Milano 27 Settembre 2025

Sardegna e Sicilia ben rappresentate quest’anno nel panorama letterario italiano! Grazie a La levatrice, di Bibbiana Cau (Nord Edizioni, recensione di luglio) e Come l’arancio amaro (Bompiani) di Milena Palminteri, vincitrice del premio Bancarella 2025. Due opere prime, due debutti con successo, una affinità d’ispirazione. Entrambe le autrici hanno tratto spunto per la loro scrittura dalla propria esperienza lavorativa nelle terre di origine. La Cau dalla lunga pratica di ostetrica ospedaliera in Sardegna, la Palminteri “da conservatore” negli archivi notarili di Palermo.

La copertina del libro “Come l’arancio amaro” di Milena Palminteri, Premio Bancarella quest’anno, edito da Bompiani

Come l’arancio amaro: analitico, divertente, ironico affresco, dagli anni Venti agli anni Quaranta del secolo scorso, di una Sicilia in continua lotta fra tradizione e modernità. A fare le spese del lento cambiamento sono le donne, in questo caso tre donne, che combattono per la loro indipendenza, ma che, ahimè, sono destinate a soccombere sotto il peso delle convenzioni sociali, dettate dalla rigida divisione in classi e dal dominio maschile. La storia parte dagli anni Sessanta e poi, attraverso flashback e ricordi in prima persona di alcuni personaggi, ricostruisce gli eventi del passato.

Carlotta Cangialosi, discendente da una nobile famiglia di un paese in provincia di Agrigento (Sarraca, nome di fantasia) dirige l’Archivio di Stato della città e, nel cercare un documento, s’imbatte nel testamento redatto da suo padre, Carlo Cangialosi, morto in circostanze oscure il giorno della sua nascita e in una denuncia fatta dalla nonna paterna, Donna Rosetta, ai danni di Bastiana Aricò, sua nonna materna: sarebbe stata comprata, non partorita da sua madre.

L’Archivio di Stato di Agrigento dove lavora Carlotta, la protagonista del romanzo

Colta da dubbi profondi circa le sue origini, avvalorati dalla perenne sensazione provata nel corso della sua vita di scarso amore materno, interpella subito l’avvocato Calascibetta, persona sempre presente nella sua famiglia e zio adottivo, che cerca di rassicurarla e di ridurre il tutto a una banale rivalità tra famiglie. Ma l’indagine della donna prosegue senza sosta, spinta dalla ricerca identitaria e dalle radici della sua rabbia. Carlotta, a 36 anni, è delusa dal suo passato familiare, è convinta di non aver portato felicità a nessuno perché donna e di essere destinata a rimanere da sola.
Arretrando nel tempo si arriva alla notte del 23 dicembre del 1924, giorno e anno della sua nascita. Nardina, figlia di ‘gna Bastiana, detta la currera per via della sua corsa continua per traffici al limite della legalità, sposa il nobile Carlo Cangialosi ma non riesce ad avere figli e questo dà adito alla terribile suocera, Donna Rosetta, a tramare contro di lei. ‘Gna Bastiana, accortasi delle subdole manovre della signora, ordisce un piano in combutta con il campiere/mafioso Calogero Licata. Sabedda, una giovane serva di casa Cangialosi, circuita e sedotta dal baronetto Stefano, aspetta un figlio a cui, data la sua condizione, difficilmente potrà provvedere. E così la notte del 23 dicembre la bambina, appena uscita dal grembo materno di Sabedda, viene trasferita a casa Cangialosi dove Nardina finge di partorirla con la complicità dell’ostetrica. Nella stessa notte muore misteriosamente Carlo Cangialosi, dopo aver appena visto la primogenita.

Una immagine suggestiva della Valle dei Templi ad Agrigento: al centro il Tempio della Concordia (foto di Ludvig14)

Da qui prende il via un avvincente intreccio di storie di vita. A rappresentare la Sicilia, vera protagonista del libro, è la galleria dei personaggi, simili a tante tessere di un mosaico. La narrazione a ritroso, riferita al 1924, inizia con un viaggio in corriera, che risulta una divertente presentazione dell’ambiente in cui le varie vicende si svilupperanno. A bordo ci sono: l’avvocato Calascibetta, che tutto osserva e comprende con occhio acuto e mente finissima, il massaro Bartolo, ossequiente verso il baronetto Stefano Cangialosi, la ‘gna Bastiana, che instaura un dialogo con una conoscente fatto di sottintesi e frecciatine e la rigida divisione tra maschi e femmine! Una scena esilarante, quasi teatrale che ricorda autori come Sciascia, Bufalino. Le tre donne protagoniste della narrazione, Nardina, Sabedda e Carlotta, legate per sempre dal segreto familiare, rappresentano la modernità, la voglia di indipendenza. Sono forti, decise, dure come la pianta dell’arancio amaro. Nardina avrebbe voluto continuare a studiare dopo gli anni di collegio in cui la madre Bastiana l’aveva fatta crescere, ma soccombe alla volontà della genitrice che riesce a darla in sposa ad un nobile, coronando il suo sogno di rivalsa sociale. Sabedda, bella, fiera e selvatica, dopo l’errore di credere all’amore del baronetto per cui, invece, era solo un trastullo, vorrebbe decidere del suo futuro, ma cede di fronte alla povertà della sua condizione. Carlotta, stimolata dallo zio Peppino, si laurea in Legge, cosa rara a quei tempi, ma non può esercitare la professione in un mondo che non è ancora pronto ad accettare la figura femminile.

Una bella pianta di arancio amaro, detto anche melàngolo, con i profumati fiori di zagara

Lo zio Peppino è l’homo novus incorruttibile, che cerca di farsi strada in un mondo antico. «Libero da ogni credo politico si divertiva a sfottere mafia, Fascismo, Antifascismo e nobiltà ma pure socialisti, liberali e popolari, ché tanto ormai non si capiva più niente e chi era stato per anni da una parte il giorno appresso diventava fedele all’altra».
Fa studiare Carlotta ma poi, da romantico e protettivo qual è, le consiglia di fare il concorso per entrare nell’archivio di stato. È il personaggio più lucido, che tutto comprende e nulla dice, conoscendo l’animo umano. Si avvicendano, poi, tante comparse che caratterizzano i vari aspetti della mentalità e umanità siciliane. Negativi quasi tutti i rappresentanti della nobiltà, oscillanti fra cinismo, sfruttamento, dedizione ai piaceri, al gioco e ai debiti. In questa realtà non poteva mancare il riferimento alla mafia, di cui Don Calogero Licata è il rappresentante, diventato, per vendetta e rivalsa, campiere della famiglia D’Amelio, che aveva riempito di vergogna e false accuse il padre. La mafia è il “puparo” che muove i fili della politica, che aiuta il Fascismo, da cui poi viene perseguito. La narrazione, fra andirivieni nel tempo, abbraccia periodi storici importanti per l’Italia, come il Ventennio infausto, la guerra, ma del Fascismo il siciliano accetta l’esteriorità, non l’ideologia.
È un romanzo che conduce il lettore nella realtà storica, sociale e culturale isolana come in una mostra virtuale. Avvince, commuove e analizza in profondità le emozioni e i sentimenti dei vari attori e segue il percorso di crescita femminile. Quando Carlotta, infatti, scoprirà di essere “senza famiglia” si approprierà di se stessa e si darà all’avvocatura, sfidando gli uomini. Il tutto in una terra assolata, arida, che emana odori e profumi di salsedine, agrumi, menta, gelsomino e soprattutto di zagare, fiori dell’arancio amaro, simbolo della forza e della libertà femminile. L’uso appropriato del dialetto conferisce grande musicalità alla lingua, che risulta ricca di sfumature, metafore, immagini di saggezza popolare. Non si poteva parlare della Sicilia in un altro modo!

Immagine di apertura: donne siciliane benestanti negli anni Trenta del secolo scorso (fonte: Corriere della Sera)

Maria Plantone
Nata a Noci (Bari) sull’altopiano delle Murge, è laureata in Lettere Classiche all’università Cattolica di Milano, città dove ha poi sempre vissuto e insegnato nelle scuole medie e in quelle superiori. Ama viaggiare, cucinare, frequentare i concerti, ma soprattutto leggere. E’ "un'appassionata" di parole scritte, soprattutto sulla carta e non su kindle.

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