Milano 27 Settembre 2026
La Laguna in fiamme! Ardono le braci della fornace e quelle dei cuori in una Venezia autentica, complessa vista con gli occhi di chi la ama e la vive. Giovanni Montanaro, 43enne veneziano diviso, ma non lacerato, tra Legge e Scrittura, nel suo ultimo libro Il fuoco di Venezia (ed. Feltrinelli) intreccia abilmente una storia d’amore e di affinità elettive con l’antica attività artigianale del vetro, con i mutamenti nel tempo della città e, in generale, con le evoluzioni sociali, politiche ed economiche italiane dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

Siamo nel 1968. Elena Spina Torcellan ha ricevuto in eredità dal padre la Fornace dell’est di Murano. Gestisce da sola questa impresa di famiglia, rappresentando un caso raro in una attività a quei tempi prettamente maschile. Basti dire – come ha ricordato il Sole 24ore in un articolo di un anno fa, che quando nel 2012 l’americana Alexis Silk arrivò a Murano, molti Maestri non volevano che si cimentasse in fornace «perché ero una donna». Solo a partire dagli anni della pandemia «su quest’isola incandescente, sempre più donne hanno inaugurato laboratori e fornaci, sperimentando linguaggi inediti e scardinando cliché millenari».
Tonando dalla realtà alla fiction dell’avvocato-scrittore Giovanni Montanaro, la fornace versa in cattive acque, i vetri d’arte che produce non risultano più interessanti sul mercato e subiscono una concorrenza spietata. Ma Elena, coraggiosa e determinata, non si arrende; ha promesso a suo padre Giusto di risanare il patrimonio e si dedica con tutta se stessa al raggiungimento di questo obiettivo. Assume come maestro vetraio Tiziano Zen, un giovane ambizioso, geniale, pur di carattere spigoloso. E il vetro “galeotto” fa scattare fra i due la scintilla amorosa, dando il via ad un legame indissolubile, alimentato dalle comuni passioni. L’isola incandescente, appunto.

E questo nonostante la diversa estrazione sociale e familiare. Elena appartiene alla Venezia alto-borghese, elitaria, frequenta il bel mondo; Tiziano è un figlio del popolo; suo padre è un ex venditore di ghiaccio, costretto dall’avvento del frigorifero, a riciclarsi come operaio nell’avvelenata Marghera. Lei, inoltre, è moglie di Claudio, un professore di liceo di pari natali con cui non ha grande intesa e madre di Ulisse e di Marta. Insieme i due amanti, dopo giornate intere trascorse a progettare, fare schizzi e cercare l’intuizione, riescono a riportare in auge la fornace che riapre col “vento in poppa” grazie ai vetri spaziali, ispirati allo sbarco dell’uomo sulla luna. Il loro sodalizio creativo-amoroso durerà cinquant’anni, non si spegnerà mai ma conoscerà alti e bassi, incomprensioni, scontri, separazioni e ritorni. Splenderà, si oscurerà, resisterà, tornerà a splenderà come il vetro.

Il difficile rapporto di Elena con il figlio Ulisse, fortemente ostile al suo legame extraconiugale, la lotta interiore fra responsabilità materna e ragioni del cuore, in un’epoca in cui il divorzio era di là da venire, disgrazie improvvise e laceranti che le si abbatteranno addosso, caratteri caparbi e orgogliosi non permetteranno ai due di vivere l’amore fino in fondo, ma l’uno sarà sempre nei pensieri dell’altro.
È un romanzo ben intrecciato, abbastanza avvincente che abbraccia non solo le vicende sentimentali e umane, ma anche i grandi eventi nazionali e internazionali del Ventesimo secolo: le Brigate rosse, Cernobyl, l’11 settembre, il Covid…..
La fusione fra amore, storia, arte e cultura appare spontanea e veritiera. Le vicissitudini familiari dei protagonisti ricordano situazioni comuni degli anni Settanta/Ottanta/Novanta: il figlio ribelle che contesta la famiglia borghese e che imbocca la strada della vagheggiata rivoluzione, unendosi alle BR per poi tornare all’ovile protettivo; la figlia a cui non manca niente, che cade nella trappola dell’eroina con conseguenze letali; il padre di Tiziano, che muore per i veleni di Porto Marghera… Emerge prepotente l’attaccamento alla città, che l’autore torna a raccontare a distanza di sei anni, quando ne Il libraio di Venezia (ed. Feltrinelli) la descrisse ferita dall’acqua alta eccezionale, che inondava case, negozi, sommergeva scaffali, annegava pagine in Campo San Giacomo.

Ora la (ex) regina dell’Adriatico è sicuramente la protagonista ambientale del racconto, “segnata” dall’acqua, ma anche dal fuoco che, come afferma l’autore in una intervista, ne «rovescia lo stereotipo di una natura calma, acquatica, pensosa per ritrovare l’anima più sfrontata e spavalda». Si avverte, inoltre, il fascino che l’antica arte del vetro esercita irresistibilmente su di lui. Le descrizioni dei ponti, delle calli, delle piazze e delle varie fasi della soffiatura, a volte fin troppo dettagliate, ne sono la testimonianza.
A esporre le varie vicende è un narratore onnisciente, che anticipa, commenta e che viene allo scoperto solo alla fine. Un libro chiaro, semplice, piacevole, che induce anche alla riflessione sulla complessità della relazione umana e sulla fragilità dell’esistenza, efficacemente rappresentate dal vetro che è «la cosa più forte e la più fragile. Perché è la cosa che più di tutte somiglia alla vita…… Il vetro racconta meglio di tutto che cos’è questa città, la forza e insieme la delicatezza, la potenza e la grazia, il miracolo e la forma, il fuoco e l’aria e l’acqua».
Immagine di apertura: fonte: lavetrataartistica.com




