Milano 27 Ottobre 2024
È l’auto elettrica la vera risposta al problema dell’inquinamento? A parte i problemi ancora irrisolti, come quello dello smaltimento delle batterie, il dibattito è aperto, ma le conclusioni di operatori ed esperti non sono univoche. Anche perché molte di esse sono viziate da interessi divergenti, di natura economica, ma anche legati alla politica dei Paesi dove hanno sede le principali realtà produttive. I costruttori di automobili (esclusi quelli cinesi) hanno esplicitamente e ripetutamente dichiarato di non essere in grado di gestire la transizione tra il motore a combustione e quello elettrico. In Europa, poi, dove l’Ue ha stabilito un calendario preciso con obiettivi da raggiungere pena multe salatissime per i costruttori che non si adegueranno, la situazione appare ancora più drammatica.

Da qualche mese le vendite sono in forte calo e hanno già fatto scattare gli inevitabili ridimensionamenti della produzione. L’Acea (l’associazione che riunisce le case automobilistiche europee) paventa drastici tagli nei propri stabilimenti, con conseguente perdita di posti di lavoro. «L’industria – si legge in una nota – non può permettersi di aspettare la revisione delle normative sulla Co2 previste per il 2026 e 2027. Abbiamo bisogno immediato di azioni urgenti e di impatto, che invertano il trend negativo, restituiscano competitività all’Europa e riducano le debolezze strategiche».
A titolo di cronaca va tuttavia rilevato che il fronte delle case automobilistiche europee non è del tutto compatto. La Stellantis (frutto della fusione tra Fiat-Chrysler e gruppo Peugeot-Citroen) si è chiamata fuori dall’iniziativa dell’Acea e ha ribadito la volontà di raddoppiare gli investimenti per arrivare a produrre vetture elettriche più economiche, puntando su modelli che dovrebbero costare intorno ai 25 mila euro. Si tratta però di una posizione che, essendo stata avanzata dal Ceo Carlos Tavares, a quanto sembra in uscita dall’azienda, potrebbe non essere condivisa dal suo successore.

Le incertezze originate dal dibattito sull’auto elettrica hanno intanto contribuito in misura rilevante al drastico calo delle vendite complessive. Chi si è trovato nella situazione di dover sostituire la propria vettura, non se l’è sentita di passare automaticamente dal motore a scoppio a quello elettrico. Intanto perché queste auto costano molto più delle altre e hanno un’autonomia nemmeno lontanamente paragonabile con quella delle vetture tradizionali. C’è poi chi ha cercato di rinviare il più possibile nel tempo la sostituzione del vecchio veicolo, chi ha optato per la soluzione ibrida, chi ha preso tempo passando temporaneamente al noleggio a lungo termine e chi si è rivolto al mercato dell’usato. In Italia per esempio nello scorso mese di settembre per ogni 100 vetture nuove immatricolate ne sono state vendute ben 228 usate, come riporta il bollettino mensile Auto-Trend che analizza a sua volta i dati del Pra (pubblico registro automobilistico) elaborati dall’Automobile Club. A complicare ulteriormente uno scenario già drammatico per l’auto europea è spuntata poi la cosiddetta “guerra dei dazi” con la Cina. Il Paese asiatico ha iniziato a produrre l’elettrico nel 2015 e oggi, secondo alcuni osservatori internazionali, sarebbe prossimo alla saturazione della sua capacità produttiva. Esportare diventa dunque un’esigenza vitale. Per arginare l’”invasione” di vetture a batteria provenienti da Pechino, più economiche perché prodotte in un Paese dirigista e soprattutto in vantaggio sul resto del mondo nel campo della ricerca specifica, l’Ue non ha trovato di meglio che paventare l’introduzione di pesanti dazi all’importazione, in modo da incidere sul prezzo finale, scoraggiando così il consumatore del Vecchio Continente. Una mossa che ha innescato le reazioni da parte della Cina, la quale a sua volta ha minacciato di imporre dazi sull’import di prodotti europei. Il primo a essere colpito dovrebbe essere il cognac francese, ma nel mirino c’è l’intera gamma del Made in Italy. Insomma, un nuovo conflitto commerciale di cui non si sentiva proprio il bisogno. E che finirà inevitabilmente per danneggiare il consumatore finale.

Nel frattempo, in attesa che sull’argomento si pronunci la nuova Commissione europea appena nominata, le Case automobilistiche hanno già iniziato ad aumentare i prezzi, nel disperato tentativo di arginare il calo dei ricavi e salvare almeno parzialmente il loro conto economico. Diversa è, invece, la situazione negli Usa, dove la transizione è iniziata dai modelli più costosi, a partire dalla Tesla, ma si prevede possa estendersi presto anche a quelli di fascia più bassa (per esempio, quelli che vorrebbe costruire Stellantis). Le statistiche più recenti ci dicono che nel terzo trimestre di quest’anno le vendite di veicoli elettrici negli States hanno toccato un nuovo record, con 346 mila immatricolazioni, l’8,9% delle vendite totali, in aumento del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tornando all’Europa, la speranza dei costruttori è che l’attuale normativa possa essere al più presto aggiornata, “adeguandosi ai cambiamenti del mondo reale”. D’altra parte lo stesso rapporto Draghi, recentemente presentato ai vertici della Commissione, contiene indicazioni in questo senso, che l’Acea non ha mancato di sottolineare.
Nella disputa tra la motorizzazione tradizionale e quella elettrica spunta infine l’alternativa dell’alimentazione a idrogeno. Per ora si tratta di un’ipotesi la cui realizzazione appare abbastanza lontana nel tempo. In Italia tuttavia sono già disponibili due modelli, la Toyota Mirai e la Hyundai Nexo, che utilizzano la tecnologia definita full cell, che permette di produrre energia elettrica dalla reazione tra idrogeno e ossigeno. E sempre la Toyota ha già realizzato un prototipo che sfrutta direttamente l’idrogeno come combustibile, previo adattamento del tradizionale motore termico. La Bmw, infine, ha da qualche anno in fase di sperimentazione un tipo di motore a idrogeno.
Immagine di apertura: foto di OpenClipArt-Vectors
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