerazione dei neuroni ad opera di un ricercatore svedese, Peter S. Erikson e di uno americano, Fred Gage.

L’ippocampo è una struttura situata nella profondità del cervello molto importante per la memorizzazione, tanto da definirla la “scatola dei ricordi”

Da allora gli studi sul cervello con le nuove tecniche di indagine negli ultimi decenni hanno portato a scoperte rivoluzionarie che oggi vengono accomunate nel concetto di plasticità neuronale. Molte ricerche hanno dimostrato che le cellule dell’ippocampo (una struttura situata al centro del cervello a forma di cavalluccio marino, una sorta di archivio della memoria) anche in età matura si riproducono ed aumentano di numero. È la scoperta della neurogenesi che si può verificare anche in età adulta come ha dimostrato una ricerca molto nota sui tassisti di Londra, che devono mandare a memoria le tantissime strade di una metropoli con milioni di abitanti. Utilizzando la risonanza magnetica, si è scoperto che in loro l’ippocampo si sviluppa molti di più di quanto avviene in individui che fanno altri lavori. Eppure il loro addestramento avviene in età adulta.

Analogamente, entrano in gioco meccanismi di rigenerazione nel ripristino di funzioni compromesse in seguito a danni cerebrali. Uno di questi è lo stabilirsi di nuovi collegamenti (sinapsi) tra due o più cellule quando la lesione ha interrotto la continuità funzionale.

Una visione schematica della cellula nervosa, con il suo corpo centrale da cui parte l’assone che trasferisce i messaggi ad altri neuroni (sinapsi) e i dendriti, le diramazioni di cui è fornito, con cui scambia informazioni con altre cellule

Questo recupero che prende il nome di sinaptogenesi è alla base  della possibilità di ritrovare la funzione compromessa, che va dal ripristino del passo fino alla ripresa della deambulazione autonoma. Quindi oggi, a differenza di quanto avveniva in passato, si punta molto sulla riabilitazione, affinandone in continuazione metodi e tempi, con risultati che solo trent’anni fa sarebbero sembrati irraggiungibili.
Tuttavia le esperienze e gli studi dei fenomeni fin qui osservati, vanno oltre lo scopo della riabilitazione: i meccanismi individuati e messi a fuoco dalla necessità di recuperare funzioni compromesse, hanno assunto importanza anche nella vita di ogni giorno, per tutto l’arco dell’esistenza. Ormai siamo consapevoli che la stimolazione ambientale è fondamentale per rimodellare il cervello. Cervello che non è una struttura rigida, ma un organo che si adatta al mondo circostante e continua a cambiare per tutta la vita.

La copertina di “L’intelligenza dinamica” di David Eagleman, pubblicato da Corbaccio

È quanto sostiene David Eagleman, neuroscienziato, scrittore e documentarista di grande successo, docente di Neuroscienze alla Stanford University (in Italia il suo ultimo libro Livewired è tradotto da Corbaccio con il titolo di L’intelligenza dinamica). Secondo Eagleman il cervello è “cablato dal vivo” in una continua formazione di reti neuronali e collegamenti che nascono dall’integrazione col mondo. Il numero dei collegamenti neuronali supera di gran lunga il numero delle combinazioni genetiche che ci ritroviamo alla nascita. E questa plasticità cerebrale continua a essere presente in età avanzata. Il cablaggio dal vivo non è una prerogativa dei giovani ma è un processo continuo che va avanti tutta la vita.
È una ventata di ottimismo: siamo partiti dalla necessità di ripristinare funzioni perdute per arrivare oggi, grazie ai progressi della scienza, a sconfiggere la visione riduttiva dell’età anziana come  stagione della rinuncia e della rassegnazione.

Immagine di apertura: foto Pixabay

Elio Musco
Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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