Milano 27 Settembre 2026
«Portava abiti di lana fine e di buon taglio. Inoltre si radeva ogni mattina e aveva mani curate. Ma la struttura era plebea. Maigret era enorme e di ossatura robusta. Muscoli duri risaltavano sotto la giacca e deformavano in poco tempo anche i pantaloni più nuovi». In Piotr il Lettone, primo romanzo dove il Nostro compare, Georges Simenon descrive così colui che, da lì a poco, sarebbe diventato il commissario più famoso della letteratura polar. Ogni sua incarnazione, al cinema e in tv, da Jean Gabin a Gino Cervi, da Bruno Cremer a Gérard Depardieu, insegue, con debite ma rispettose varianti, quella silhouette originaria tratteggiata dal suo autore.

A discostarsene in modo sorprendente è l’incarnazione, ultima in ordine d’arrivo, che Denis Podalydès, attore iscritto della cerchia dei sociétaires della Comédie-Française, quattro volte candidato al César, l’Oscar del cinema francese, ne propone in Maigret – L’amore e la morte, nuovo film di Pascal Bonitzer, regista appassionato di ambiguità filosofiche, esploratore del sottile confine tra vero e falso, come già nel precedente Il quadro rubato.
E allora, ecco che nel suo Maigret l’inganno dello sguardo è in agguato fin dalla prima inquadratura. Una pipa rovistata dentro il fornelletto, una scrivania da ufficio, un uomo di forte stazza ripreso di spalle davanti a una finestra. Eccolo, è lui. Conclusione frettolosa. La pipa, segno distintivo dell’identità del commissario, scivola tra le labbra del suo possessore, svelando un ometto basso, pelato, dai tratti affilati, malinconici, scontrosi. Che, con l’aria spiccia di chi è abituato al comando, si rivolge all’altro, quello di taglia larga, chiamandolo per nome: Janvier.
I ruoli si chiariscono, le identità si ribaltano. Maigret è il piccoletto, l’omone il suo ispettore più fido. Lo sgomento dura poco: se l’aspetto si discosta dall’archetipo del poliziotto simenoniano, a farcelo riconoscere in fretta – oltre la pipa, il cappello di feltro, il cappotto spinato, la passione per la buona tavola e il buon bicchiere – è l’umanità e l’empatia per gli altri, criminali compresi, che, unita a una buona dose d’inedita ironia, illuminano l’interpretazione di Podalydes.

Il suo Maigret, trasportato per volontà del regista in una Parigi inizi anni Duemila, si muove in modo non troppo dissimile dal commissario originario, brasserie e atmosfere si somigliano tutte, tenendosi però alla larga dalle innovazioni del tempo, non vuol saperne del cellulare e nemmeno della patente. Quanto alla signora Maigret (una sempre luminosa Irene Jacob di kieslowskiana memoria) risulta in questa versione meno polverosa, più “moderna”. Sempre abile cuoca, il suo coniglio alle prugne manda in sollucchero il commissario, ma anche pronta a dir la sua, a porre le giuste domande su un’indagine quanto mai insolita. Perché la storia, ispirata a un romanzo che sa di antico fin dal titolo, Maigret e i vecchi signori (in Italia edito da Adelphi come tutta la serie), è ambientata nel mondo patinato e formale della vecchia aristocrazia francese e dei quartieri alti parigini. In uno di quei palazzi eleganti e riservati dove nulla di male sembra poter mai accadere, un anziano ambasciatore dal sangue blu, il conte Armand de Saint-Hilaire, viene trovato morto, colpito da cinque colpi di pistola, dalla sua governante, l’anziana, algida, riservata Jacotte (la bravissima Anne Alvaro) custode della casa, del padrone e di tutti i suoi segreti.

A cominciare da quell’armadio traboccante di lettere, centinaia e centinaia, legate da nastrini, sistemate in ordine di tempo. Due soli i mittenti, il conte e una principessa, Isabelle de Vuynes detta Isi (Dominique Reymond). Un amore epistolare lungo più di mezzo secolo, incrollabile quanto segreto. Il solo a esserne a conoscenza, oltre la fida Jacotte, era il marito della principessa, che, seguendo i riti dell’alta società, aveva chiuso un occhio a patto che la passione restasse platonica. La sua morte, avvenuta guarda caso solo qualche giorno prima, avrebbe sciolto il vincolo, consentendo ai due attempati innamorati di poter finalmente coronare il loro sogno e vivere insieme. Ma poi, l’omicidio del conte ambasciatore pone fine a tutto.
Indagare in quell’ambiente dove tutti si trincerano nel più altezzoso e ipocrita dei silenzi, è per Maigret, uso a modi spicci e ambienti popolari, un salto nel vuoto su un terreno per lui scivoloso, ma anche in un passato lontano. La sua infanzia, quando il padre Évariste era amministratore del castello del conte di Saint-Fiacre e il piccolo Jules era al tempo stesso affascinato e intimorito da quel mondo di nobili, così vicino e così lontano.
Mondo in cui, come piace a Bonitzer, il gioco del vero e del falso si fa spesso impercettibile agli occhi dei comuni mortali. E persino la comprovata capacità di indagare nei meandri dell’animo umano di Maigret stavolta rischia di perdere la bussola. Il controfinale ideato dal regista, che rispetto al romanzo si prende un’altra libertà, innesca una gustosa giravolta narrativa e fa maramao all’infallibile commissario. Simenon ne sarebbe deliziato.
Immagine di apertura: il Commissario Maigret nell’interpretazione di Denis Podalydès




