Milano 27 Settembre 2022

Basterebbe un’occhiata alla piscina in stile Art Déco progettata negli anni Venti da Jacques Greber, famoso architetto francese dei giardini, a giustificare la visita, ma la piscina è solo una “chicca” nel contesto delle meraviglie della Villa Reale di Marlia, a pochi chilometri da Lucca.

Marie Guillemine Benoist, “Ritratto di Elisa Bonaparte”, 1806, olio su tela, Museo Nazionale di Villa Guinigi, Lucca

Ne hanno fatto la storia consegnandoci un complesso quasi magico, due donne non comuni: agli inizi dell’Ottocento Elisa Baciocchi Bonaparte, la sorella più “politica” di Napoleone anche se la meno avvenente; in seguito Letizia (Mimì) Pecci Blunt (1885-1971), aristocratica romana (ma anche parigina, e newyorchese) che ha lasciato il suo segno di mecenate nel mondo artistico e culturale italiano della prima metà del Novecento. La vicenda interessante della villa inizia quando Elisa (1777-1820), divenuta per volere del fratello Sovrana del ducato di Lucca e Piombino e nel 1806 anche di Massa, Carrara e Garfagnana, acquista alla cifra iperbolica, allora, di 500mila franchi in monete d’argento la villa ancora seicentesca dai Conti Orsetti e la fa diventare in una piccola reggia Primo Impero, ridisegnandola in stile neoclassico, e dotando gli interni di decorazioni e affreschi di gusto napoleonico. Ma soprattutto trasforma il parco di 19 ettari in un giardino all’inglese facendo piantare alberi rari, più di trenta varietà di camelie inviate dalla cognata Giuseppina di Beauharnais, che le coltivava nella residenza di Malmaison, appena fuori Parigi, mentre dal fratello Giuseppe, Re di Napoli, nel 1808 le arrivano magnolie, tulipani, ginkgo biloba e piantaggini (pare che lo stesso Klemens von Metternich, in visita a Marlia, lo abbia lodato come il più bel parco all’inglese in Italia).

La splendida peschiera del giardino dei limoni con le statue di Arno e di Serchio (foto di Lorenzo Bartoli)

Elisa rispettò le costruzioni in stile Barocco volute dai precedenti proprietari: il Teatro della Verzura (il primo teatro naturale in tutta Europa), il Teatro dell’acqua, con due cascate, mascheroni e statue in marmo, e il Giardino dei limoni (oltre 200 vasi di agrumi) dove spicca la seicentesca peschiera con due statue bianche distese che rappresentano l’Arno, che nasce in Casentino e il Serchio, che ha origine in Lunigiana e Garfagnana.

Il seicentesco Teatro di Verzura, il più antico d’Europa (foto di pgmedia.it)

Il cambiamento più significativo fu l’ampia estensione del giardino così da creare una graduale discesa, che termina con un lago, in accordo allo stile dell’epoca. Elisa in seguito divenne Granduchessa di Toscana ma continuò a frequentare Marlia, dove ospitò spesso Niccolò Paganini al quale era molto legata, fino alla caduta dell’Impero Napoleonico che la costrinse a fuggire. La villa passò agli Asburgo Lorena, poi con l’Unità d’Italia a Vittorio Emanuele II che non tenne per sé, ma ne fece dono ai Borboni-Capua. Dopo di loro vari passaggi ad altri nobili e una inevitabile decadenza finché non comparvero i conti Pecci Blunt. Mimì Pecci Blunt così ricorda l’acquisto avvenuto nel 1923: «La comprammo e a quel tempo apparteneva a tre pescecani di Lucca, tre burini, che non sapevano cosa farsene. Elle était en ruine, d’ailleurs. L’ultimo inquilino di classe, dopo Elisa Baciocchi, era stato il duca di Capua/Borbone: un grassone che aveva sposato un’inglese, era stato esiliato da suo fratello il re di Napoli, aveva cospirato contro di lui, e s’era fatto ripagare il servizio da Vittorio Emanuele con la villa..». Così la villa di Marlia entrò nella vita della contessa “mecenate” che incaricò il famoso architetto francese Jacques Greber di creare il campo da tennis, la piscina, il giardino spagnolo e di allargare il laghetto. Ma chi erano questi Pecci Blunt? Letizia era una aristocratica romana, nipote di Leone XIII (Papa dal 1878 al 1903), che nel 1919 aveva sposato Cecil Blumenthal, banchiere newyorkese proprietario di una importante collezione di pittura francese dell’Ottocento.

La contessa Letizia (Mimì) Pecci Blunt con l’ineliminabile sigaretta fra le labbra (foto Archivo Milton Gendel, Roma)

La coppia che poi contrasse il cognome in Pecci Blunt, viveva a Parigi dove invitava e sosteneva giovani artisti come Salvator Dalì, Georges Braque, Jean Cocteau, Paul Valéry, Pablo Picasso. Nel 1929, i due nobili acquistarono il palazzo affacciato sul Campidoglio in Piazza dell’Ara Coeli a Roma, e lì Mimì diede inizio ai “Concerti di primavera” con programmi di musica classica e moderna; ospitando Igor’ Stravinskij, Darius Milhaud, Francis Poulenc, Henri Sauguet, Georges Auric, Arthur Honegger. Ai concerti si alternavano conferenze di poeti, scrittori, saggisti, che lei definiva «i miei parenti illustri» Da lei, s’incontravano Giuseppe Ungaretti, Emilio Cecchi, Bruno Barilli, Corrado Alvaro, Alberto Moravia, Trilussa, Massimo Bontempelli e Indro Montanelli. La sua collezione, oltre ai quadri di artisti già celebri (Severini, Martini, De Chirico) si aprì ai giovani talenti della «Scuola Romana», comprendendo opere di Corrado Cagli, Mario Mafai, Renato Guttuso, Giorgio Morandi.

Il laghetto voluto da Elisa Bonaparte e ingrandito dall’architetto Greber nei primi anni Venti del Novecento (fonte: discovertuscany.com)

Da allora, la villa, che restò intatta come era in periodo napoleonico (pur con le necessarie migliorie moderne) e riarredata, dopo una lunga ricerca, con mobili e oggetti d’arte del primo Ottocento, visse un periodo di vivace attività culturale, con ospiti come Jean Cocteau, Paul Valery e Salvator Dalì che pare apprezzasse molto la piscina dotata di un impianto di riscaldamento (a quanto sembra ancora funzionante). La contessa era anche una grande viaggiatrice e nella palazzina tardorinascimentale dell’Orologio che ospitava i locali per la servitù e le cucine, proprio a fianco della villa, è conservata una collezione di bambole provenienti da tutto il mondo e un’altra dedicata agli usi e costumi dei nativi americani, una vera passione della proprietaria. La contessa Letizia muore nel 1971; da allora gli eredi vi soggiornano poco e piano piano inizia una decadenza che arriva ad un vero proprio oblio.

La piscina progettata da Greber, uno dei pochi esempi ancora esistenti di una piscina degli anni Venti (foto di Gian Battista Ricci)

Ma nel 2015, la proprietà, dopo una lunga trattativa, viene acquistata (per cinquanta milioni di euro, ma c’è che dice trenta e anche meno) da Henric e Marina Grönberg, due finanzieri residenti in Svizzera, lui svedese, lei russa, che attuano un piano importante di restauro senza badare a spese che interessa soprattutto la villa. Inizia così la terza vita di questa straordinaria residenza, di cui oggi, oltre ai giardini e alla villa dell’Orologio, sono visitabili anche gli interni della villa riportati agli splendori di Elisa Bonaparte con la sala della musica e la camera con un bel letto Primo Impero. Fu davvero quello di Elisa?

Immagine di apertura: la facciata posteriore della Villa di Marlia, con uno scorcio del seicentesco Teatro dell’Acqua (fonte: villegiardini.it)

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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