Milano 27 Ottobre 2024
Storia personale, familiare e collettiva si intrecciano in Alma (Feltrinelli), l’ultimo libro di Federica Manzon, vincitrice della 62esima edizione del premio Campiello. Grande protagonista della narrazione è la città di Trieste, frontiera orientale dell’Italia, crocevia di popoli, babele di lingue e di religioni. Alma, il personaggio centrale che dà il titolo al libro, è una giornalista trapiantata a Roma, costretta dopo anni di vita altrove, a tornare a Trieste, sua città natale, per raccogliere un’eredità paterna. Ma, si sa, la geografia risveglia la storia.

Nel riattraversare strade, case, luoghi a lei noti, Alma ripercorre la sua vita infantile e adolescenziale attraverso flashback che si mescolano alla cronaca del presente. E dagli spezzoni dell’esistenza personale emerge prepotente prima la dittatura di Tito nella ex Jugoslavia e poi il dramma della guerra nei Balcani degli anni Novanta del secolo scorso.
Alma ha un legame indissolubile con Trieste dove lei è cresciuta divisa fra varie nazionalità, lingue e opinioni.

Il padre era uno slavo, sfuggente e misterioso, che lavorava “di là”, all’ombra del maresciallo Tito e che ometteva le notizie sul suo passato, convinto com’era che «guardare al passato poteva lasciare eredità pesanti». Il suo ruolo politico consentiva alla figlia di avere un lasciapassare con cui sconfinare nei Balcani e, segretamente col genitore, anche “nell’isola”, residenza temporanea del maresciallo e anche sede di orrori, che lentamente verranno alla luce. La sua vita scorreva in attesa degli arrivi a sorpresa del padre, che, però, duravano poco per l’irresistibile bisogno di lui di «una libera solitudine». La madre era una figura evanescente, molto innamorata del suo slavo, a cui riservava gli slanci più affettuosi, escludendo la figlia. Era scappata da una famiglia borghese mitteleuropea, chiaramente ostile alla sua scelta. Lavorava nella “città dei matti”, un riferimento-omaggio da parte della scrittrice a Franco Basaglia, autore della riforma che nel 1978 aveva aperto i manicomi.

Fra i genitori c’era complicità e accordo soprattutto sulla necessità di allontanare la figlia dai nonni materni, accademici, intellettuali, eredi della cultura austroungarica. Ma, per Alma, i nonni rappresentavano la stabilità e l’ordine opposto alla confusione perenne che regnava in casa sua. Con loro la bambina trascorreva interi pomeriggi nei locali più prestigiosi della città, parlando in tedesco di argomenti letterari e anche della situazione politica slava su cui il nonno aveva idee chiare e semplici, che non rispecchiavano del tutto la realtà “sporca e opaca”. I loro incontri si diraderanno, purtroppo, dopo la decisione dei genitori di trasferirsi in una casa sul Carso, un mondo sloveno.
E poi era piombato a casa sua, portato a sorpresa dal padre, Vili, un ragazzo di Belgrado, figlio di amici intellettuali, in difficoltà col regime. Il maresciallo Tito per tenere saldo il comando che stava vacillando, aveva deciso di «fare piazza pulita degli amici, defenestrare i parenti accusandoli dei propri crimini». I pranzi della famiglia a quel punto diventano un crogiuolo di lingue: dallo slavo della madre allo sloveno, al serbo-croato del padre, al dialetto di Trieste di Alma e allo slang belgradese di Vili! Il microcosmo familiare è l’emblema della ex Jugoslavia.
Alma inizialmente rifiuta l’intruso. Via via, col tempo, fra i due ragazzi si instaura un rapporto di amore/odio ma anche di fratellanza e di amicizia. Sono accomunati dall’ inquietudine e da un problema identitario, tipico di chi non sa dove collocarsi. Loro due sono «l’oggetto degli esperimenti paterni di creare mondi senza confini dove le origini non contano». La relazione però è difficile, sono troppi e impenetrabili i segreti di Vili. Allora Alma, ormai adulta e già inserita nel mondo giornalistico, fugge da quei legami e quelle strade, trasferendosi a Roma, dove le viene facile nascondere la sua storia.

Sette anni dopo la morte di Tito il mondo slavo, tenuto insieme dal regime crolla in preda all’insorgere dei nazionalismi legati alle diversità etniche e religiose; si accende così la guerra fratricida degli anni Novanta, storicamente vicina, ma ormai archiviata dalla mente collettiva per lasciare spazio agli attuali conflitti, pure affini per atrocità. Insieme alla ex Jugoslavia si lacera anche la famiglia di Alma: suo padre diventa, suo malgrado, sedentario e revisionista riguardo al potere in cui ha operato per tanti anni. Vili torna a Belgrado ad esercitare la professione di fotografo, apparentemente al servizio dell’esercito serbo-bosniaco, in realtà depositario di documenti atroci e compromettenti.
Viene raggiunto per un periodo da Alma, sempre alla ricerca della verità sulla sua persona ma senza risultato. Si rivedranno a Trieste: qui Alma riceverà da Vili l’eredità paterna, un lascito fatto di ricordi da cui lei era scappata per salvarsi. Sarà l’occasione per conoscere a fondo sia la figura inquieta del genitore sia quella enigmatica di Vili.
Romanzo intenso che mette in campo tematiche come l’identità, le radici, l’importanza dei luoghi nell’appartenenza, il rapporto col proprio passato. Chi vive nelle terre di confine o diviso fra più luoghi e persone, faticherà a costruirsi un’identità pur avendo sempre la possibilità di confrontarsi con culture diverse.

«Lei non saprebbe dire – pensa Alma di se stessa – dove sta la sua appartenenza , neanche la sua città lo sa: la chiamano città di carta perché si è pensata sempre parte di un nazione che non era la sua, immaginava l’Austria, sognava il regno degli slavi e perfino la nazione garibaldina, ma poi è rimasta estranea a tutto e, soprattutto, a se stessa». E sulle storie personali aleggia sempre la guerra dei Balcani, conflitto molto complesso, dominato dalla menzogna in cui nulla era come sembrava.
Il romanzo ha una scrittura raffinata e poetica. È profondo nell’analisi delle dinamiche personali, solo un po’ troppo denso di argomenti e situazioni che, talvolta, rendono poco chiari alcuni passaggi narrativi nell’andirivieni cronologico. Ma il messaggio di fondo della scrittrice è quanto mai attuale: le guerre hanno sempre lo stesso volto, feroce e lacerante, che stermina e strazia i popoli. Il confine può essere territorio di conflitti, ma anche di confronto con culture diverse.
Immagine di apertura: Trieste, il molo Audace in un giorno di Bora (foto di Angusprain)




