Firenze 21 Dicembre 2021

Nota come la più grande struttura ospedaliera italiana del Medioevo e una delle più antiche d’Europa, Santa Maria della Scala sorge a Siena davanti alle scalinate della Cattedrale. Venne istituita dai canonici del Duomo (il primo documento risale al 29 marzo del 1090), anche se nei libri contabili si parla di un atto di donazione da parte di un tale Beato Sorore, un ciabattino che alla fine del IX secolo, mosso da carità verso il prossimo comincia a dare ospitalità nella sua casetta agli ammalati e ai bambini abbandonati, i gettatelli.

Il complesso medievale di Santa Maria della Scala a Siena (foto di Sailko)

L’edificio fu uno dei primi ospizi gratuiti italiani per pellegrini in quanto Siena si trovava lungo la via Francigena che portava a Roma. Nel XII secolo la città cominciò a espandere il proprio territorio e a stringere le prime alleanze. Questa situazione di rilevanza, sia politica che economica, portò Siena a combattere contro Firenze per i domini settentrionali della Toscana. Celebre è la vittoria sui guelfi fiorentini nella battaglia di Montaperti del 1260 – ricordata anche da Dante «Lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso» (Inferno X, 85) – ma dopo qualche anno i senesi ebbero la peggio nella battaglia di Colle Val d’Elsa, del 1269, che portò dal 1287 al 1354 al Governo dei Nove di parte guelfa.
Non si trattava di nobili, ma dei più noti esponenti delle compagnie mercantili e bancarie che permisero a Siena di raggiungere il suo massimo splendore come è rappresentato in Palazzo Pubblico, nella Sala dei Nove, con L’Allegoria del Cattivo e Buon Governo.

Ambrogio Lorenzetti, “Allegoria del buon governo” (dettaglio), 1338-1339, Sala dei Nove o della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

Questo capolavoro di Ambrogio Lorenzetti ha l’intento didascalico di porre in netta contraddizione le due modalità di agire da parte di chi amministra una città e il suo territorio. La prima, avvilente e priva dei mezzi di sostentamento con la minacciosa figura della Tirannia affiancata dall’Avarizia, dalla Superbia e dalla Vanagloria, raffigura una città in preda alla miseria dove avvengono omicidi, aggressioni, ruberie e dove le case sono diroccate. L’altra rappresenta la prosperità, con la campagna perfettamente ordinata e operosa e la città, serrata da possenti mura, con i mercati ricchi di prodotti, carpentieri impegnati a costruire alti palazzi e ragazze che vanno in giro da sole tenendosi per mano e danzando. Ambrogio Lorenzetti con questa allegoria mette in scena un’idea moderna della politica e del governo. L’affresco, realizzato attorno al 1330, sembra dire che se le strade sono sicure e le campagne ben coltivate, se l’economia progredisce, se la città è prospera e felice, il governo è buono. Se, al contrario, a dominare sono l’anarchia e la corruzione, se i partiti si dilaniano, è cattivo. Cento anni dopo, con lo stesso principio di benessere fu affrescato il Pellegrinaio di Santa Maria della Scala.

Domenico di Bartolo, “La cura degli infermi”, 1440-41, affresco, Pellegrinaio di Santa Maria della Scala, Siena

In questo ambiente a pianta longitudinale – composto da sei campate coperte da volte a crociera a tutto sesto – (vedi immagine di apertura) si trova uno straordinario ciclo di affreschi, ideato dal rettore Giovanni di Francesco Buzzichelli durante il suo mandato decennale dal 1434 al 1444, con scene uniche in Europa riguardanti la vita quotidiana dell’ospedale. Il rettore, non solo ci ha donato uno straordinario documento storico mediante il quale è stato possibile ricostruire alcuni ambienti dell’ospedale, ma ci ha anche rivelato una nuova modalità di cura dei malati costretti a letto: la terapia della bellezza. Oggi questa pratica è promossa negli ospedali ove si cura il cancro. Da un recente esperimento svolto dall’Azienda Sanitaria di Agrigento su malati in cura oncologica, è scaturita la consapevolezza di quanto l’arte possa rappresentare un efficace strumento terapeutico durante il ricovero.

Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, “Storia del beato Sorore”, 1441, affresco, Pellegrinaio di Santa Maria della Scala, Siena

Al ciclo pittorico del Pellegrinaio – una grande corsia dove stavano i malati a letto, quindi con gli occhi rivolti verso il soffitto stellato e le parete affrescate – lavorarono personalità di alto valore come Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, Domenico di Bartolo, Priamo della Quercia e, dopo il 1570, Pietro Achille Crogi e Giovanni di Raffaele Nevasi. Fu proprio il Buzzichelli a voler raffigurare per primo la Storia di Sorore e probabilmente ad ideare un personaggio che potesse incarnare al meglio la laicità dell’Ente e affidò l’incarico al Vecchietta. Il pittore, nella seconda campata, dipinse il sogno della madre del mitico fondatore dello Spedale (Sorore) la quale, prima ancora del parto, avrebbe previsto la caritatevole vocazione del figlio e la sua responsabilità nella fondazione della prestigiosa istituzione ospedaliera. I bambini abbandonati alle cure dell’ospedale, i cosiddetti gettatelli, sono raffigurati mentre stanno salendo una scala che porta al cospetto della Madonna, un modo per sottolineare l’esito dell’educazione religiosa impartita al Santa Maria.

Uno scorcio della “Cappella del manto” all’interno di Santa Maria della Scala, decorata nel Cinquecento (fonte: santamariadellascala.com)

Nella parte destra, Sorore viene ritratto nel momento in cui gli viene affidato il primo gettatello. I riferimenti stilistici del Vecchietta sono da ritrovarsi nella lezione di Masolino, Masaccio e Paolo Uccello. La figura delineata in questa fonti iconografiche e documentarie, tuttavia, non incontrò subito una particolare fortuna neppure quando, nel 1492, avvenne il ritrovamento di un corpo quasi incorrotto all’interno dell’ente ospedaliero. Fu solo dopo qualche anno che in occasione dei lavori per la decorazione della Cappella del Manto (1513-1515) che si decise di associare quel cadavere alla memoria del mitico fondatore e di metterlo in mostra proprio sotto l’altare della Madonna del Manto. Altre sei scene del Pellegrinaio, dedicate ai momenti fondamentali dell’istituzione, furono dipinte da Domenico di Bartolo con i seguenti temi: La costruzione delle mura dell’ospedale, Celestino III concede privilegi di autonomia all’ospedale; Governo e cura degli infermi; Distribuzione delle elemosine; Accoglienza, educazione e matrimonio di una figlia dello spedale; Pranzo dei poveri.

Domenico Di Bartolo, “La distribuzione delle elemosine”, affresco, 1441, Pellegrinario di Santa Maria della Scala, Siena (foto di Sailko)

In questi affreschi, volti a descrivere l’abbigliamento raffinato e prezioso dei personaggi raffigurati, Di Bartolo ha lasciato un importante documento sulla moda del tempo. Un’altra campata affrescata da Priamo della Quercia, fratello di Jacopo, rappresenta l’Investitura del rettore dell’ospedale, il beato Agostino Novello, ritenuto tradizionalmente l’autore del primo statuto del Santa Maria della Scala redatto nel 1305. La scena dell’investitura si svolge di fronte al Duomo, ben visibile sul fondo entro un loggiato rinascimentale alla presenza, oltreché del rettore con l’ampio mantello, di un personaggio sulla sinistra identificato con l’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo o con l’imperatore greco Giovanni Paleologo.
L’Ospedale è stato trasformato per intento del Comune di Siena in Complesso Museale e inaugurato nel 1997. Con i suoi 19.000 metri quadrati offre collezioni di arte Etrusca, Medievale, Rinascimentale e Contemporanea.

Immagine di apertura: il Pellegrinaio di Santa Maria della Scala, Siena (foto di Combusken)

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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