Parma 27 Ottobre 2024
Era Badessa di un monastero di clausura, ma scriveva lettere di filosofia neoplatonica e s’intratteneva con gli umanisti del tempo senza alcun complesso di inferiorità. Del suo convento aveva fatto un luogo di pensiero umanistico, di dibattito aperto. E a Veronica Gambara, altra dama avanti anni luce sui secoli successivi, poetessa di valore riconosciuta come tale perfino da Leopardi, raccontava “il suo amore per il sapere, per la libertà del sapere”. Tutto questo tra le mura del suo convento benedettino, il San Paolo, nel cuore di Parma, mentre fuori le donne non sapevano né leggere né scrivere.

Eccola, Giovanna da Piacenza (1479-1524). Gran dama del Cinquecento, e, soprattutto, donna di potere, quando l’appartenenza al genere femminile bastava per finire nel burrone dell’invisibilità: eppure lei, badessa, trattava dall’alto al basso le autorità civili, gestiva soldi e incarichi importanti, colloquiava alla pari con i vescovi. Già questo sarebbe tantissimo. Ma il suo più grande capolavoro è stato un altro e ci lascia di stucco ancora oggi, rendendola perenne protagonista della Storia con la maiuscola. Perché nel 1518 è Giovanna, forte della sua cultura e spregiudicatezza, ad avere l’intuizione di commissionare ad Antonio Allegri, più tardi noto come il Correggio, allora quasi trentenne e non ancora molto famoso, gli affreschi per il tinello del suo appartamento personale nel centro del monastero. Appartamento che lei stessa si era fatta progettare ad hoc per avere una “stanza tutta per sé”. Come scrive Maria Teresa Guerra Medici ne Il soffitto dipinto (Enciclopedia delle donne, 2020), ne è nato «uno straordinario esempio di arte rinascimentale in cui il Correggio mise tutto se stesso sfidandosi, ma anche la fotografia lampante della personalità di Giovanna».

Una religiosa che ha l’autonomia intellettuale di commissionare al Correggio una pittura dalle tematiche pagane, proprio lì, nelle sue stanze private, dentro al monastero. E il Correggio la rappresenta come Diana, la dea della caccia. Bionda e bellissima. Attorno, tanti putti maliziosetti in un tripudio di fiori e frutti, sullo sfondo blu notte del cielo, che culmina con lo stemma di Giovanna. È l’emozione della Camera della Badessa: il visitatore si trova al chiuso, ma si sente all’aperto, all’improvviso, grazie al genio dell’artista che “sfonda” il soffitto. Il cielo in una stanza. Un capolavoro rivoluzionario, un traguardo anche nella storia delle donne. Di certo a Giovanna non mancavano sapienza e coraggio.
Fin dalla nascita, nel 1479, aveva dimostrato di essere molto sveglia. E curiosa, con una gran voglia di imparare. I genitori, Agnese Bergonzi e Matteo Baroni da Piacenza, aristocratici, si erano arricchiti grazie al commercio di grano. Della sua vita si sa poco: studiò al monastero di San Paolo – all’epoca i conventi erano spazi di emancipazione femminile, lì le bambine imparavano a leggere e scrivere, traguardi preclusi nel mondo laico – e a 28 anni ne divenne badessa. Giovanissima, per un incarico così importante. Dotata di capacità visionaria ma anche pragmatica, con una personalità decisionista, abilissima nei conti. È la terza donna dei Bergonzi-Piacenza a diventare Badessa, il che ci dice il “peso” sociale della famiglia: prima di lei, c’erano state Cecilia e Orsina, entrambe col chiodo fisso di trasformare il monastero in uno scrigno d’arte e spazio libero di cultura.

Fu Cecilia a dare il via alla sistemazione dell’edificio e imprimere la propria insegna, rimasta anche quella di Giovanna, in bassorilievo: l’autorevole scudo con tre lune, dipinto poi dal Correggio. Orsina, succeduta a Cecilia nel 1505, fece ricostruire completamente proprio la chiesa in cui, due anni dopo, il 24 maggio 1507, sull’altare maggiore, il vescovo di Lidda Niccolò da Bracciano benedì solennemente Giovanna da Piacenza come nuova Badessa. Non perse tempo, la neo superiora: subito pretese e ottenne da papa Giulio II un decreto di scomunica contro due canonici che trattavano come propri certi beni delle monache. Riorganizzò tutti i possedimenti fondiari, come la Corte di Giarola, con un mulino che macinava il grano prodotto dai campi delle monache, e ne fece quello che oggi chiameremmo un centro di trasformazione alimentare. Denaro su denaro, recuperò in toto la rendita del convento, 1300 ducati d’oro annui, che subito investì per avviare quell’incredibile progetto artistico che renderà il monastero un centro all’altezza del Rinascimento e un monumento che oggi richiama migliaia di turisti. Eppure la figura di Giovanna, voce fuori dal coro, è sempre rimasta dietro le quinte.

Solo gli ultimi decenni le hanno dato ragione, quando finalmente si è alzato il velo su quello che oggi è considerato – scrive il critico Francesco Barocelli – «il più bell’appartamento ecclesiastico (dopo quello dei papi) che possa aver conosciuto il Rinascimento». Perché per oltre due secoli il Correggio è rimasto nascosto, fantasma, ostaggio del monastero, dopo che la scure papale impose una rigidissima clausura e Giovanna non poté più incontrare nessuno nel suo appartamento privato affrescato. Mantenne sempre una grandissima dignità. È il mistero dell’invisibile Correggio, che nel 1956 Roberto Longhi ricostruisce, secolo dopo secolo: «Questo mirabile affresco era ignorato perfino dal Vasari – scrive – ed è stato solo fuggevolmente citato durante due secoli, per trovare il primo reperimento critico con Raffaello Mengs nel 1774».
Adesso è l’ora della verità, della piena affermazione dell’intelligenza libera di Giovanna. Cinquecento anni dopo, Parma celebra il Correggio e la Camera della Badessa con un itinerario multimediale tra i capolavori dell’artista. Un’esperienza immersiva, di realtà aumentata, un viaggio nel tempo che ci porta “Il Cielo per un istante in terra” (è questo il titolo). Rendendo sempre omaggio a Giovanna, la Badessa che ha cambiato la storia dell’arte e di Parma.
Immagine di apertura: Giorgio Scherer, Il Correggio e la Badessa Giovanna, metà del XIX secolo, olio su tela, Parma, collezione Cariparma




