Milano 27 Novembre 2025
Più 1,6% a settembre, +1,2% a ottobre. Sono le variazioni del tasso d’inflazione in Italia negli ultimi due mesi secondo le stime preliminari dell’Istat, confermate martedì 18 novembre. Si tratta dei dati più bassi fra quelli rilevati nell’anno in corso. I prezzi allora hanno smesso di correre? Sicuramente c’è stato un rallentamento. Ma per chi va a fare la spesa e per chi a vario titolo si occupa quotidianamente di prezzi e approvvigionamenti, le statistiche contano fino a un certo punto. Se, infatti, è vero che a livello globale la tendenza è quella indicata dall’Istat, è altrettanto vero che molti prodotti di largo consumo si muovono in direzione opposta.

Quasi contemporaneamente al comunicato sulle variazioni degli ultimi due mesi, la stessa Istat ha infatti dovuto riconoscere che, allungando il tempo di rilevazione, la prospettiva cambia radicalmente. In cinque anni, spiega infatti l’istituto di statistica in un comunicato «i prezzi degli alimentari hanno subìto in Italia un’impennata di quasi il 25%, ben superiore al tasso di inflazione generale, spinti soprattutto tra il 2022 e il 2023 dallo shock sui listini dell’energia». I beni alimentari rappresentano oltre un quinto del valore economico dei consumi familiari. E, come certificato ancora dall’Istat, il solo cibo vale in media il 16,6% della spesa degli italiani.
La risposta a quello che a prima vista potrebbe sembrare un paradosso (l’inflazione frena ma molti prezzi salgono) sta dunque nelle forti differenze rilevate nel comportamento di prodotti e settori diversi. Senza contare il ruolo giocato dagli indicatori statistici e dalla loro composizione, che spesso contribuiscono a distorcere la lettura dei dati reali. Il “paniere” utilizzato dall’Istat, tuttavia, che viene aggiornato annualmente, è particolarmente accurato.
Comprende ben 1.923 voci, tra tipi di prodotti di consumo e prezzi dei servizi. Ebbene, quello alimentare non è l’unico comparto in controtendenza. La guerra in Ucraina, per esempio, ha influito anche sul forte aumento di prezzo dei beni energetici (che sarebbe tra l’altro proprio connesso, per ricaduta diretta, al rincaro degli alimentari), cresciuto per quanto riguarda l’Italia del 76% da ottobre 2021 a novembre 2022, rispetto alla media dell’area euro del 38,7%.

Resta l’interrogativo iniziale: perché i prezzi salgono se le statistiche dicono che dovrebbero diminuire? Difficile dare una risposta esatta: occorre prendere in considerazione i prezzi dei singoli beni e non la media degli indici. In particolare, la sensibile decelerazione del tasso d’inflazione è dovuta prevalentemente al forte rallentamento su base tendenziale dei prezzi dei cosiddetti energetici regolamentati (da +13,9% a -0,8%), degli alimentari non lavorati, ovvero frutta, verdura, legumi, frutta secca, pesce, latte e carne freschi, uova, funghi (da +4,8% a +1,9%) e, in misura minore, del costo dei trasporti (da +2,4% a +2%). Su base tendenziale aumentano invece i prezzi dei servizi ricettivi e di ristorazione (+3,8%) e quelli degli altri servizi (+3,2%) mentre il comparto delle comunicazioni registra un -5,1%. Stabili i prezzi di liquidi combustibili, carburanti e lubrificanti: in questo caso il dato tendenziale passa da -1,8 a -1,5%. Indicazione opposta quella che arriva dai servizi ricreativi-culturali e da quelli legati alla cura della persona, saliti dal +3,1% di settembre al +3,3% di ottobre. Sui beni e servizi più utilizzati calano invece i prezzi legati all’istruzione (da +3,1 a +1,5%).

Seguono alimentari e bevande analcoliche (da +3,7 a +2,5%), oltre al capitolo che comprende abitazione, acqua, elettricità e combustibili (da -1 a -1,7%). Quanto alle città campione, l’inflazione più elevata si è registrata a Napoli (+2%). Seguono Bolzano e Bari (entrambe +1,9%). La crescita più contenuta ha riguardato invece nell’ordine Messina (+0,5%) e Campobasso (+0,1%). Il rallentamento del costo della vita in Italia nel suo complesso, certificato dall’Istat, non è comunque stato sufficiente a indurre la Banca centrale europea a intervenire sui tassi d’interesse, come è sempre accaduto in passato. Anche perché il trend negli altri Paesi del Vecchio Continente non appare altrettanto definito e, soprattutto, non c’è uniformità nella rilevazione.
Immagine di apertura: foto di Rosy/ Bad Homburg




