Firenze 26 Marzo 2021

Nei secoli della Repubblica l’immagine di Roma cambia rapidamente e con l’espansione politica e militare, il Foro Romano raggiunge un’opulenza mai vista prima. Ogni vittoria diventa l’occasione per erigere nuovi e più splendidi edifici pubblici, mentre preziosi oggetti d’arte, strappati agli sconfitti, vengono inseriti nei templi cittadini.
L’area era stata bonificata dall’ultimo dei re Tarquini grazie alla Cloaca Massima che raccoglieva le acque per farle defluire nel Tevere ed era attraversata dalla Via Sacra (Ver Sacrum) che saliva al Campidoglio dove sorgeva il Tempio di Giove Otto Massimo. A partire dal II secolo a.C. il disegno del Foro assume una certa regolarità con la costruzione del Tabularium, sede dell’archivio di Stato. Un’iscrizione ricorda l’erezione della struttura durante il consolato di Quinto Lutazio Catulo nel 78 a.C..

Il Tabularium, eretto nel 78 a.C., sede dell’Archivio di Stato, di cui sono ancora visibili il basamento sormontato dal Palazzo Senatorio di epoca medievale e le colonne doriche

L’edificio fu costruito dall’architetto e ingegnere militare Lucio Cornelio che realizzò un contrafforte per regolare la sella tra la sommità settentrionale dell’area capitolina e quella meridionale (sede del tempio di Giove Capitolino). Il basamento in blocchi di tufo e peperino è ancora visibile, sormontato dal Palazzo Senatorio di Età medievale, utilizzato come prigione dallo stato papalino. Della parte originaria è rimasto un piano organizzato come una galleria, illuminato da tre grandi arcate aperte sul Foro la cui unica risalente al periodo di costruzione è quella verso nord. Le arcate sono inquadrate da semicolonne doriche, reggenti architravi in travertino.

I resti del Tempio di Vespasiano e Tito

Ai piedi del Tabularium si trovano i resti del Tempio di Vespasiano e Tito limitato anteriormente dal percorso del “Clivo Capitolino” (clivus Capitolinus), la via percorsa dal corteo trionfale per salire sul colle, che lo separa dal tempio di Saturno, mentre nell’area antistante il Tabularium si trova il Portico degli Dei Consenti, sei dei e sei dee, versione romana dei dodekatheon (“dodici dei”) greci.
Vicino al Portico degli Dei Consenti si trovano i resti del Tempio di Saturno. Secondo la leggenda era stato il mitico eroe Eracle a consacrare l’altare a Saturno. Sede del tesoro di Stato, il tempio conteneva una statua di Saturno (Kronos) che veniva riempita di olio e avvolta in bende di lana. Al tempo dei Saturnali le bende venivano tolte, si teneva un banchetto pubblico ed era ammesso il gioco d’azzardo. Durante i famosi sette giorni di festa (dal 17 al 23 dicembre) l’ordine sociale basato su padroni e schiavi veniva sovvertito nel senso che i padroni si mettevano servizio dei loro schiavi al momento dei pasti. Di fronte al Tempio di Saturno, e precisamente nell’area compresa tra l’arco di Settimio Severo e la Curia, si trova la cosiddetta Area del Comizio scoperta da Giacomo Boni nel 1899.

Il Tempio di Saturno (foto di Carole Raddato)

Il Comitium era una superficie aperta, orientata secondo i punti cardinali dove si trovano i pozzi rituali, il Lapis niger e i Rostra vetera, ovvero prue delle navi nemiche (rostrum, appunto) strappate dai Romani durante la vittoriosa battaglia di Anzio, che vennero qui collocate nel 338 a.C. Il ritrovamento del Lapis niger è stato presto associato ad un passo dello scrittore Sesto Pompeo Festo relativo ad una pietra nera nel comizio (lapis niger in Comitio), considerata la tomba di Romolo e per questo da ritenersi luogo funesto a causa della profanazione della sepoltura che avevano causato i Galli durante il saccheggio dell’area nel 390 a.C. Con l’Area del Comizio confina la Curia, sede del Senato. Qui si svolgevano varie cerimonie sacre e si eseguivano, talvolta, anche le condanne a morte.

Il Tempio di Vesta (foto di Tobias Helfrich)

A poca distanza da questo ambiente che doveva essere all’epoca molto assembrato, vi era uno spazio nel quale nessun romano sarebbe mai entrato: il Tempio di Vesta. Le vestali, sei fanciulle scelte tra le bambine di famiglie patrizie, erano le uniche componenti il Collegio femminile romano, la cui fondazione risale alle origini della città. Sembra che anche la madre di Romolo e Remo, la mitica Rea Silvia, fosse stata una vestale. Il loro compito era quello di mantenere perennemente acceso il fuoco sacro conservato nel piccolo tempio dedicato a Vesta.
Il tempio era costituito da un podio di marmo da 15 metri di diametro, al centro del quale era posta la cella con colonne corinzie. Il soffitto era aperto per far uscire il fumo. All’interno era conservato il Palladio, un piccolo simulacro di Atena Minerva, simbolo della nobiltà della stirpe romana. Le vestali dovevano svolgere il compito per la durata di trent’anni e avevano l’obbligo della castità. La pena, se questa regola veniva violata, era la morte. Godevano di un prestigio sociale immenso. Avevano grandi mezzi finanziari e molti privilegi; ad esempio, quello del posto in prima fila agli stadi oppure la garanzia di una tomba in città. Alloggiavano in un edificio adiacente al tempio, costruito intorno ad un grande atrio. Si trattava di un giardino rettangolare con un portico colonnato. Sotto il portico erano disposte le statue delle vestali decane del Collegio. Tutt’intorno sorgevano le stanze, la cucina e i bagni dotati di riscaldamento.

Immagine di apertura: una visione di insieme del Foro Romano (foto di Pascal Ohlmann)

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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