Milano 27 Luglio 2025
Attraversato il deserto ferragostano con il sostegno di qualche serie di buona fattura – una per tutte la divertente The Gilden Age, scritta non a caso da quel genio della sceneggiatura che è Julian Fellowes (Gosford Park, Downton Abbey) – ecco in arrivo, dal 28 agosto distribuito da Movies Inspired, un primo ottimo frutto della nuova stagione cinematografica. Boléro di Anne Fontaine racconta in 120 minuti che volano via la nascita di uno dei più celebri brani della musica di tutti i tempi, il cui successo imperituro fa sì che ogni quarto d’ora venga eseguito da qualche parte nel mondo. Già autrice di film biografici come Coco avant Chanel ma anche dell’ironico Gemma Bovery e dell’intenso Agnus Dei, Fontaine ne dipana la storia con elegante abilità tratteggiando allo stesso tempo il ritratto del suo autore, Maurice Ravel, sullo schermo affidato al volto sensibile e al fisico sottile di Raphaël Personnaz.

Compositore, pianista, direttore d’orchestra, Ravel (1875-1937) fu uomo schivo, timido, complessato. Il bel volto non bastava a sventare il cruccio di una statura troppo bassa, che lo faceva sentire inadeguato alla vita e ancor più a una definita identità sessuale. La musica era tutto il suo mondo, la fama era tale che George Gershwin, americano a Parigi nei ruggenti anni Venti, bussò alla sua porta chiedendo di dargli lezioni. Ricevendo un cortese, ma fermo, rifiuto. Il rischio, gli spiegò con grande schiettezza il francese, era «di spingerlo a scrivere come un cattivo Ravel e fargli perdere il suo grande dono di melodia e spontaneità».
Risposta onesta. La sua musica era troppo originale per creare epigoni: raffinata e di complessa orchestrazione, ma talora dotata di forza evocativa, plasmata su ritmi vivaci e colori impressionisti. Perfetta per conquistare i grandi nomi di quei balletti russi che allora spopolavano a Parigi. Ravel si fece tentare, collaborò con Djagilev, ma poi ci litigò furiosamente. Tanto di decidere di chiudere per sempre con il balletto. A fargli cambiare idea nel film sarà Ida Rubinstein, una travolgente Jeanne Balibar (vedi immagine di apertura) musa della danza e generosa mecenate, decisa a commissionargli la musica per la sua nuova coreografia. Una musica che doveva essere speciale e sconvolgente: «La più audace e la più sensuale mai ascoltata».

Richiesta difficile da esaudire per chi, come Ravel, con la sessualità aveva rapporti di ambigua tortuosità, frequentatore di bordelli ma più guardone che praticante. Il contrasto tra il suo erotismo disincarnato e la sua sensibilità, è acutamente messo in risalto nella scena in cui lo vediamo accarezzare con esitante desiderio un paio di lunghi guanti di raso. Come a voler sfiorare una femminilità anelata, fantasticata, irraggiungibile. Non si sposò mai Ravel, ma ebbe amicizie intime e legami segreti. Nonostante le sue titubanze, le sue paure, il pudore del corpo, le donne erano attratte da lui. Il film ce ne mostra tre, tutte di forte personalità e fluida sensualità, capace di valicare ogni convenzione. Oltre a Ida Rubinstein, la seducente Misia Sert (Doria Tillier), a cui Ravel dedicò molte sue opere, e Marguerite Long (Emmanuelle Devos), pianista eccellente e sua interprete prediletta.

È su quello sfondo di grande vivacità culturale e spregiudicatezza esistenziale che Ravel crea il suo Boléro. Il brano più sensuale mai ideato nasce là dove mai te lo aspetteresti, in una fabbrica. Figlio di un ingegnere, Maurice conosceva bene fin da bambino i rumori martellanti di pistoni e leve. Sono quelle sonorità impresse nella sua mente a evocargli un ritmo ossessivo, invariabile, parossistico, trattenuto fino all’esasperazione, che alla fine sfocia in un’esplosione orgiastica. Il balletto per Ida è tutto già dentro in quell’unica melodia, ripetuta per diciassette minuti in un crescendo estatico, che attira come una calamita gli uomini che circondano la danzatrice, via via sempre più vicini a lei in una sorta di estasi collettiva dionisiaca.
Alla prima di Parigi, il 22 novembre 1928, Ravel non c’era. Il successo travolgente che accompagnò Boléro restò per lui un enigma. «Ho scritto un capolavoro, ma purtroppo non c’è musica in esso» confidò qualche tempo dopo con amara ironia, forse senza rendersi conto della straordinaria modernità della sua creazione. Che ancora oggi, a 150 dalla nascita del suo autore e quasi cento dalla prima esecuzione, continua a sedurre e turbare platee di ogni generazione.
Immagine di apertura: Jeanne Balibar in una scena di Boléro dove veste i panni di Ida Rubinstein




