Monza 27 Novembre 2025
Nel report presentato di recente al Centro Nazionale Trapianti per il 2024, l’Italia figura tra i leader europei nell’ambito dei trapianti di organi, tessuti e cellule, con un miglioramento relativo alle donazioni d’organo. In ambito cardiaco, sono stati eseguiti 413 trapianti di cuore nel 2024 ma, per fare un confronto di ampio spettro, possiamo evidenziare che nel 1995 i trapianti di cuore furono 390. Il Centro Trapianti sostiene che in parte l’aumento delle donazioni è legato all’incremento delle “donazioni a cuore fermo” che sono passate da 80 del 2021 a 284 del 2024. Ne abbiamo già parlato su questa rivista (vedi Un cuore fermo, eppure ridà la vita, di Sabrina Sperotto, 27 luglio 2023). Di sicuro, e su questo tutti convergono, si potrà valutare l’effettiva validità di questa introduzione solamente a medio, lungo termine.

Il trapianto di cuore è un’esperienza umana e medico-chirurgica multidisciplinare straordinaria con implicazioni etiche e antropologiche profonde. Non è pensabile far comprendere il significato del prelievo di un cuore e del suo trapianto, riducendo a numeri e statistiche la sofferenza delle famiglie dei donatori, la gioia dei pazienti ai quali viene donata una seconda possibilità di vita ed il lavoro che ha comportato dai suoi albori dagli anni Cinquanta ad oggi. Innumerevoli sono i pionieri e le invenzioni che hanno reso possibile questa procedura messa a punto da Norman Shumway alla Standford University negli anni Sessanta: dalla triangolazione dei vasi sanguigni per le suture di Alexis Carrel, agli esperimenti per arrivare alla macchina cuore-polmone (John Gibbon e John Kirklin),l’ossigenazione del sangue esterna al corpo (Walton Lillehei e Richard De Wall), alla roller pump di Michael DeBakey e mi piace ricordare anche la cardioplegia di Gerald Buckberg per proteggere il cuore dai danni da carenza di ossigeno, che ha reso più sicuro tutto il lavoro dei cardiochirurghi, non solo per il trapianto cardiaco. Fino a Christiaan Barnard, artefice del primo trapianto di cuore al mondo a Città del Capo nel 1967.

Ricorre in questo mese il 40° anniversario dall’avvio dell’attività di trapianto cardiaco in Italia, con diverse commemorazioni ed articoli. Nel novembre 1985 furono inizialmente cinque i centri autorizzati e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale dall’allora ministro della sanità Costante Degan: Padova con Vincenzo Gallucci, Milano al De Gasperis di Niguarda con Alessandro Pellegrini, Bergamo con Lucio Parenzan, Pavia con Mario Viganò e Udine con Angelo Meriggi. Nello stesso mese di novembre tutti e cinque i centri effettuarono il loro primo trapianto di cuore. Il primo fu a Padova.
Lo studio per arrivare ad avere ad un’equipe preparata, ricordava il prof. Pellegrini nel suo editoriale del 2005 sul Giornale Italiano di Cardiologia per il ventennale del trapianto, era durato anni di scambi culturali con i principali centri dell’epoca – l’università di Stanford dove operava il Prof. Shumway e l’ospedale parigino La Pitié Salpêtrière con il prof. Christian Cabrol – oltre alla chirurgia sperimentale e lo studio della letteratura.

L’affermazione di questa terapia negli anni Ottanta a vent’anni dal primo trapianto del 1967, è avvenuta principalmente grazie all’introduzione della ciclosporina, il farmaco antirigetto ed al miglioramento dei metodi di sorveglianza del rigetto.
Il miglioramento dei dati attuali è legato anche all’ampliamento dei criteri di selezione per
l’idoneità dei donatori: l’età media è passata da 36 anni del 2002 ai 48 anni del 2024 e circa un quarto ha più di 60 anni. Così come in parallelo anche per l’età dei riceventi: da 48 anni nel 2002 a 52 anni nel 2024. L’anno scorso il ricevente più anziano aveva 76 anni.
Ma tra tutti i dati presentati dal Centro Nazionale Trapianti in questo annus mirabilis ce n’è uno in particolare che ci porta a riflettere perché è invariato da almeno 20 anni: è la percentuale delle opposizioni alla donazione di organi che si attesta intorno al 30 per cento. Addirittura, per quanto riguarda il consenso alla donazione richiesto all’anagrafe, il 40 per cento della popolazione non si esprime. Affidare una domanda così delicata ad un addetto comunale che nulla sa di medicina né tantomeno di trapianti non porta risultati apprezzabili. Il Centro Nazionale Trapianti e l’AIDO (associazione donatori di organi) dovrebbero farsi delle domande.

A questo proposito ricordo il caso di Nicholas Green nel 1994, il bambino statunitense in vacanza in Italia con la famiglia che fu vittima di banditi sulla Salerno-Reggio Calabria. Tutti gli adulti di quegli anni ricordano quel bambino di 7 anni e l’eroico gesto dei genitori di donare gli organi e le cornee del loro piccolo, salvando sette vite di italiani, di cui 4 adolescenti. Quel fatto portò ad un’incredibile eco mediatica, the Nicholas effect, che aumentò le donazioni in modo esponenziale non solo in Italia. L’efficacia di questo tipo di messaggio sta nella carica di verità e autenticità che esprime.
I donatori oggi non aumentano anche perché c’è una disaffezione generale in un sistema sanitario in cui non si crede, con il personale al collasso. Inoltre, l’informazione riporta notizie a caccia di audience o scopi strumentali: ho letto ad esempio che a Verona hanno appena effettuato un trapianto di cuore dopo l’utilizzo di un VAD – un cuore artificiale – impiantato nel paziente in attesa di trapianto per sei mesi, come se questa fosse la notizia sensazionale di una tecnologia nuova mentre il VAD è una terapia standard da vent’anni come ponte in attesa del trapianto.
Parlando di trapianti mi passa davanti tutta la mia vita, il mio paesello, il De Gasperis e
l’Associazione Amici del De Gasperis, dal 2005 Fondazione, di cui sono socio fondatore insieme ad Alessandro Pellegrini e Fausto Rovelli. Cultura dei trapianti è anche conoscere la storia, le persone che hanno fatto quella storia ma con l’avvento del world wide web è diventato troppo facile manipolare e cancellare fatti e persone a proprio uso e consumo. Saranno solo le informazioni in rete a stabilire la cultura di domani? Così facendo sia noi che l’intelligenza artificiale ci ritroveremo a pescare con una rete fallata in un mare vuoto.
Immagine di apertura: il professor Vincenzo Gallucci (al centro) mentre esegue il primo trapianto di cuore in Italia nel novembre 1985 (fonte: università di Padova)
- Ha collaborato Sabrina Sperotto




