Il Museo del Prado dal novembre scorso ha avviato un programma di celebrazioni lungo dodici mesi per festeggiare il Bicentenario della sua apertura (1819) che coincide anche con i 150 anni della sua nazionalizzazione e con gli ottant’anni dal rientro dei suoi capolavori dalla Svizzera, dove le opere erano state evacuate durante la Guerra Civile. La pinacoteca madrilena, con il suo inestimabile patrimonio di oltre seimila dipinti e settecento sculture riaprirà, a quanto sembra, nelle prime settimane di giugno, ma vista la difficoltà di andare in Spagna, è possibile godere di una visita virtuale a questi capolavori sia digitando, sul suo portale, i nomi di uno dei centinaia di maestri che ospita, sia selezionando il genere che si preferisce.

Nel primo caso possiamo scegliere cosa più ci piace tra le 9 opere del Tiepolo, le 13 del Veronese, le 15 del Tintoretto, le 38 del Greco, le 49 di Murillo, le 55 di Velasquez, le 107 di Rubens o le oltre 200 opere di Goya, tra le quali i celebri dipinti del Picador e i ritratti di Carlo IV.

Se si preferisce non procedere per autore, ma per genere, il Prado offre una scelta tra rappresentazioni riferite a storie dei Santi (865), del Nuovo Testamento (776), di iconografia della Vergine (296), oppure di nudi (337), di immagini del lavoro (264) e perfino di violenza (30) tra le quali spiccano due celebri dipinti di Goya: Saturno che divora suo figlio (1820) e 3 Maggio 1808 che rappresenta la fucilazione di patrioti spagnoli.

E se dovessimo, infine, consigliare la visione di altre opere, tra le migliaia esposte in questo meraviglioso museo di Madrid, ne potremmo indicare almeno questa eccellente dozzina: La Meninas di Velàsquez (1856); Il giardino delle delizie di Bosch (1490); Il cavaliere con la mano sul petto di El Greco (1580); L’Annunciazione del Beato Angelico; (ante 1435), Danae di Tiziano (1553); Paesaggio agli Inferi di Patinir (1524), Autoritratto con guanti di Durer (1498); Ritratto di cardinale di Raffaello (1511); Il trionfo della morte di Brueghel il Vecchio (1562); Davide e Golia del Caravaggio (1597); Natura morta di Cotàn (1602); Deposizione di Cristo di Rogier van der Weyden (1435).

Fra tutti questi capolavori un’attenzione particolare merita il trittico, olio su tavola, de Il giardino delle delizie del pittore olandese Hieronymus Bosch (1453-1516). La monumentale pala d’altare da secoli è oggetto d’interpretazioni che hanno dato luogo a controversie fra gli storici dell’arte sia per la datazione, per la sua simbologia ermetica e anche per le tecniche di esecuzione pittorica. Ad ogni modo i risultati delle analisi effettuate potrebbero consentire di collocarlo intorno al 1480-85, ad ogni modo, non più tardi del 1490. Anche se il trittico non è firmato, la sua attribuzione a Bosch non è mai stata messa in dubbio. La tripartizione, in due ali laterali di forma rettangolare e una centrale quadrata, è voluta per scindere in tre episodi distinti la storia dell’umanità in chiave biblica (le scene hanno una continuità cronologica da sinistra verso destra).

Il peccato è l’anello di congiunzione fra le tre scene: inizia nell’Eden sul pannello sinistro, con Adamo ed Eva, viene punito all’Inferno nel pannello destro. Il pannello centrale raffigura un Paradiso che inganna i sensi, il falso Paradiso della lussuria che dà una felicità effimera.
Nel pannello di sinistra Adamo ed Eva si incontrano per la prima volta in un Eden idealizzato dove compare una moltitudine di animali di ispirazione esotica assieme ad altri estrapolati da miti e leggende medioevali. La simbologia attribuisce al coniglio l’idea della fertilità, il serpente avvinto ad un albero rimanda alla tentazione di Eva, il ratto evoca richiami sessuali. La connotazione erotica, la sensualità, i corpi mostrati senza veli, rappresentano il centro della simbologia dell’opera.

Nella tavola di destra Bosch propone una raffigurazione dell’Inferno sullo sfondo di edifici avvolti da fiamme e da una densa coltre di fumo. I personaggi completamente nudi perdono ogni connotazione di sensualità per lasciar spazio allo sgomento e alla vergogna. Un uomo-albero poggia su una sorta di uovo spaccato, culla di peccatori rassegnati al loro destino. I corpi di alcuni dannati vengono infilzati dalle corde di un arpa, sul manico di un liuto, inghiottiti dalla tuba di un flauto dolce o intrappolati dentro un tamburo e poi percossi con grosse bacchette. Non a caso questa sezione dell’opera è anche nota come “Inferno Musicale”.

Come interpretazione complessiva, le figure e i concetti esposti nell’iconografia del Giardino di Bosch hanno dato vita a molteplici analisi basate sull’astrologia, il folclore, il subconscio umano e l’alchimia. Molti critici sostengono che il dipinto percorre una sequenza narrativa dalla Creazione divina alla corruzione del corpo e alla perdita dell’innocenza primordiale per concludersi nella punizione all’Inferno.
L’opera è stata ad ogni modo fonte di grande ispirazione per generazioni di artisti a venire sia in campo pittorico, che teatrale e cinematografico. Nel 2004 il film Il giardino delle delizie, di Lech Majewski e nel 2016 il giardino dei sogni di José Luis López-Linares per celebrare i cinquecento anni dalla scomparsa di Hieronymus Bosch che si spense nell’agosto del 1516.
Sito web ufficiale: museodelprado.es
Youtube: Museo del Prado
Immagine di apertura: Il giardino delle delizie, olio su tavola, 1480-1490, Hieronymus Bosch, Museo del Prado, Madrid




