Pavia, 27 Ottobre 2025

Coney Island è uno dei luoghi più iconici e contraddittori di New York, una sottile lingua di terra affacciata sull’Atlantico a sud di Brooklyn, dove la storia urbana, l’immaginario popolare e l’arte si intrecciano da più di un secolo. Un tempo zona paludosa abitata da coloni olandesi nel Seicento e da pescatori e agricoltori poi, Coney Island divenne nel corso dell’Ottocento il simbolo della nascente società dei consumi americana, trasformandosi nel primo grande parco di divertimenti moderno del mondo.

“Dreamland”, uno dei primi parchi giochi di Coney Island costruito agli inizi del Novecento e distrutto da un incendio nel 1911 (foto: Paul and Nancy Brigandi Museum, carouselhistory.com)

Con l’arrivo della ferrovia nel 1864 e l’apertura dei primi stabilimenti balneari, la penisola cominciò ad attrarre folle di cittadini in cerca di evasione dal ritmo frenetico di Manhattan: il mare, la sabbia e la libertà di un’area periferica crearono un nuovo spazio sociale dove le classi potevano mescolarsi, dove il divertimento e la modernità convivevano con il caos e la sperimentazione.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nacquero i tre celebri parchi, Steeplechase Park, Luna Park e Dreamland – quest’ultimo un sogno durato soli 7 anni e completamente distrutto da un incendio nel 1911 – veri laboratori visionari dell’immaginario urbano. Qui l’elettricità, ancora una novità a quell’epoca, divenne spettacolo: migliaia di lampadine illuminavano le notti estive trasformando la spiaggia in un miraggio luminoso. Le montagne russe, le giostre, gli spettacoli circensi e le attrazioni meccaniche incarnavano la cieca fiducia nel progresso, ma anche una fascinazione per l’illusione e per la teatralità del mondo moderno. Luna Park, inaugurato nel 1903, con le sue torri, cupole e facciate orientaleggianti, rappresentava un’esperienza estetica totale, una città fantasmagorica costruita per stupire.

Cartolina d’epoca raffigurante “Steeplechase Park” (Acacia Card Company)

Coney Island funse da vero laboratorio estetico e sociale, il luogo in cui nacque la cultura del divertimento di massa e dove la cosiddetta fine art popolare cominciò a dialogare con quella popolata: fotografi, pittori e registi ne fecero un soggetto privilegiato, da Walker Evans a Weegee, da Reginald Marsh a Joseph Stella, che ne colsero tanto la vitalità quanto la malinconia. Con il passare dei decenni la fama e il grande successo cedettero il mosto a momenti di decadenza – la Grande Depressione, gli incendi che distrussero gran parte dei parchi e la progressiva industrializzazione del divertimento – che segnarono il declino dello splendore originario. Negli anni Cinquanta e Sessanta la penisola cadde in degrado, specchio di una modernità consumata e di un sogno ormai logoro.

“Cyclone”, le montagne russe storiche di Coney Island, ancora funzionanti, in uno scatto di Leonard J. De Francisci del 2013

Eppure, proprio in quella decadenza Coney Island trovò una nuova forza simbolica: la fotografia, il cinema e l’arte contemporanea cominciarono a interpretarla come metafora della memoria collettiva, della nostalgia e della resilienza urbana. Oggi Coney Island conserva un fascino ambiguo e irresistibile: è insieme reliquia e palcoscenico, parco di divertimenti e archivio vivente della cultura americana. Il suo lungomare, la storica Wonder Wheel del Luna Park, la Cyclone (la montagna russa in legno del 1927 ancora in funzione) e il celebre hot dog di Nathan’s si mescolano a murales, performance, installazioni e festival che rinnovano ogni anno la sua immagine. La spiaggia resta un punto un crocevia di turisti, immigrati, artisti e abitanti del quartiere, un microcosmo dove le contraddizioni di New York si manifestano in forma pura nella compresenza di lusso e povertà, di sogno e disillusione, di memoria e spettacolo.

La locandina del film “La ruota delle meraviglie” del 2017, regia di Woody Allen ambientato a Coney Island

Negli ultimi anni il recupero urbano e culturale ha restituito a Coney Island parte del proprio prestigio, anche se il vero valore non risiede soltanto nell’essere attrattiva turistica o d’intrattenimento, piuttosto luogo di identità collettiva, un simbolo della cultura americana di reinventarsi e di celebrare la diversità che la costituiscono. La sua estetica rétro, l’atmosfera sospesa tra il reale e il surreale continuano a ispirare artisti della fotografia, come Diane Arbus, e del cinema, come Woody Allen con Io e Annie (1977) e La Ruota delle meraviglie (2017), Darren Aronofsky con Requiem for a Dream (2000) o John Crowley con Brooklyn (2015), che vi hanno riconosciuto un teatro dell’anima metropolitana.
Oggi Coney Island è una scena viva dove il passato non è stato cancellato ma reinterpretato. È un monumento all’effimero, un paesaggio che cambia senza mai tradire se stesso e che, forse proprio per questo, continua a incarnare l’essenza di New York, animata da una tensione costante tra caducità e rinascita, tra caos e poesia, tra il desiderio di evasione e la necessità di ricordare.

Immagine di apertura: il lungomare di Coney Island, la mitica Boardwalk (foto di Max Touhey)

Alessia Rampoldi
Giovane architetto pavese, formatasi al Politecnico di Milano e alla Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, si è laureata con una tesi sulla valorizzazione paesaggistica del patrimonio UNESCO nel territorio tiburtino. Dal 2019 collabora a progetti di carattere editoriale con l’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia e alla didattica presso la facoltà di Architettura dell’ateneo milanese. Parallelamente agli studi prima e al lavoro poi, ha sempre coltivato una forte passione per l’arte, significativamente influenzata dall’insegnamento fondamentale di perseguire il bello nella realtà della vita quotidiana. Nel marzo 2022 scopre la pittura acrilica. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive a Milano, Roma, Parigi e Berlino, dove è entrata a far parte degli artisti di Galeria Azur. Attualmente è collaboratrice di 24Ore Cultura per gli eventi presso Mudec, Palazzo Reale di Milano e GAM di Torino

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