Firenze 27 Ottobre 2025
È un traguardo arrivare alla fine di una lunga esistenza, meta e conclusione di una vita costellata da piccole o grandi sconfitte e da vittorie, entusiasmi e scoraggiamenti, per quanto abbiamo realizzato o non siamo riusciti a realizzare. Ma il traguardo di un’esistenza anche lunga è, comunque, sempre la morte, idea che evoca paure e angosce.
Ma la morte è un evento di ordine universale. Con le parole di Vladìmir Nabòkov: «La nostra esistenza è solo un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra».
Di fronte ad un argomento vasto come la morte, presente in tutti i campi del sapere, dalla scienza, alla filosofia, alla letteratura è necessario stabilirne i confini, limitando le nostre considerazioni agli aspetti dove la nostra vulnerabilità e la nostra “finitudine” è più presente: il paziente e il medico che lo cura, il contesto culturale in cui entrambi operano, i pregiudizi sugli anziani per età più vicini al completamento del loro ciclo di vita.

Il ruolo del medico non si esaurisce nella diagnosi e nella cura, non deve essere un “dispensatore” di medicine, ma avere capacità empatiche, mettersi nei panni dell’altro, saperlo capire. Particolare attenzione e abilità è richiesta al medico nelle gravi malattie e soprattutto in quelle terminali. Sono situazioni che determinano il massimo coinvolgimento emotivo del personale sanitario. Casi in cui la presenza del medico al letto del malato si fa sempre più rara perché “non c’è più niente da fare”. Il malato terminale viene allora evitato da chi indossa un camice bianco perché vissuto come un proprio fallimento professionale. Si ha così quella solitudine del morente così ben descritta da Norbert Elias, nel volume omonimo (Il Mulino). L’isolamento del morente e la rimozione dell’idea della morte sono espressioni di quel controllo delle emozioni che, secondo l’Autore, caratterizza la nostra civiltà. Rimanere accanto al malato anche “terminale” è segnale di solidarietà e di conforto per il paziente e di professionalità del medico. Un contributo importante nella direzione del rispetto del morente e di accompagnamento verso la morte è arrivato alla fine degli anni Novanta della Carta dei diritti del morente, elaborata dal Comitato Etico della Fondazione Floriani di Milano, attiva da molti anni nell’assistenza ai malati terminali e impegnata nelle tematiche del fine vita. La Carta da allora ha avuto ampia diffusione fra gli operatori, non solo.

D’altro canto la Medicina Palliativa, già dalla fine degli anni Sessanta, aveva affrontato i problemi del malato prossimo alla morte in modo globale, tenendo conto della complessità delle sue esigenze, non solo fisiche (ad esempio il controllo del dolore), ma anche psicologiche, spirituali e di relazione. E, in effetti, questa nuova forma di assistenza e di cura, dopo molte difficoltà, si è finalmente affermata anche in Italia (come già avvenuto in altri paesi europei e non). Sta nascendo una nuova consapevolezza dei bisogni del morente e delle risposte ad essi più adeguate, che non è, però, ancora diffusa fra gli stessi operatori sanitari, né presente in maniera significativa nella mentalità comune.
Si tratta di una carta “italiana”, pensata tenendo presente il contesto culturale del nostro Paese, dove alcuni diritti stentano ancora ad affermarsi. Non a caso certi enunciati della Carta potrebbero sembrare talmente indiscutibili da renderne banale e superflua la menzione, ma il riaffermarli vuole richiamare l’attenzione sulle necessità delle persone al tramonto dell’esistenza nei confronti delle quali viene tuttora messa in atto una sorta di separazione dal vivere sociale.

Basta pensare al terzo enunciato: “il morente ha diritto a non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere”. Quante volte questo accade? Tuttora il medico, ma anche i parenti tendono a non dire la verità al malato per un retaggio di “cultura della beneficenza” che toglie al morente buona parte della sua consapevolezza. Esclusione che talvolta arriva ad una e vera propria sospensione dei principi e delle regole sui quali si fonda attualmente la vita sociale. E il settimo enunciato, importantissimo: “il morente ha diritto a non subire interventi che prolunghino il morire”. Troppe volte ancora oggi i medici, ostinatamente, propongono chemioterapie a paziente oncologici con pochi giorni di vita. C’è stato indubbiamente un notevole cambiamento in questi ultimi anni, ma non ancora una svolta. Tra i diritti affermati nella Carta alcuni rappresentano posizioni già protette dalle regole giuridiche, altri costituiscono piuttosto domande etiche, volte a sollecitare scelte di politica sanitaria capaci di fornire risposte ai problemi dei malati che non possono guarire. Questo documento dunque, è il primo passo di un faticoso cammino che metterà in discussione abitudini e atteggiamenti dominanti nella medicina tradizionale, per arrivare ad una nuova consapevolezza e ad una nuova cultura del morire.
Immagine di apertura: foto di Kazuo




