Firenze 26 Ottobre 2021

Il Castello di Donnafugata è una delle residenze nobiliari più importanti della Sicilia. Di recente è stato lo scenario del matrimonio  tra l’ex Miss Italia, oggi attrice di successo, Miriam Leone, e l’imprenditore Paolo Cerullo. Nel corso degli anni ha ospitato diversi set cinematografici, dalle scene del film I Vicerè a quelle di Kaos dei fratelli Taviani e della serie TV Il commissario Montalbano.
La residenza si trova a pochi chilometri da Ragusa in una delle più belle campagne siciliane perimetrate da muretti a secco che costituiscono già di per sé un patrimonio. A dirlo è proprio l’Unesco che spiega come l’arte dei muretti siciliani sia stata inserita nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell’umanità.

Il castello di Donnafugata, non lontano da Ragusa. In stile neogotico, risale al XIV Secolo e conta 122 stanze su tre piani (foto di Veronica Ferretti)

Il Castello di Donnafugata è l’epicentro di un borgo situato su un ipogeo funerario della tarda antichità ed è il cuore di uno sconfinato latifondo. L’edificio, in stile neogotico, è composto da 122 stanze che si estendono per tre piani su una superficie di 2500 metri quadrati, mentre altri 5000 metri quadrati accolgono il MuDeCo, il museo del costume e un immenso giardino storico.
Il complesso ha subito, nel corso della sua storia, vari rimaneggiamenti ma il nucleo più antico è identificabile nella cosiddetta Torrevecchia o Torre di Bianca. A questa torre è legata la leggenda che ha dato il toponimo Donnafugata. La tradizione orale racconta che, morto Re Martino il Giovane nel 1409, il Regno di Sicilia fu affidato alla vicaria, sua moglie Bianca di Navarra. Tra le molte attenzioni, la regina attirò anche quella del conte di Modica, Bernardo di Cabrera, che rinchiuse Bianca in una camera per costringerla a sposarlo e acquisire così il titolo di Re di Sicilia, ma la fuga di questa fece crollare il sogno di Bernardo e generò una leggenda. Secondo altri il toponimo è legato al ritrovamento, in un imprecisato momento storico, di un corpo femminile deceduto per soffocamento (donna affucata, cioè donna soffocata).

La camera di Bianca di Navarra (foto di Veronica Ferretti)

Si deve a Francesco Arezzo, VIII Barone di Donnafugata, il primo ampliamento degli ambienti attorno alla Torre Vecchia con tre sale di rappresentanza chiamate Casina di Villeggiatura, perché riservate alla famiglia durante i soggiorni estivi. Particolare è il salotto dedicato agli uomini con la carta da parati che vede rappresentati portasigari e mazze di carte napoletane, mentre quello delle donne è un spazio arredato con eleganti mobili in stile Boulle (dal nome dell’ebanista francese che lo inventò sotto Luigi XIV per la Reggia di Versailles). Al piano terra un grande portone permetteva l’accesso alle carrozze; altri ambienti erano destinati alla servitù e ai magazzini.
Sul lato orientale e affacciata sul parco si sviluppa la residenza del Barone Corrado, di sua moglie e di sua sorella, la Duchessa Ignazia. Visto che il castello si ingrandiva sempre di più con gli anni, il Barone Corrado pensò di razionalizzare gli ambienti facendo chiudere il quadrilatero del cortile con un braccio meridionale dove, tra gli altri vani, ancora trovano sede la bellissima Stanza del Biliardo, la Stanza del Vescovo e la Sala degli Specchi.

La splendida Stanza del biliardo (foto: io amo la Sicilia)

Corrado Arezzo de Spuches di Donnafugata fu un uomo ilare e creativo e molto attivo nelle vicende storiche e politiche del suo tempo. Prese parte alla Rivoluzione siciliana del 1848, fino al ritorno dei Borboni. Poi partecipò alla spedizione dei Mille, in seguito ebbe numerosi incarichi che lo portarono dalla prefettura di Noto a governare la Provincia di Trapani, per diventare nel 1861 deputato del Regno d’Italia nel collegio Vizzini e dopo senatore del Regno.
Corrado Arezzo De Spuches si unì in matrimonio con Concetta Arezzo di Trifiletti. Da questa unione nacque solo una figlia, Vicenzina, che a 16 anni andò in sposa al duca di Palazzo e principe di Sperlinga, Giuseppe Alvaro Paternò.

Il salone degli specchi del Castello (foto: io amo la Sicilia)

La figlia Vincenzina non ebbe un matrimonio fortunato, fu abbandonata dal marito e cadde in depressione. Una grave malattia la costrinse a vivere a Parigi, ove si spense il 12 gennaio 1888. La primogenita Clementina dalla madre ricevette la trasmissione del titolo nobiliare e il feudo. Clementina, a differenza della madre, ebbe un matrimonio felice. Nipote del Barone Corrado, innamorata di Gaetano Combes de Lestrade, visconte francese, decise di fuggire con la tradizionale «fuitina» siciliana e di sposarsi a Malta. Dalla loro unione nascerà Clara, la contessa che si occuperà dell’ammodernamento di una parte del complesso che realizzerà, tra l’altro, il bellissimo Studio di Vincenzo Testasecca e il Salone degli Stemmi.

Il busto era indispensabile per garantire il vitino di vespa alle signore in crinolina a metà dell’Ottocento (foto di Veronica Ferretti)

Intorno al castello si trova un ampio e monumentale parco di otto ettari con oltre 1500 specie vegetali, “grotte” artificiali dotate di finte stalattiti, un labirinto in pietra costruito nella tipica muratura a secco del ragusano e varie distrazioni che dovevano divertire gli ospiti. Fra queste, un sedile dove era stato posizionato un irrigatore che si azionava al momento che uno sventurato ci si sedeva sopra. Il labirinto riproduceva la forma trapezoidale del labirinto inglese di Hampton Court, situato vicino Londra, che probabilmente il Barone aveva visto durante uno dei suoi vari viaggi. Sui muri del tracciato si stendevano siepi di rose rampicanti che impedivano la vista e lo scavalcamento delle corsie.

Alcuni degli abiti ottocenteschi conservati nel museo del costume di Donnafugata (foto di Veronica Ferretti)

Dal 2020 il Castello accoglie in un’ala il Mu.De.Co una collezione del costume siciliano con ben 460 abiti completi, 700 indumenti singoli e migliaia di accessori risalenti al periodo tra il XVIII e il XX secolo. Fra questi spiccano, per la loro rarità, quelli della nobildonna Franca Florio (soprannominata dagli isolani la Regina di Sicilia, Stella d’Italia dal Kaiser Guglielmo II e unica da Gabriele d’Annunzio) e quello che ispirò l’abito di Angelica, disegnato da Piero Tosi, indossato da Claudia Cardinale nel celebre ballo del film Il Gattopardo di Luchino Visconti.
C’è un’altra rarità proveniente dal ramo Arezzo di Trifiletti: si tratta di un abito primaverile da passeggio del 1859, in organza di seta con corpetto plissettato, scollo ampio, maniche a palloncino ornato in ogni sua parte da pizzo di valenciennes arricciato. L’abito fu selezionato per essere esposto in occasione della riunione dei capi di governo del G7 di Taormina del 2017 allo scopo di rappresentare l’eccellenza della manifattura siciliana e per annunciare l’inizio delle celebrazioni dei 60 anni dalla pubblicazione del romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Immagine di apertura: l’abito da gran sera della metà dell’Ottocento conservato a Donnafugata cui si ispirò il costumista Piero Tosi per il film Il Gattopardo. Fu indossato da Claudia Cardinale nella famosa scena del ballo (foto di Veronica Ferretti)

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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