Milano 27 Settembre 2025

Senza preamboli, Downton Abbey – Il gran finale è un film da non perdere. Non solo perché è bellissimo, scritto con la solita penna elegante e acuminata di lord Julian Fellows, baronetto per meriti narrativi, non solo perché recitato da attori magnifici, con ampio sfarzo di décor e costumi filologicamente incantevoli.

Hugh Bonneville (Lord Robert Grantham)  davanti a Highclere Castle, la tenuta fittizia della famiglia Crawley (foto di Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

Il capitolo conclusivo su grande schermo della fluviale saga british, 56 puntate più il precedente Downton Abbey – Una nuova era, va visto perché il nuovo film, diretto da Simon Curtis, è a suo modo anche un film politico.
Nel senso che quella che dal 1912 (e adesso siamo arrivati al 1930) si svolge dentro le avite mura del castello di Robert Crawley Conte di Grantham (titolo conquistato sul campo fiction dall’impareggiabile Hugh Bonneville) è una lotta di classe a colpi di tazze di tè e argenteria sapientemente lucidata, che neanche nei sogni più lisergici di Marx. Separati in casa da confini netti, piani alti per i nobili, bassi per la servitù, e rigidi protocolli, padroni e servitori li osservano scrupolosamente, ma di fatto li scavalcano di continuo grazie al passepartout del reciproco rispetto (tutti indistintamente vengono chiamati con “signore” o “signora” prima del loro nome, e non è forma) più una buona dose di snobismo e ironia trasversali a ogni scala gerarchica.

La servitù di Downton: da sinistra a destra Raquel Cassidy (Miss Baxter) Kevin Doyle (Mr. Molesley), Sophie McShera (Daisy Parker), Phyllis Logan (Mrs. Hughes), Lesley Nicol (Mrs. Patmore) Jim Carter (Mr. Carson) Brendan Coyle (Mr. Bates) and Joanne Froggatt (Anna Bates ) (foto di Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

Non che i conflitti non ci siano. Malumori, invidie, ripicche, sgambetti anche feroci, esistono a Downton come ovunque. Ma il segreto di quel piccolo mondo dorato è che tutto questo, pur con i debiti scossoni, si affronta insieme. Poiché, e questo sì che è il lato utopistico della serie e del suo autore, anche i più subdoli e infidi alla fine si rivelano delle brave persone, capaci di ascoltare la voce di una coscienza che riaffiora attraverso correnti carsiche inattese: lo sguardo gentile del padrone di casa, la battuta pungente della cuoca, il richiamo inflessibile del maggiordomo. Il corpulento Carson (Jim Carter), coniugato in corso serie con la altrettanto fida governante signora Hughes (Phyllis Logan), è da sempre il nume tutelare del maniero e dei suoi abitanti. Devotissimo ma non condiscendente, capace di dire la sua anche senza parlare, con una sola occhiata, Carson è per autorevolezza e carisma l’equivalente del conte. Superandolo talora in snobismo e conservatorismo.

Laura Carmichael (Lady Edith) e Michelle Dockery  (Lady Mary) in una scena del film (foto di
Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

Crowley lo stima a tal punto, e questo è uno dei momenti sorprendenti e anche commoventi del film, di rimuovere i pilastri sociali e andare da lui quando si trova a dover prendere una difficile decisione. Ormai in pensione, ma incapace di star lontano dal suo “regno”, Carson lo accoglie come un amico. E come l’amico che più di tutti lo conosce davvero, sa trovare le parole e il consiglio giusti.
Lo stesso accade tra Lady Mary (Michelle Dockery), primogenita irrequieta del conte, e la sua cameriera privata Anna Bates (Joanne Froggatt) che la difende a spada tratta ma non esita a rimbrottarla per una sbandata amorosa azzardata. E Mary incassa, consapevole che la domestica è in quel caso più saggia di lei.

Michelle Dockery (Lady Mary) con Joanne Froggatt (Anna Bates), la sua fidata cameriera personale (foto di Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

I tempi cambiano per l’inscalfibile aristocrazia inglese. Siamo nel 1930, la crisi del ’29 ha avuto echi anche tra loro, costringendo chi non ha mai badato a spese a fare finalmente i conti con una gestione più attenta. Meno personale, meno sperperi. Lo zio d’America, fratello di Cora, moglie del conte (Elizabeth McGovern) non arriva con le tasche piene ma con l’intento di arraffare un po’ di soldi per sistemare i suoi debiti.
D’altra parte, a creare altri problemi è il divorzio inatteso di Lady Mary. Chiesto dal marito ormai lontano, la notizia piomba nel bel mezzo di un ballo dell’alta società di Londra e getta nel panico i padroni di casa che, inorriditi all’idea di ospitare sotto il loro tetto una divorziata, la mettono alla porta senza esitare.

Il regista Simon Curtis, al centro, fra gli attori durante le riprese del film (foto di Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

Lo scandalo pare gettare un’ombra fatale sulla giovane donna e il resto della famiglia, se non fosse che a salvare la situazione e levare il malocchio dell’ostracismo dai Crawley, arriverà l’ospite più inaspettato e ambito del momento, Noël Coward (Arty Froushan) re della commedia inglese, autore di canzoni immortali. Quando arriva a cena a Downton con con codazzo di amici e amanti, la notizia si sparge in un attimo e quelli che avevano voltato le spalle per via della rea Mary, si mettono in fila nella speranza di un invito.
Il congedo da questo fantastico mondo di personaggi deliziosamente tratteggiati non poteva essere migliore. Un mondo nuovo li attende, e visto come andata, meglio fermarsi qui. Assente per ragioni non di sua volontà Maggie Smith, scomparsa un anno fa, fa capolino da un ritratto e saluta tutti con il suo sorrisetto impareggiabile.

Immagine di apertura: Michelle Dockery è la splendida Lady Mary protagonista del film Downton Abbey-Il Gran Finale come della fortunata serie televisiva (foto di Rory Mulvey / © 2025 FOCUS FEATURES LLC)

 

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" , di "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina. nel 2021, e per la Nave di Teseo del recente "La Bambolaia"

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